SPY FINANZA/ Le mosse di Usa, Cina e Russia per far soldi col Venezuela

- Mauro Bottarelli

Il warfare resta il vero moltiplicatore del Pil. Ne si hanno prove anche in quel che sta accadendo in Venezuela in questi giorni

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In Venezuela (LaPresse)

Per carità di Patria, taccio su contenuti e forme del 1° maggio. Mi limito soltanto a dire che se siamo ridotti come siamo, al netto delle supercazzole dei vari governi che si sono succeduti dal 2011 in poi, la ragione va ricercata nelle parole d’ordine di quelle piazze e nella loro perenne caccia alle streghe, furia iconoclasta che spazia senza soluzione di continuità dall’algoritmo ultra-liberista di Amazon che licenzia senza pietà al pericolo del neo-fascismo, passando per la retorica da mondine del Terzo millennio dei cosiddetti riders. Avanti così, poi si lamentano delle delocalizzazioni facili e del dumping fiscale dei Paesi dell’Est confinanti (molti dei quali fanno parte degli “amici” di Visegrad).

Faccio solo notare, prima di chiudere il capitolo, che l’altro giorno a Milano, città ritenuta avanguardia in questo Paese, decine e decine di facoltosi turisti stranieri sono rimasti fuori dal Cenacolo vinciano, con la loro bella prenotazione stampata (e pagata) in mano, perché in questa disgraziata nazione per quindici giorni (da Pasqua in poi è stato uno stillicidio di “ponti” e weekend lunghi) si è lavorato a corrente alternata e guai a chi tocca il 1° maggio, roba che nemmeno Rosa Luxemburg (oggi abbiamo Ambra come succedaneo, segno dei tempi). Non ho sentito al riguardo una sola parola dal solitamente ciarliero sindaco Beppe Sala, forse era impegnato a organizzare la nuova Resistenza contro CasaPound. Capitolo chiuso.

E in attesa che i lavoratori italiani si sveglino, aprano gli occhi e consegnino i sindacati confederali alla storia, costringendoli per la prima volta a fare i conti con la materia di cui straparlano nei comizi come quelli di mercoledì, eccoci al grande tema: la pagliacciata venezuelana. Che, in realtà, tale non è. Per il semplice fatto che sottende dinamiche molto interessanti, alcune direttamente emerse nel dipanarsi del golpe da operetta di martedì scorso, altre più nascoste. Ma non certo meno interessanti. Partiamo da qualche certezza, almeno per quanto mi riguarda, visto che quando ci si infila in vespai simili, il colpo di testa inaspettato è purtroppo una variabile da mettere in conto, non fosse altro per disperazione.

Primo, nessun colpo di Stato serio si fa senza aeronautica. Me lo ha insegnato un vecchio generale di aviazione con addentellati nell’intelligence, tanti anni fa. Non a caso, il golpe turco contro Recep Erdogan del 15 luglio 2016 si è risolto in una pagliacciata molto simile a quello in atto a Caracas. Tremendamente simile. Ma attenzione, se a livello interno quell’atto ha garantito al Sultano mano libera contro gli oppositori di ogni genere, dall’altro lo ha costretto a rivedere le sue alleanze internazionali, visto che il segnale politico è stato chiaro e arrivato altrettanto nitido. Non a caso, tre anni dopo, il potere di Recep Erdogan che sembrava assoluto, ha vacillato non poco alle amministrative di poche settimane fa. Sono corse campestri sulla distanza, sono maratone. Non roba per centometristi avidi di trofei.

Secondo, se davvero si intendeva dare vita a un golpe, la prima mossa sarebbe stata conquistare e mettere sicurezza Maracaibo, non Caracas. Ovvero, la capitale del distretto petrolifero del Paese, la vera cassaforte. Terzo, il vero obiettivo della cosiddetta “insurrezione” è stato liberare il dissidente Leopoldo Lopez, condannato a 13 anni di reclusione e vero uomo su cui punta Washington per il dopo-Maduro. E in questo caso la missione è riuscita con grande dispiego di dissimulazione: Lopez, infatti, ha trovato immediatamente rifugio nell’ambasciata spagnola, novello Assange. Questo nonostante Madrid sia stata l’unica capitale europea a condannare immediatamente il golpe, chiedendo una soluzione pacifica. Strano atteggiamento: chiedi calma perché il neo-vincitore Sànchez non può permettersi di scontentare i potenziali alleati di Podemos, filo-Maduro, ma al tempo stesso garantisci asilo a tempo record al nemico politico numero uno del regime chavista.

Quarto, finalmente Mosca ha potuto raggiungere il suo scopo, una vittoria di Pirro che però diplomaticamente in questo momento era necessaria. Stanare il Dipartimento di Stato Usa e il suo utilizzo del Venezuela come ennesimo proxy geopolitico. Lo scambio di accuse e minacce relativamente alle interferenze fa molto Guerra fredda 2.0, sembra Rocky contro Ivan Drago. Nel senso che è credibile e patetico allo stesso livello. Quinto, fossi Juan Guaidó farei testamento. O taglierei la corda, in fretta. E non per paura di Maduro, il quale anzi ha tutto da guadagnare ad avere in vita e ben attivo un pupazzo di quel livello, bensì dei suoi presunti amici. Quelli a cui interessava togliere di galera Lopez e che, parliamoci chiaro, di golpe in Sud America qualche esperienza ce l’hanno.

Per quanto siano arrugginiti, figuracce simili a Washington non sono soliti farle. In compenso, visto il cul de sac infinito e un po’ umiliante in cui rischia di trascinarsi la situazione, il “martirio” di Guaidó potrebbe risultare tremendamente comodo, una via d’uscita perfetta. Anche in questo caso, diciamo che relativamente all’ipotesi di colpi d’arma da fuoco tra la folla – da attribuirsi a folli o fanatici, dipende dal contesto – che giungono a puntino per risolvere situazione delicate, c’è qualche precedente. A Dallas, uno autorevolissimo.

Avete notate, poi, il silenzio tombale della Cina? E signori, Pechino non ha di certo meno da perdere di Mosca nella disputa caraibica. Ce lo mostra questo grafico: se per caso Guaidó, Lopez o chi per loro dovessero davvero prendere il potere e mettere mano all’unica fonte di ricchezza del Paese, il petrolio, pensate che ripagare i debiti contratti con il Dragone – roba con qualche zero in coda – sarà la loro priorità?

E stiamo parlando di un momento in cui, guarda caso, Washington ha tolto ufficialmente le esenzioni rispetto alle importazioni di petrolio iraniano per otto Stati, Italia compresa. La Cina ha ovviamente mostrato i muscoli, rispondendo con un salviniano “me ne frego”. Ma qualcosa, nella realtà, cozza. E non di poco. Se Pechino è così certa delle proprie mosse perché, come ci rende noto la Reuters, da mesi al largo del porto cinese di Dalian si trova una petroliera con a bordo 20 milioni di barili di greggio iraniano, controvalore di circa 1 miliardo di dollari e nessun azienda cinese si azzarda a scaricarlo? Non ne hanno bisogno, forse? Allora perché comprarlo? E una volta acquistato, perché tenerlo a mollo, in quella che in gergo tecnico viene definita modalità bonded storage? Eppure, questo grafico ci mostra come fino ad aprile compreso, Pechino abbia comprato greggio iraniano in modalità strutturale e sistemica: perché quei 20 milioni di barili ora restano al largo, proprio a ridosso della scadenza imposta dal Dipartimento di Stato?

Non staremo forse assistendo, come vi dico da mesi, a una recita a soggetto dei due principali attori globali, il cui unico scopo è quello di creare le condizioni di un Qe perenne che eviti l’ecatombe sui mercati, al netto di economie che appaiono tutt’altro che floride come ci vorrebbero far credere i dati macro ufficiali? Il dubbio viene, almeno a me.

Perché sempre il 1° maggio, quando la Fed aveva reso nota da pochi minuti la sua decisione di mantenere i tassi principali inalterati ma di tagliare di 5 punti base quello applicato sulle riserve in eccesso (classico proxy di intoppi nella disponibilità di liquidità nel sistema), facendo impazzire gli algoritmi, ecco che la solita “fonte anonima” interna all’amministrazione statunitense rilanciava l’argomento pret-a-porter: l’accordo commerciale con la Cina è a portata di mano, raggiungibile addirittura entro venerdì della prossima settimana. Una continua guerra di voci e controvoci, smentite e conferme, mosse e reazioni: insomma, dissimulazione allo stato puro.

In compenso, appare istruttivo questo ultimo grafico, fresco di dati relativi all’intero 2018. Non solo, stando a elaborazioni dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), l’anno scorso la spesa militare globale ha raggiunto il record di 1,82 triliardi di dollari, più 2,6% su base annua e il massimo dal 1988 (ovvero, da quando ancora c’erano la Guerra Fredda e il Muro di Berlino), ma proprio Pechino e Washington sono stati, guarda caso, i driver di quell’incremento di spesa.

Warfare, signori, l’unico, vero, infallibile moltiplicatore del Pil; soprattutto in tempi di congestione da mal-investment keynesiano e, quindi, di rallentamento delle dinamiche macro. E voi, in tutta onestà, pensate che un risultato simile sarebbe stato possibile senza il clima di paura permanente e globale instaurato da Donald Trump e Xi Jinping, ovviamente con la partecipazione attiva di Vladimir Putin? Pensate che senza lo spauracchio a orologeria dell’Isis e, più in generale, del terrorismo islamico o dei mille conflitti proxy in atto – dallo Yemen alla Siria, dal Mali al Venezuela – sarebbe stato possibile?

Pensate che senza la barzelletta da Dottor Stranamore in sedicesimi della Corea del Nord e del suo leader-macchietta, gli Usa avrebbero venduto armi per miliardi e miliardi alla Corea del Sud, compreso lo scudo spaziale anti-missile e addirittura convinto il Giappone a cambiare la propria Costituzione post-bellica, orientandola verso un presupposto difensivo da conflitto permanente? Pensate che la Cina avrebbe riempito di armi mezza Asia centrale, senza creare tensioni? Pensate che senza la retorica del pericolo curdo e del doppio gioco statunitense, la Russia avrebbe convinto la Turchia, membro della Nato, a comprare batterie anti-missile S-400?

Siamo seri, per favore. Volete credere alla pagliacciata venezuelana, alla lotta per la libertà, a Maduro dittatore e Guaidó novello Kennedy del Sud America? Fate pure. Volete credere alla guerra commerciale? Fate pure, ognuno muore a modo suo, anche guardando i due competitor finali eliminare in corso d’opera tutti i possibili outsiders, leggi l’Europa in testa. Siamo nel pieno di un Risiko senza precedenti, ma il nostro Paese si interroga sull’emergenza fascismo alle commemorazioni di Ramelli, si affida a leader sindacali la cui retorica e le cui ricette sarebbero suonate antiche anche nei dialoghi de La classe operaia va in paradiso con l’indimenticato Gian Maria Volontè oppure si strugge con finto cuore in gola di fronte ai litigi dei due contraenti il patto di governo, quasi ciò che viene deciso a palazzo Chigi – regno fatato delle “varie ed eventuali” – avesse davvero senso e valore. Si stanno giocando partite ben più serie e pericolose nei piani alti del mondo: noi, solitamente, non siamo nemmeno invitati. Ma, come i protagonisti sfigati delle canzoni di Elio e le storie tese, portiamo i dischi alla festa per far ballare gli altri. Forse è ora di cambiare musica. O di arrendersi.

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