FINANZA/ Dalla Turchia due sberle ai difensori dell’euro

- Giovanni Passali

La crisi che ha avuto la Turchia, con la svalutazione della sua moneta, ci offre degli insegnamenti importanti a proposito di euro e debito

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Receptaiyyp Erdogan (Lapresse)

Nel corso del 2018 la lira turca ha subito un vero e proprio tracollo. Da un cambio di 0,22 con l’euro, è scesa fino ad un valore di 0,12, per poi rimbalzare un poco fino al valore odierno di 0,16. Quindi, nel momento della massima discesa, aveva perso fino al 45% del proprio valore rispetto all’euro e una perdita di simile entità l’ha avuto con il dollaro. Questa terribile svalutazione è dovuta a un fattore economico molto semplice: una bilancia commerciale in passivo piuttosto pesante. Infatti, le importazioni nel 2017 ammontano a 206 miliardi (in crescita rispetto ai 179 miliardi dell’anno precedente). mentre le esportazioni ammontano a 139 miliardi (anche queste in crescita, ma più modesta, rispetto ai 128 miliardi dell’anno precedente).

Se un Paese ha importazioni maggiori delle esportazioni, si troverà in difficoltà perché dovrà approvvigionarsi di valuta straniera e questo può farlo stampando moneta propria e con quella acquistare quella straniera. Ma questa mossa di fatto svaluta la propria moneta. Gli speculatori lo sanno e pure loro si affrettano a speculare al ribasso la moneta di quel Paese. Così l’effetto finale è un ribasso anche superiore a quello atteso e dovuto alle condizioni economiche.

Ma questa storia insegna anche un paio di cose molto interessanti. La prima fondamentale è che la bilancia commerciale è un fattore determinante per la svalutazione della moneta. E questo mette in crisi la narrativa di quanti spacciano presunti disastri nel caso di una uscita dell’Italia dall’euro; infatti l’Italia da oltre 26 anni consegue ogni anno attivi di bilancio anche molto importanti. Quindi, in caso di uscita dalla moneta unica e ritorno a una moneta nazionale (e una politica monetaria in mano nostra svolta per i nostri interessi), il “pericolo” più grande, dopo una prevedibile fase in instabilità, sarà una rivalutazione di una nostra moneta nazionale.

La seconda invece, che ci riguarda da vicino, è la quasi irrilevanza del debito pubblico relativamente a una possibile svalutazione della moneta. Infatti, il debito della Turchia è al 30% del Pil. Quindi anche qui la narrativa per cui, con il ritorno alla moneta nazionale avremo una “enorme svalutazione della moneta” perché “abbiamo un debito troppo alto” si dimostra una favola smentita dai fatti.

Questo è fin troppo ovvio: non conta quanto debito hai o fai, ma conta come spendi il credito ottenuto e quanto frutta questo credito: e siccome noi italiani alla fine esportiamo (da oltre 26 anni!) più di quanto importiamo, ne consegue che il nostro debito è considerato solidissimo e appetibile da tutti i maggiori fondi pensione, spesso scottati dall’esperienza con altri titoli di stato. Infatti, non ci sono altri titoli di stato affidabili, oltre a quelli di Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Giappone. Ma quelli del Giappone rendono nulla e sono acquistati in gran parte da banche giapponesi o dalla banca centrale stessa come servizio allo Stato. Quelli dei paesi europei rendono anch’essi poco. Quelli Usa rendono un po’ di più, ma quelli che rendono meglio (anche grazie allo spread) e in rapporto sono considerati molto affidabili sono proprio quelli italiani. E questa affidabilità è dovuta proprio alle grandi capacità delle esportazioni italiane.

Un piccolo fatto di cronaca viene a demolire un ulteriore pregiudizio relativo alla svalutazione della moneta. Si tratta di un fatto di cronaca piccolo rispetto alla macroeconomia, ma è un fatto denso di significato e drammatico per chi lo sta subendo. Il fatto è che i dipendenti dell’azienda Pernigotti (i famosi cioccolatini sono anche una mia passione) sono in fibrillazione perché la proprietà si sta adoperando per chiudere la produzione e spostarla in Turchia. Il dato interessante non è solo il fatto che la proprietà ora è in mano a imprenditori turchi, ma soprattutto che la decisione è avvenuta proprio in conseguenza della svalutazione della lira turca, per cui il costo del lavoro di un dipendente turco è diventato molto conveniente rispetto a quello di un dipendente italiano.

Questa è la dimostrazione che la svalutazione della moneta (entro certi limiti e se non vi sono altri problemi particolari) è un modo per difendere l’economia nazionale: con la svalutazione infatti si attirano capitali stranieri e si incentiva il lavoro locale.

Il 2018 quindi ci lascia una bella lezione che dovrebbe zittire tutti quelli che prevedono disastri finanziari ed economici nel caso di una ripresa della sovranità monetaria.

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