Chi difende l’assistenzialismo

- Giorgio Vittadini

Se taluni aspetti della lectio magistralis di Mario Draghi sono stati valorizzati, ce ne sono altri, per nulla ripresi, e non a caso: gli statalisti di ogni colore confondono l’autonomia degli istituti pubblici con la dittatura ideologica di gruppi di docenti e non docenti; considerano la parità scolastica come problema confessionale, si oppongono all’introduzione di metodi di valutazione della qualità, ignorano l’introduzione di fondazioni pubblico-private nella scuola (come invece ha fatto Blair), ritengono la libertà di scelta delle famiglie, supportata da voucher, deduzioni, detrazioni fiscali, come un cedimento al mercato selvaggio. Draghi, al contrario, ha affermato che occorre garantire pari opportunità di accesso alle scuole e che occorre valorizzare l’eccellenza aumentando “la concorrenza tra gli istituti pubblici e privati, con modalità di finanziamento che da un lato, premino le scuole migliori e dall’altro trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne le possibilità di scelta”.

Molti commentatori hanno già messo in luce l’importanza della lectio magistralis del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi all’Università La Sapienza di Roma. Limitandoci in questa sede ad analizzare gli aspetti riguardanti l’istruzione superiore, è comunque importante ricordare che il Governatore ha riproposto l’investimento in capitale umano quale politica di sviluppo e redistribuzione, contro la logica degli enormi trasferimenti assistenziali ancora di moda. Ancora, Draghi ha sfatato luoghi comuni, sostenendo che i problemi della scuola secondaria non dipendono dall’insufficiente ammontare di risorse pubbliche ad essa destinate e che occorre perseguire, insieme all’uguaglianza di opportunità di ingresso nella scuola, una promozione delle eccellenze, indispensabile anche per aiutare i meno abbienti a migliorare la loro condizione sociale.
Se questi aspetti della lectio di Draghi sono stati valorizzati, ce ne sono altri, per nulla ripresi, e non a caso: gli statalisti di ogni colore confondono l’autonomia degli istituti pubblici con la dittatura ideologica di gruppi di docenti e non docenti; considerano la parità scolastica come problema confessionale, si oppongono all’introduzione di metodi di valutazione della qualità, ignorano l’introduzione di fondazioni pubblico-private nella scuola (come invece ha fatto Blair), ritengono la libertà di scelta delle famiglie, supportata da voucher, deduzioni, detrazioni fiscali, come un cedimento al mercato selvaggio.
Draghi, al contrario, ha affermato che occorre garantire pari opportunità di accesso alle scuole e che occorre valorizzare l’eccellenza aumentando “la concorrenza tra gli istituti pubblici e privati, con modalità di finanziamento che da un lato, premino le scuole migliori e dall’altro trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne le possibilità di scelta”.
Non sono tesi nuove: se ne è discusso ampiamente all’Expo del Capitale Umano del 2005 e del 2006, presente il ministro Moratti; sul numero di Atlantide del marzo di quest’anno, dedicato per intero all’educazione; al Meeting di Rimini del 2005 e del 2006 e, ancora recentemente, su Il Sussidiario, supplemento de Il Riformista. Sono le tesi, fieramente osteggiate da alcuni – si veda Enrico Panini, segretario CGIL Scuola -, ma analizzate su basi scientifiche anche da molti studiosi italiani; discusse dal “Gruppo del buon senso”, bipartisan, nella precedente legislatura; fatte proprie da alcune Regioni, come la Lombardia, per introdurre i voucher per le famiglie; considerate dall’Invalsi per promuovere, nella precedente legislatura, le due rilevazioni per una valutazione – su base volontaria – della qualità delle scuole.
Il fatto che oggi le sostenga una persona autorevole come il Governatore Draghi le rende un piccolo manifesto per una vera liberalizzazione della scuola basata su autonomia, libertà di insegnamento, valutazione del merito e libertà di scelta delle famiglie, in un contesto di parità scolastica. Attuarle significa permettere il vero cambiamento culturale di cui ha bisogno l’Italia: una rinnovata stima per la libertà di educazione, considerata come “introduzione alla realtà totale”, che può più facilmente incidere sul sistema dell’istruzione in quanto tale. Non perdiamo questa occasione, per il bene di tutti.

© Il Giornale



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori