SALARI vs RDC/ Se 1.000 euro sono pochi è colpa delle imprese o del cuneo fiscale?

- Alfonso Ruffo

Secondo molti il Reddito di cittadinanza mostra quanti siano bassi i salari in Italia. Ma ci si dimentica del peso del cuneo fiscale sulle buste paga

Reddito di cittadinanza
Lapresse

Le polemiche degli ultimi giorni intorno al livello dei salari in Italia forniscono lo spunto per il fare il chiaro intorno a una questione molto delicata e altrettanto dibattuta e fortemente condizionata da un assunto di base sbagliato, ma preso per vero anche da persone di solito bene informate. La contesa nasce dalla considerazione che i 780 euro del Reddito di cittadinanza possono scoraggiare giovani e meno giovani disoccupati dal cercare un lavoro perché soddisfatti del livello del sussidio – il più alto in Europa – che si può ben aggiungere al ricavato di un lavoretto in nero.

Ancora di più si può essere incoraggiati ad aggirare la norma se si compara l’assegno statale a uno stipendio di primo ingresso che raramente supera i 1.000 euro. La comparazione, a prima vista, è impietosa: chi mai vorrà lavorare per mille euro al mese se può averne 780 senza far nulla?Naturalmente la discussione è scivolata (è stata fatta scivolare) sulla responsabilità delle imprese: non è il Reddito di cittadinanza a essere troppo elevato, ma il salario pagato dalle aziende a essere troppo basso. Dunque, ecco la facile conclusione, è su questo che si deve agire e non su quello.

Il ragionamento potrebbe tenersi in piedi se non fosse che per ogni mille euro destinati a finire in tasca al lavoratore ce ne sono in media almeno altri 1.200 che se ne vanno in tasse e contributi. Facendo i conti, quindi, uno stipendio base costa all’imprenditore qualcosa come 2.200 euro. Si capisce al volo che la questione è assai differente da come è stata raccontata. E appare evidente quanto sia elevato il tributo che il sistema economico versa in varie forme nelle casse dello Stato: se per alcuni si può immaginare un reddito gratuito è proprio per il salasso riservato ad altri.

La differenza tra quanto costa all’azienda un lavoratore e quanto quest’ultimo percepisce in pratica si chiama cuneo fiscale. Ed è la spina più dolorosa nel fianco di ciascuna impresa seria e di ogni lavoratore in regola che si vedono così sottrarre un pezzo importante delle loro risorse. Stabilito che la fetta maggiore della ricchezza distribuita dal sistema delle imprese torna allo Stato – che si potrebbe pertanto definire come il vero prenditore della vicenda – non si può negare che una maggiore disponibilità di soldi da spendere, un maggior potere d’acquisto, non guasterebbe.

Per questo Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno previsto nel Patto della Fabbrica firmato un anno fa che un eventuale e auspicabile taglio al cuneo fiscale – il promesso e non concesso abbassamento di tasse e contributi a carico delle imprese – vada interamente a beneficio dei lavoratori. Il relativo basso livello dei salari deriva inoltre da un’altra circostanza considerata con colpevole sufficienza: la bassa produttività del lavoro che si trascina da almeno vent’anni. Un’evenienza che può dipendere dalla capacità competitiva delle imprese e dall’efficienza generale del sistema.

Insomma, il problema c’è e va certamente affrontato. Ma per risolverlo bisogna guardare dove nessuno vuole gettare l’occhio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA