SCUOLA/ Perché l’ora di religione cattolica fa bene anche ai musulmani

- Costantino Esposito

Fa ancora discutere la proposta avanzata nel mondo politico di introdurre l’insegnamento della religione islamica nelle scuole. Ma non bisogna dimenticare che l’ora di religione cattolica non è destinata solo ai cattolici praticanti: essa dovrebbe essere piuttosto un contributo per tutti. Ecco perché

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Vale forse la pena riflettere ancora sulla proposta, avanzata qualche giorno fa da alcuni politici, di introdurre nella scuola italiana (statale e non statale) un’ora di religione islamica, da intendersi in alternativa all’ora di religione cattolica – che già adesso, come si ricorderà, può non essere scelta dagli studenti – e rivolta presumibilmente ai ragazzi di fede islamica che intendano avvalersene.

 

Il guadagno – si dice – starebbe da un lato nel riconoscimento di un principio di eguaglianza nella scelta di approfondire la propria tradizione di appartenenza, già concessa agli studenti cattolici o che si riconoscono semplicemente nella tradizione cattolica del nostro Paese; dall’altro starebbe nell’evitare che la formazione coranica si traduca in un indottrinamento ideologico e potenzialmente eversivo rispetto ai principi democratici e pluralistici della nostra società, come avviene purtroppo in alcune moschee sottratte ad ogni tipo di controllo.

Per quanto riguarda la legittimità di principio di un diritto religioso ed educativo, e al tempo stesso la sua impraticabilità nella concreta situazione attuale del nostro Paese, ha già scritto con grande precisione e realismo Massimo Borghesi su ilsussidiario.net di ieri. A me preme oggi evidenziare almeno due motivi che mi sembra ci costringano a riconsiderare attentamente il problema sollevato (sia pure, come alcuni ipotizzano, per motivi di mera strategia politica), evitando sia la reazione compiaciuta di quanti, per motivi ideologici, ritengono questa proposta qualcosa di semplicemente “dovuto” agli immigrati nella nostra nazione e ai loro figli, sia la reazione contrapposta, ma simmetrica, di quanti si trincerano nella rivendicazione della nostra tradizione come esclusiva ed escludente tutto ciò che di fatto, volendolo o non volendolo, si sta innestando in essa.

Il primo rilievo riguarda il senso storico, vale a dire la consapevolezza dello spessore culturale e del significato “simbolico” sedimentato al fondo dei principi individuali e delle pratiche sociali che costituiscono il nostro orizzonte comune di riferimento. Senza la tradizione cristiana nella quale siamo stati educati – è bene non dimenticarlo – ci sarebbe impossibile quel senso quasi innato di rispetto ultimo della dignità e dei diritti di ogni essere umano, che deriva dal suo essere in rapporto diretto e insopprimibile con Chi lo ha creato, e lo salvaguarda dalle pretese di ogni altro potere.

Ma forse ci sarebbe sconosciuta anche l’idea che ciascuno vale per il fatto stesso di esserci e non per il suo censo o per la sua mera capacità o la sua ricchezza, appunto perché ciascuno è voluto come un fine in se stesso. Ed è di qui che nasce una concezione della storia e del destino umano non inteso come un fato imperscrutabile che schiaccia, ma come un cammino in cui a ciascuno è chiesto di svolgere la sua parte da protagonista e non da schiavo, in base alla sua ragione e alla sua volontà libera.

Da questo punto di vista sarebbe erroneo ritenere che l’offerta dell’ora di religione cattolica sia destinata solo ai cattolici praticanti: essa dovrebbe essere piuttosto un contributo per tutti, un invito ad approfondire l’origine di quella coscienza di sé e del mondo che – sia pure in forme diversissime e spesso travagliate – ha segnato la storia della nostra umanità. Sospendere o negare questo giudizio in nome di una formazione parallela dei ragazzi nello loro rispettive tradizioni non sembra affatto garantire la conquista di un dialogo effettivo e di una comprensione reciproca, piuttosto che una più acuita estraneità.

 

Ma è anche vero – e bisogna riconoscerlo con grande franchezza – che questa sedimentazione di valore che ci viene dalla nostra tradizione, vale a dire la possibilità concreta e condivisa di riconoscere che qualcuno o qualcosa “vale” davvero perché porta in sé un senso irriducibile, sembra assottigliarsi sempre di più, e l’orizzonte di riferimento rischia di diventare sempre più lontano, sbiadito e incerto.

 

Per questo motivo, a mio giudizio occorre sottolineare, accanto e attraverso il senso storico, anche un senso critico o razionale della questione: la convivenza e il dialogo fra tradizioni culturali e religiose diverse è una grande sfida, non solo perché coloro che vengono da altri Paesi si integrino nell’orizzonte condiviso dei nostri principi e valori, ma perché noi stessi non diamo per scontati questi principi e questi valori, o accettandoli per inerzia, senza coscienza, o negandoli per partito preso e per conformismo ideologico.

 

Non basta il ricordo o la celebrazione di una lunga tradizione, se essa non viene verificata nelle sue ragioni presenti, cioè nel suo essere o non essere capace di dare risposta soddisfacente – ossia razionale e verificabile – ai problemi delle persone e delle società contemporanee. Come la nostra stessa tradizione ci ha insegnato, anche oggi quello dell’“altro da noi” è principalmente un problema che mette in gioco la coscienza della nostra stessa identità.

 

Da questo confronto, certo, potrebbe emergere che questa identità è ormai dissolta, ma potrebbe anche aprirsi una nuova chance, come uno che ci chieda insistentemente chi siamo. Il punto è se sapremo o vorremo rispondere.







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