FINANZA/ L’euro e la spiegazione dell’impoverimento di Sud e Nord Italia

- Paolo Tanga

Il processo di adesione a questa Europa ha riproposto in chiave moderna analoghe azioni di trasferimento di ricchezza tra Stati compiute in Italia dopo il 1860

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LaPresse

Nell’ultimo ventennio del secolo scorso è stato avviato un processo di modifiche istituzionali (separazione Tesoro dalla Banca d’Italia, privatizzazione del sistema bancario e finanziario, svendita delle società di interesse nazionale già statalizzate come energia e comunicazioni eccetera), la cui motivazione verosimilmente sottaceva la volontà di sovvertire l’ordine costituito, consentendo di fatto il trasferimento della ricchezza da alcuni Stati ad altri. In particolare, venivano riproposte, in chiave moderna, analoghe azioni compiute in Italia dopo l’unificazione della penisola.

Cos’era avvenuto in Italia dopo il 1860? Per rispondere alla domanda occorre risalire al secolo precedente, in modo da capire quale fosse lo sviluppo economico realizzato nel Regno delle Due Sicilie grazie alle iniziative lungimiranti dei sovrani dell’epoca: nel 1794 il re Ferdinando IV ordinò la fusione dei banchi meridionali, nati per combattere l’usura, creando una banca pubblica denominata Banco di Napoli (dal quale, dopo i moti siciliani, fu estrapolato il Banco di Sicilia), che consolidò la fiducia della popolazione. Seguì uno sviluppo creditizio favorito dall’offerta del servizio apodissario, che fu la tipica operazione con la quale la banca emetteva una fede di credito trasferibile con una girata che consentiva di indicare la causale del pagamento e di porre specifiche condizioni a cui subordinare il pagamento stesso, condizioni che le banche si incaricavano di verificare puntualmente anche attraverso l’intervento di notai.

Proprio lo sviluppo di questo tipo di girate faceva offrire alla clientela un servizio che, esteso alle fedi di deposito, consentiva alle banche di ricevere fondi senza dover corrispondere interessi. La diffusione delle “fedi” contribuì non poco allo sviluppo economico del territorio, che fu accompagnato dall’apertura di nuovi sportelli bancari.

Dopo l’unificazione, il governo sabaudo conservò al Banco di Napoli il ruolo di istituto di emissione fino al 1926. Ma l’unità d’Italia provocò l’apertura nel Sud di sportelli da parte delle banche del Nord che beneficiarono (fino ai giorni nostri) di depositi raccolti a costo irrisorio e di impieghi, peraltro modesti, ma ad alto tasso di interesse giustificato dall’esistenza del brigantaggio, poi distinto in diversi appellativi territoriali. Gli utili delle banche foranee comportarono il trasferimento della ricchezza finanziaria dal Sud al Nord Italia e avviarono il declino che conosciamo, non compensabile con i trasferimenti statali.

La Banca Nazionale del Regno d’Italia, sorta subito dopo il 1860 per trasformazione della Banca nazionale sarda, estese la sua attività all’Italia centrale e meridionale, divenendo il principale istituto di emissione del regno. Essa ottenne nel 1866 il privilegio del corso forzoso dei suoi biglietti, in contropartita a un ampio prestito allo Stato, dando il via a quella sproporzionata espansione della circolazione bancaria.

Da quel momento inizia anche una frenetica attività per sottrarre ai banchi meridionali le ingenti quantità di oro posseduto. Nel periodo 1862-1878 in Italia vigeva il bimetallismo, cioè circolava sia la lira d’oro che quella d’argento. Oro e argento si scambiavano in base a un rapporto fisso stabilito dalle autorità monetarie (la lira d’oro conteneva 0,29032 grammi di oro fino, mentre quella d’argento conteneva 4,5 grammi di argento fino). La scoperta di nuovi giacimenti d’argento prefigurò una modifica del rapporto di cambio: fu perciò stabilito di riservare la conservazione dell’argento al Banco di Napoli e dell’oro alla Banca Nazionale del Regno d’Italia.

L’esito del conflitto tra Prussia e Francia fece anticipare lo scambio dei due metalli tra i due istituti di emissione. Infatti, la notizia che la Prussia sarebbe passata al monometallismo aureo, dopo aver ricevuto dalla Francia il risarcimento in oro dei danni di guerra procedendo alla vendita dell’argento detenuto, fu mantenuta riservata; conseguentemente l’argento ricevuto dal Banco di Napoli subì il crollo delle quotazioni solo dopo il trasferimento.

Il passaggio si dimostrava indolore, atteso che i metalli preziosi figuravano di proprietà dei depositanti e che rimaneva in piedi la convertibilità dei titoli di deposito al valore facciale delle monete.

Il Mezzogiorno subì, peraltro, il nuovo sistema impositivo, che affiancò nuovi tributi ai soli dazi interni da pagare alle dogane presenti sul territorio o alle gabelle del dazio (un’imposta sulla vendita di alimentari nel napoletano esente da imposte).

Le disastrate finanze sabaude, peraltro, giustificarono la reintroduzione della tassa sul macinato, particolarmente vessatoria, perché colpiva anche coloro che ricavavano dalla terra solo il necessario per alimentarsi, e che gravava soprattutto sul grano duro, di esclusiva produzione meridionale.

Insomma, il Regno delle Due Sicilie divenne una colonia rispetto alla restante parte d’Italia e fu avviato al declino economico. I danni maggiori si ebbero proprio dall’intermediazione bancaria, svolta dalle banche estranee al territorio, le quali sottrassero al Sud i capitali raccolti, convogliandoli per investimenti nel Nord e sottraendoli anche alle attività di consumo.

Questa situazione si è protratta sino alla ristrutturazione del sistema bancario realizzata con la legge del 1936, allorquando le banche divennero tutte di proprietà pubblica. Tuttavia lo stillicidio economico proseguì, come dimostrato dalle statistiche economiche, che evidenziano l’esiguità del rapporto tra impieghi e raccolta di tutte le banche foranee e dal fatto che la previsione della legge bancaria, che imponeva alle banche pubbliche di effettuare investimenti di pubblica utilità, non precisava che questi investimenti avrebbero dovuto essere effettuati distribuendoli in proporzione al territorio ove gli utili venivano a generarsi.

Ciò è proseguito fino alle trattative che hanno coinvolto l’Italia nell’ingresso in questa Europa con un sistema bancario ormai nuovamente privatizzato e la cui proprietà è stata trasferita in mano straniera. Coloro che hanno concluso le trattative, nonostante abbiano avuto questa esperienza alle spalle, non hanno preteso di introdurre nell’ordinamento i correttivi necessari.

Per questo motivo, il divario tra Nord e Sud Italia ha cominciato a ridursi, nonostante il progressivo venir meno dei trasferimenti statali. Questo dimostra proprio che la struttura economica del Mezzogiorno era stata in grado di modellarsi su un livello di sopravvivenza e che proprio l’operare di un sistema bancario esogeno è causa dell’abbassamento del tenore di vita di un territorio. Anche il Nord, infatti, ha subìto un arretramento economico per il venir meno dei proventi bancari sia del Sud che del Nord, man mano che le banche diventavano di proprietà straniera. Questo declino economico il Sud lo aveva già subìto, pertanto è soltanto il Nord ad averlo registrato dopo l’adesione a questa Europa.

Un’ulteriore causa della riduzione del benessere economico in Italia è dovuta all’adozione di un nuovo metro monetario caratterizzato dall’emissione a debito della moneta, la cui proprietà è di fatto in capo all’emittente, anziché al prenditore. Di conseguenza essa incorpora un tendenziale deflazionistico dovuto alla circostanza che ciascuna emissione di euro viene fatta attraverso la concessione di prestiti, quindi gli interessi che maturano devono essere prelevati dallo stock di euro a suo tempo emessi anch’essi a prestito. Perciò il quantum della circolazione si riduce generando deflazione: occorre che i nuovi prestiti siano almeno pari all’ammontare di quelli restituiti, maggiorati degli interessi maturati, altrimenti non è possibile onorare i debiti contratti. Corollario di tale stato di fatto è il necessario fallimento di un numero di prestatari tale da compensare gli interessi che non sono stati emessi.

Ma non basta. Se le banche centrali non hanno interesse ad acquistare i cespiti che servono a coprire gli interessi rimasti impagati, sarà impossibile mantenere in piedi le aziende di credito, che saranno perciò necessariamente destinate al fallimento. Il bail-in rappresenta una semplice dilazione del fallimento delle banche, in quanto detto fallimento si trasferisce a valle, togliendo dalla disponibilità di spesa il risparmio carpito.

La differenza tra il passato e il presente sta nel fatto che il primo era reversibile, mentre l’attuale non lo è, a meno che non si proceda a una correzione radicale sull’euro o, quantomeno, sulle modalità di gestione degli scompensi economico/finanziari. Tale stato di cose andrebbe affrontato “prendendo il toro per le corna”. Ma non c’è ancora il coraggio o la consapevolezza di farlo.

E’ di questi giorni l’attacco alla Francia per aver soggiogato con il franco CFA le sue ex colonie, aggiungendo però che l’adesione a quel sistema è su base volontaria. Ma cosa c’è di volontario, quando anche con l’euro si fa altrettanto? Si afferma che l’adesione all’euro deriva dalla sottoscrizione di un trattato internazionale, ma l’Italia non avrebbe mai potuto sottoscrivere un trattato palesemente contrario ai princìpi costituzionali di preservare la sovranità popolare. Inoltre l’euro assolve la stessa funzione e con le stesse modalità del CFA: il trattato bilaterale Francia-Germania è in contrasto con lo spirito di un’Europa unita, verosimilmente fatto per assicurare ai due Paesi i benefici dell’euro a danno di tutti gli altri aderenti. Questi dovrebbero coalizzarsi per annullare l’azione congiunta delle decisioni degli ormai conclamati Paesi avversari.

Speriamo che il dibattito politico si sposti verso la rivisitazione delle modalità con le quali avviene l’emissione dell’euro, riconoscendone la proprietà ai cittadini europei e che quindi la sua emissione avvenga accreditandolo, anziché concedendo prestiti.

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