DENTRO IL GOVERNO/ “L’investitura” francese di Tria come anti-M5s

- Giuseppe Pennisi

L’incontro tra Confindustria e Medef a Versailles, che ha visto la partecipazione di Tria, ha dato diversi spunti al ministro dell’Economia

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Giovanni Tria (Lapresse)

L’Europa riparte dall’industria. L’incontro delle delegazioni ad alto livello della Confindustria (guidata dal suo Presidente Vincenzo Boccia) e la sua controparte francese il Medef (guidato dal suo Presidente Geoffroy Roux de Bézleux) tenuto a Versailles il 28 febbraio e il 1° marzo è un passo importante non solo nei rapporti tra Italia e Francia, ma nel processo di costruzione europea in questa fase in cui ci si prepara al rinnovo del Parlamento europeo. Un forte segnale politico è stato dato dalla partecipazione dei due ministri dell’Economia (Giovanni Tria e Bruno Le Maire).

Il segnale politico indica che, superati i problemi che hanno contrassegnato le difficoltà degli ultimi mesi nei rapporti dei due Paesi, Italia e Francia intendono marciare insieme verso una “sempre più stretta integrazione” del continente, mettendo così un freno ai numerosi tentativi di porre un “cordone sanitario” attorno al nostro Paese per evitare che l’instabilità (soprattutto finanziaria) italiana contagi il resto d’Europa, a cominciare dell’eurozona. Non è dato di sapere se tale intendimento è pienamente condiviso dalle forze politiche più marcatamente populiste (nonché con forti venature euroscettiche) che fanno parte del Governo italiano. La presenza del ministro italiano dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, il quale, dopo mesi di silenzio, ha cominciato a fare sentire la propria voce, suggella il carattere “ufficiale”, e pubblico, dell’evento e rende impossibile derubricarlo a mero incontro tra due organizzazioni private.

Per comprenderne appieno il significato, occorre fare un passo indietro. Il 22 gennaio 2018, l’Assemblea nazionale francese e il Bundestag tedesco hanno ratificato simultaneamente il “nuovo Trattato dell’Eliseo” con cui si rinnovava ed espandeva il “Trattato dell’Eliseo” con cui il 22 gennaio 1963 Germania e Francia ponevano fine alle loro secolari dispute e costruivano la prima pietra del percorso che avrebbe portato ai trattati per l’integrazione europea. L’Italia, anche temendo di essere esclusa da un “direttorio europeo” in formazione, propose la redazione di un parallelo “Trattato del Quirinale” tra Roma e Parigi. In effetti, all’inizio del 2018, le delegazioni dei due Stati si sono incontrate a Roma allo scopo di iniziare la redazione del trattato. C’è stata un’unica riunione perché le elezioni e la formazione del nuovo Governo hanno impedito la continuazione della trattativa.

Successivamente, tra Parigi e Roma sono iniziati dissapori prima e poi a ragione del fin troppo aperto sostegno di una forza politica italiana di governo nei confronti del movimentismo francese in chiaro scontro con l’Eliseo. Nel contempo, Francia e Germania hanno intensificato i loro rapporti bilaterali con il Trattato d’Aquisgrana del 22 gennaio 2019 sulla cooperazione economica e politica (anche parlamentare) tra i due Paesi e il 19 febbraio scorso con un “manifesto congiunto” sulla politica industriale europea da rinnovare e innovare per competere a livello mondiale in materia di innovazione, intelligenza artificiale e information technology. Nell’occasione, Bruno Le Maire ha parlato di “momento storico”: “La questione che ci si pone – ha detto – è se vogliamo essere sovrani o no”, soprattutto di fronte alla concorrenza industriale con la Corea o la Cina. Erano le settimane in cui i rapporti tra Italia e Francia erano al livello più basso, tanto che l’Ambasciatore francese a Roma era stato chiamato a Parigi per consultazioni.

Ripartire dall’industria è saggio (anche se parte della politica sta alla finestra). Non solo l’Italia è, dopo la Germania, il Paese dell’Ue con maggiore valore aggiunto manifatturiero, ma i dati Istat sulla contabilità economica nazionale dicono che è stato il traino dell’economia italiana specialmente negli ultimi vent’anni, quando si sono fatte sentire sempre di più le inefficienze e la produttività spesso negativa del terziario (l’agricoltura ha punte di eccellenza, ma fornisce un basso contributo al Pil). D’altro canto, la Francia ha comparti industriali di punta e il settore finanziario (molto più avanzato e dinamico del nostro) possiede aziende manifatturiere (e banche) che operano e forniscono occupazione in Italia.

C’è complementarità tra industria italiana e industria francese e l’interesse comune che l’Europa cresca economicamente e socialmente e – come ha detto il Presidente di Confindustria – divenga un gigante anche politico. Quindi, l’esigenza di una strategia di sviluppo per consentire anche una migliore distribuzione dei suoi frutti. Mentre in Italia c’è ancora chi crede nella decrescita e pare non preoccuparsi che lo stock di debito pubblico dopo avere superato il 132% del Pil nel 2018 ora viaggia il 134% del Pil e mette a repentaglio la stabilità nostra e altrui.

A Versailles, è anche emersa piena convergenze tra mondo della produzione e dell’occupazione su quella linea ferroviaria ad alta velocità da Lisbona a Kiev il cui tratto Lione-Torino pare inviso al ministro italiano delle Infrastrutture e dei Trasporti che utilizza come arma un’analisi costi-benefici criticatissima da tutte le maggiori università italiana e che in Francia ha suscitato commenti irripetibili. Questa infrastruttura, giornalisticamente chiamata la Tav, è diventata la linea di demarcazione tra chi vuole lo sviluppo della produzione e dell’occupazione e chi vagheggia una “decrescita” più o meno “felice”.

Dato che l’Italia è entrata in una recessione che minaccia di essere molto pesante, chi ha responsabilità della politica economica, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, dovrebbe a questo punto non solo fare sentire la sua voce, ma battere i pugni sul tavolo.

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