SPY FINANZA/ Vertice Ue, la vera vittoria è di Francia e Germania

- Mauro Bottarelli

Presto potrebbero arrivare notizie poco piacevoli dai mercati finanziari. Ci sono diversi segnali che vanno in questa direzione, anche dal vertice Ue appena concluso. MAURO BOTTARELLI

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(LaPresse)

Volete il mio giudizio sul vertice Ue conclusosi ieri? Deutsche Bank ieri mattina guadagnava il 3,5% in Borsa a Francoforte. E Commerzbank, secondo istituto del Paese, già salvato una volta e in procinto di fondersi con DB per stare a galla, il 2,8%. E questo nonostante giovedì sera, a Wall Street chiusa, la Fed abbia comunicato che proprio la filiale statunitense di Deutsche Bank sia stata l’unica banca bocciata su 35 prese in esame nei stress test quantitativi, seconda parte della pagliacciata resa nota la scorsa settimana, a causa di carenze nella politica di gestione del rischio. Avrebbe dovuto crollare, essendo la filiale Usa quella che opera nel ramo trading, ovvero il cuore dell’investment banking che è, a sua volta, la ragion d’essere reale e il core business di DB. Invece, boom, un bel rimbalzo. E un bel respiro di sollievo. Direte voi, Bottarelli è impazzito, ci dice che parlerà del vertice Ue dedicato ai migranti e ci aggiorna sulle performance borsistiche di Deutsche Bank. Per forza, perché uno degli unici due temi davvero trattati al Consiglio europeo è stato questo. L’altro, per paradosso, è stato invece trattato non trattandolo e mi riferisco all’aver tolto dal tavolo di discussione il Budget comunitario, ciò che davvero conta. Quello verrà discusso in separata sede, nei caminetti delle consorterie. L’altro tema, invece, è stato discusso eccome. E ha ottenuto il via libera a tempo di record e all’unanimità: utilizzare i fondi dell’Esm per finanziare il Fondo di risoluzione bancaria. Come dire, bufera in arrivo, tutti sotto coperta e con l’ombrello del Fondo salva-Stati ben aperto. Guarda caso, nonostante la bocciatura della Fed che avrebbe potuto configurarsi come il più classico dei chiodi nella bara, DB ieri svettava al Dax. E con lei Commerzbank, ormai unita nel destino. 

Perché, pensavate davvero che fosse stato raggiunto un accordo sui migranti? E, soprattutto, un accordo che vedesse l’Italia vincente? Ma avete visto la faccia di Matteo Salvini ieri mattina e, soprattutto, sentito il suo commento? «Non mi fido delle parole, ora voglio vedere i fatti»: insomma, ho visto gente reagire in maniera più entusiasta di fronte a quella che viene spacciata come una vittoria. Anche perché, signori miei, l’intera impalcatura della discussione, di fatto incentrata sul principio del superamento del Trattato di Dublino, si basa sul concetto di “base volontaria”: ovvero, se non voglio creare gli hotspot e prendere migranti in quota di ricollocamento, nessuno mi può obbligare. Né, tantomeno, sanzionarmi. Che accordo è? Una pagliacciata. Perfetto, però, per Francia e Germania. La prima perché vede trionfare la propria linea di chiusura totale, ma, essendo Macron un furbo non da poco, spacciandosi pure per mediatrice, quando invece ha la stessa agenda del Gruppo di Visegrad. La seconda, perché quella formula volontaristica garantisce e difende la Merkel dagli attacchi di Seehofer, quindi allontana lo spettro di crisi più imminente, quello di elezioni anticipate. In più, c’è lo scudo salva-banche attivo. All’unanimità. Visto che fa comodo anche i francesi pieni di Btp, ai belgi che sono co-proprietari di Dexia e agli spagnoli, sul cui sistema bancario stendo un velo pietoso per carità di Patria. 

Insomma, diciamo che – se si guarda in faccia la realtà per quello che è -, l’Italia esce con in mano un nulla di fatto, sostanziale. C’è solo la scomunica generale delle Ong a nostro favore, ma sappiamo tutti che il problema sta nella volontà delle autorità libiche di fermare le partenze, non certo in quattro associazioni più o meno “orientate”. E a conferma della mia tesi, c’è dell’altro, riportato dalla Reuters. Ovvero, la Bce starebbe pensando di dar vita a una sua versione di Operation Twist per garantire la compressione dei rendimenti obbligazionari anche dopo la fine del Qe, come fatto dalla FED nel 1961 e poi, soprattutto, nel 2011. Cosa significa? Facendola molto breve e semplificando, rimpiazzare i bond a breve scadenza in maturazione con altri a lunga scadenza, in modo da allungare la durata del portafoglio di detenzione obbligazionaria, a oggi per un controvalore di 2,6 triliardi di euro. Di fatto, un’operazione chiave per mantenere basso il costo di finanziamento nell’eurozona anche dopo il 1 gennaio 2019. 

Stranamente, la voce è uscita proprio ieri, ovvero in contemporanea con il vertice Ue, la cui determinazione sulla destinazione d’uso dei fondi Esm per la risoluzione bancaria è passata bellamente sotto silenzio e con Eurostat che confermava ciò che si è aspettato per trimestri: il tasso di inflazione nell’eurozona è arrivato al mitologico 2%, ovvero l’obiettivo prefissatosi dalla Bce per il proprio programma di stimolo monetario. D’altronde, la Bce era stata volutamente vaga sul tema del reinvestimento dei bond già in detenzione, visto che – lasciando intendere che il problema fosse il numero disponibile all’acquisto di Bund a lunga durata – aveva parlato di possibile “deviazione” dalla sua regola di capital key, ovvero i paletti statutari rispetto a ciò che è acquistabile e ciò che non lo è. E, ovviamente, non poteva che agire in tal senso, visto che ampliare e prolungare l’acquisto di bond corporate non solo avrebbe lanciato un segnale negativissimo ai mercati, ma avrebbe innescato distorsione a distorsione già presente. 

Ma attenzione, perché comunque anche soltanto l’idea che la Bce stia discutendo, ancorché informalmente, riguardo questa ipotesi, la dice lunga sulle prospettive che ci sono sui mercati. E questo grafico ci mostra il perché dell’esuberante reazione del titolo DB di ieri mattina: se non ci saranno miglioramenti sostanziali di performance nei prossimi due mesi, con il processo di revisione di settembre, il titolo della principale banca tedesca potrebbe essere rimosso dall’indice europeo chiave, lo Stoxx 50, per capitalizzazione troppo bassa, avendo perso oltre il 40% da inizio anno. E, vi assicuro, questo non aiuterebbe affatto la banca di Francoforte a riemergere dalla sua crisi. Anzi. Siamo a questo punto, signori, alla dissimulazione totale della realtà dei fatti, la quale è da pre-2008 in versione 2.0, quindi necessita di cortine fumogene come quelle relative ai migranti e ai presunti vincitori e vinti nella battaglia delle false priorità consumatasi a Bruxelles, con tanto di pantomima della maratona negoziale notturna. 

 

E non è un caso che, poco prima che Wall Street aprisse, dagli Usa un’altra indiscrezione-bomba facesse deragliare i mercati, instillando instabilità a instabilità: Donald Trump, dopo aver ritirato gli Usa dal Comitato Onu sui diritti umani, intenderebbe abbandonare anche il Wto come atto estremo e arma di distruzione di massa nella sua guerra commerciale globale. La quale, come vi ho spiegato più volte, finora ha visto come unica vittima proprio la manifattura statunitense, schiacciata dalle spinte stagflazionistiche dei dazi sui metalli importati che hanno fatto salire i prezzi alla produzione. Siamo dentro un’enorme dissimulazione globale, un Matrix, una recita a soggetto planetaria: occorre mascherare il vero allarme, quello dei mercati, fino all’ultimo. Poi, si potrà agire in maniera emergenziale e, per quanto ancora possibile, salvare il salvabile, in perfetto stile 2008. Ma con un carico debitorio pubblico/privato così tanto più grande da dover reclamare, giocoforza, qualche vittima in più di quanto non sia stata la sola, simbolica Lehman Brothers. L’anniversario del cui fallimento, già 10 anni il prossimo 15 settembre, si avvicina a grandi passi. Temo che ci sarà una sorpresa. Ma nulla da festeggiare. 

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