SINDACATI E POLITICA/ Le richieste al Governo dopo tante promesse

- Gerardo Larghi

Occorre fare una riflessione importante sulla manifestazione unitaria dei sindacati di sabato scorso. Dovrebbero farla soprattutto i partiti al Governo

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I commentatori ne hanno parlato sottolineando, a seconda della loro supposta imparzialità: 1) il fatto che i sindacati si erano finalmente fatti vivi, loro che per anni avevano appoggiato i leader che tanto male avrebbero fatto alla nostra amata Italia; 2) che i sindacati hanno dimostrato per il lavoro perché questo Governo il lavoro non sa nemmeno cosa sia; 3) che il Pd ha ripreso a vivere. Insomma, la protesta di massa dei sindacati che sabato hanno invaso Roma si collocherebbe a metà tra la resurrezione e il miracolo di Lazzaro. Affermazioni impegnative, se non fossero il frutto di analisi banalotte; ma d’altronde si sa che se si vuol sembrare intelligenti oggi la realtà vuole che uno dica cose semplici in modo piatto. Cioè che si esibisca in analisi farlocche e previsioni bizzarre!

Il dato vero è che sabato a Roma le centinaia di migliaia di persone che hanno riempito piazza san Giovanni erano, almeno per il 50%, le stesse che votarono e voterebbero per il Governo giallo-verde. È questo il primo dato da tener presente: in Italia ci si iscrive al sindacato per tutelarsi e anche per poter protestare contro il medesimo Governo che si è contribuito a eleggere. Fossimo in Giggino e in Matteo a questo penseremmo: lì c’erano i nostri. E che chiedevano i “nostri”?

Chiedevano, a leggere gli slogan, meno social e più sociale; meno polemiche verso gli stranieri e più interventi nelle cause di lavoro, nelle crisi. Chiedevano più soldi per la scuola, per gli ospedali. Chiedevano che il gas naturale sia considerato una risorsa per il Paese e non un problema per qualche piccolo paese. Chiedevano di smetterla di usare i pensionati come un bancomat. Slogan vecchi? Forse, ma, d’altronde, è o non è vero che qualche sindacalista nel frattempo aveva pure spiegato che quota 100 non presenta penalizzazioni?

Non importa: il punto non è questo. Il fatto è che gli italiani, una parte non indifferente della “pancia” del Paese, sabato era in piazza. E come insegnano due maestri di governo della pancia quali sono i nostri vicepremier, quando si scatenano le intestina, ogni appello al cervello è destinato a cadere nel vuoto. La manifestazione di Cgil, Cisl e Uil di sabato in realtà è stata nuova per diverse ragioni. Intanto però escludiamo che essa sia stata importante principalmente in quanto si trattava della “prima volta” del neo segretario della Cgil, Landini: il mitico ex leader della Fiom era già intervenuto in moltissime manifestazioni sindacali.

Più vero è che essa ha riportato la vita politica al tempo in cui le tre confederazioni sindacali agivano di concerto e soprattutto ha spostato l’asse dell’attenzione del mondo del lavoro sull’economia più che su argomenti che dopo mesi di bombardamento sembrano costruiti apposta per impedirci di vedere la drammatica realtà. Quando le previsioni di crescita parlano dello 0,2% hai voglia a cercare gilet gialli in Europa, ad attaccare a destra e a manca a testa bassa, a giostrare sul registro dell’ironia con chiunque ti passi davanti: il popolo di sabato aveva chiaro in testa che la recessione significa taglio di posti di lavoro, chiusura di aziende, mutui che si impennano.

Significa riportare le cose al loro posto naturale: non sono i barconi che ci fregano il posto di lavoro, il problema è che il posto di lavoro non c’è perché da troppo tempo manca una politica industriale (intesa come attenzione complessiva alla crescita ed allo sviluppo). Né, come emergeva sempre da slogan e cartellonistica varia, possono ormai bastare i miliardi della Tav che vengono spostati da una posta di bilancio all’altra manco fossero le mitiche vacche del Duce.

La gente era in piazza perché anche il nostro Governo “giamaicano” sta transitando dal terreno delle attese a quello delle promesse mancate, percorso che per dei politici significa passare dall’essere credibili alla perdita di fiducia. Non parliamo di sondaggi o di previsioni: non siamo né il mago Otelma, né rappresentanti della Trilussa srl, nota società di rilevazione delle intenzioni di voto. Ma l’assoluta trasparenza, tranne qualche sparuta bandiera, delle principali forze di opposizione, durante il corteo e il comizio in piazza sono un ulteriore indizio che il 9 febbraio si è consumata una rottura, o se meglio vogliamo dire, una sorta di tmesi tra un periodo storico e un’altra, una nuova, epoca.

Non che i rappresentati del Pd, e di altre forze soprattutto di sinistra non ci fossero. Per quello c’erano tutti: perfino D’Alema era stato riesumato dalla naftalina. Perfino il Partito Comunista aveva un suo striscione. Tenuto su da 4 ragazzi giovani e di buona volontà. Ma l’assenza delle opposizioni è stata percepibile nella misura e nella qualità delle presenze: è stato come se il corteo fondamentalmente avesse accettato nel suo enorme e vivace corpaccione questi organismi riservando loro, gentilmente ma anonimamente, una particella, ma nel contempo confinandoli lì dentro.

Sabato il mondo sindacale ha dimostrato di aver una sana rappresentanza della realtà economica italiana: in fondo lì c’era tanta gente che conosce il termine evasione solo perché legato alla passione per lo sport o per una sana bevuta tra amici e non come il principale rapporto che si può avere con il Fisco del proprio Stato. Un popolo sano, non arrabbiato, ma meditabondo e inquieto, che si muove in unità (vuoi davvero vedere che toccherà al fiommino Landini dare il via libera all’unità sindacale?), che chiede si risolvere i problemi e lo chiede ovviamente in primis a chi negli ultimi tempi si era candidato perfino ai miracoli.

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