SPY FINANZA/ I dati truccati per arrivare al Qe globale e perenne

La mancanza di liquidità ha creato una situazione che ha richiesto di fare di tutto per portare le Banche centrali a un brusca retromarcia

12.02.2019 - Mauro Bottarelli
Lapresse

L’Abruzzo ha dato il suo verdetto. Ampiamente preventivato. La questione Bankitalia sta assumendo torni farseschi, addirittura con ricostruzioni in base alle quali l’assalto all’indipendenza della nostra Banca centrale avrebbe come obiettivo sotteso e non dichiarato, l’utilizzo delle riserve auree per sterilizzare almeno la prima delle due mega-clausole di salvaguardia sull’Iva poste a garanzia del deficit ottenuto dall’Ue in questa manovra e per finanziare quella correttiva, già data per scontata, nonostante il continuo negare dell’evidenza. Scene da un Paese impazzito. Un Paese che non ha nulla di meglio da fare che dividersi politicamente e scomodare grossi calibri di giornalismo e sociologia sul verdetto sanremese, addirittura tratteggiandone i tratti di traslazione canora dello scontro fra élite e popolo. Insomma, il televoto come una bottiglia molotov all’assalto del Palazzo d’inverno della giuria di esperti, a loro volta corrispettivo dei tecnici alla Mario Monti.

Roba da ridere, se non ci fosse da piangere. Perché questo Paese, purtroppo, non ha capito cosa sta davanti a noi. Non ha capito quale sia lo snodo epocale che l’Italia sta per affrontare, insieme ai principali attori globali, armata di queste polemiche da bar e con una classe dirigente – politica e intellettuale – degna di un film di Fantozzi, roba da “Gran Consiglio dei dieci assenti”. E in maniera bipartisan, sia chiaro. Sapete cos’ha concluso l’ultimo studio di Goldman Sachs, strutturato per cercare una risposta alla reazione mai così tiepida dell’inflazione negli Usa? Implicitamente, che quella debolezza nella voce che maggiormente agita le sensibilità e le scelte della Fed è stata creata ad arte, al fine di muovere i fili della politica monetaria a proprio piacimento.

Sapete infatti qual è la componente maggiore, per impatto, della voce core negli Usa? La spesa sanitaria, la quale pesa per il 19% del totale. E cos’ha, di fatto, scoperto la ricerca della banca d’affari? Che la rivoluzione dell’Obamacare e il suo conseguente smantellamento sotto l’amministrazione Trump appaiono altrettanti esempi di politiche designate a quello scopo: altro che universalismo dell’assistenza, altro che smantellamento di un carrozzone pubblico e socialisteggiante (a tutto guadagno dei premi delle società assicurative e delle case farmaceutiche). Quel settore andava “regolato” per il semplice fatto che operava in maniera perfetta sulla leva della voce macro che maggiormente può essere manipolata e diventare a sua volta driver di scelte di politica monetaria: taglio o alzo. E, soprattutto, garantire un alibi perfetto, come ci insegna ormai da quattro anni la Bank of Japan.

Era tutto calcolato. E tutto, giova ricordarlo per l’ennesima volta, in funzione del new normal che mantiene artificialmente in vita tutto il carrozzone: il Qe perenne e strutturale. Senza il quale, crolla tutto per mancanza di liquidità ed eccesso – cronico e ormai non più normalizzabile per via ordinaria – di indebitamento, pubblico e privato. E globale. Non ci credete? Guardate questo grafico, legato all’ultimo studio di Morgan Stanley: parla più di mille parole, è il proverbiale grido del bimbo che svela al mondo come il Re sia nudo.

La Fed ha dovuto mettere in pausa – a tempo indeterminato – il suo programma di normalizzazione del costo del denaro e di dimagrimento del bilancio dopo le abbuffate espansive per il semplice fatto che la contrazione delle financial conditions era ampiamente sopra il livello di guardia, rispetto ai cicli precedenti di contrazione. E cosa significa quel financial conditions? Ciò che vi dico da trimestri interi e che fin dall’annuncio del taper da parte della Fed mi ha fatto dire che la Banca centrale statunitense avrebbe dovuto fermarsi prima del termine statutario e, con ogni probabilità, tornare in modalità espansiva: non c’è liquidità. Scarseggia il balsamo che fa scivolare gli ingranaggi di quell’enorme schema Ponzi di debito che ancora qualcuno ha il coraggio di chiamare libero mercato o, addirittura, liberismo selvaggio. Tutto basato su denaro a costo zero delle Banche centrali, di fatto emanazioni dei governi e in mano ai players del mercato, ovvero le banche commerciali e di investimento: sarebbe questo il turbo-capitalismo? Ovvero, i soliti noti che vincono tutte le gare, perché costringono gli altri a correre con i pesi legati alle caviglie?

Io ricordavo concetti come merito, concorrenza leale, domanda e offerta, produttività, price discovery. Roba del passato, amici miei. Ora si è deciso di scommettere solo sul sicuro: come diceva Gordon Gekko, io non lancio freccette su un bersaglio. Direte voi, come mai dopo quell’enorme, infinita sbornia di liquidità a costo zero, quest’ultima è evaporata con pochi mesi di cosiddetto Quantitative tightnening, ovvero il fatto che la Fed abbia deciso di mettere un po’ a dieta il suo enorme stato patrimoniale (perché è quello che ha portato ai crolli autunnali e sotto Natale, non tanto l’aumento dei tassi, quello ha riguardato più i bond e i mercati emergenti)? Per questo, l’avidità. Di tutti, dagli hedge funds più spericolati alle grandi banche d’investimento ma anche a soggetti retail o ai fondi pensione. Questo grafico è la fotografia del nostro tempo. Insieme al prossimo, che ne è il contraltare.

Ci mostra come dopo l’enorme paura natalizia, ovviamente più che attesa dai grandi players – anzi, creata ad arte per garantire un alibi alla Fed – e la conseguente pausa della Federal Reserve nella sua operazione di normalizzazione monetaria, tutto sia tornato come prima: azzardo morale allo stato puro. Da vendita e terrore indiscriminati ad acquisti ed entusiasmo altrettanto acritici in meno di due settimane. Tutto grazie alla Fed. E alla Fed soltanto. Possono dirvi e raccontarvi ciò che vogliono, ma la realtà è solo questa. Ed è stata designata ad hoc, fin da principio. Quelli rappresentati nel grafico sono i levered loans, ovvero prestiti ad alto rischio verso soggetti pesantemente indebitati o addirittura sulla soglia del default, stando al rating di credito. Bene, è bastato lo stop della Fed e tutti si sono lanciati di nuovo come pazzi a comprare immondizia con il badile. E il sorriso sulle labbra.

Tutto bene? No, però chi ha in bilancio quello schifo – i soliti noti, in grado di dettare però l’agenda alla Fed, anche attraverso i buoni uffici di cui godono presso la politica – deve pur venderlo a un prezzo ancora decente, scaricandolo dai bilanci prima che la tempesta vera si abbatta. Déjà vu del 2008, uguale identico. E pensate che sia finita, che terminata la grande paura la Fed tornerà sui suoi passi, rimettendo in piedi il percorso di normalizzazione? Difficile, almeno fino a dopo l’estate. Perché venerdì scorso, la presidentessa della Federal Reserve di San Francisco, Mary Daly, è stata chiara parlando con la Reuters: «Attualmente i banchieri centrali statunitensi stanno dibattendo sul fatto che il controverso strumento dell’acquisto obbligazionario debba essere confinato alla situazioni di pura emergenza oppure se lo si debba usare più regolarmente». Et voilà, i prodromi del Qe perenne e strutturale. La “cassetta degli attrezzi” scomodata da Mario Draghi nell’ultima conferenza stampa per far capire al mercato che si può ricominciare a comprare, se la situazione peggiorasse ancora.

E il tutto è accaduto anche con ampio anticipo sulle mie già catastrofistiche previsioni. Perché? Ce lo dice questo, l’ultimo grafico che come vi annunciavo è il contraltare perfetto a quello sul ritorno dell’azzardo morale, complemento necessario per dipingere a tinte fosche come merita, la situazione in cui stiamo vivendo a livello globale. Dalla crescita verso livelli più che robusti di metà 2018, il Baltic Dry Index, il proxy più diretto del commercio globale e, quindi, dello stato di salute stesso della globalizzazione delle merci, è crollato dei due terzi.

I brokers a Singapore e Londra che noleggiano le grandi navi per il trasporto di materiale “secco” come acciaio, alluminio e carbone, giovedì scorso chiedevano per quel servizio 8.200 dollari al giorni, giù di 500 dollari dalla tariffa richiesta solo il giorno prima! E sapete qual era il livello medio a metà dell’anno scorso? Circa 15mila dollari al giorno, con punte attorno ai 20mila. Un crollo totale. Destinato a continuare a peggiorare per il protrarsi dell’evento stesso che ha innescato questa dinamica: lo scontro commerciale fra Usa e Cina, tirato fuori dal cappello da Donald Trump senza un motivo, poiché all’epoca la narrativa della ripresa globale era ancora forte e condivisa, l’economia americana sembrava un turbo e i terribili dati macro della Cina ancora sotto il tappeto, come la polvere.

Peccato che questo sia servito a fare fesse le opinioni pubbliche, ma non le dinamiche di mercato, le quali come un atleta in debito di ossigeno, hanno tenuto duro finché hanno potuto, dopodiché sono crollate con la lingua a penzoloni a causa della mancanza di liquidità. Et voilà, sia la Fed che la Pboc hanno posto fine alle politiche di contrazione monetaria. Tutto preparato, organizzato, voluto, cercato. Avete però la minima idea di come possa andare a fine sul lungo termine una follia del genere? Io no, forse perché ho il terrore solo a farmela un’idea al riguardo. Qui, però, si pensa all’oro di Bankitalia (fingendo di non sapere come stanno le cose, ovvero che è già stato dato in garanzia alla Bce) e alla vittoria pilotata delle élites al Festival di Sanremo. Mala tempora currunt.

© RIPRODUZIONE RISERVATA