SCUOLA/ Docenti verso una vera professione? Non tutti i conti tornano…

- Fabrizio Foschi

Tutto sembrerebbe andare per il verso giusto dal punto di vista della costituzione di una vera e propria “professione docente”, ma qualcosa ancora non quadra. FABRIZIO FOSCHI analizza le cause di una riforma della carriera dei docenti che stenta a decollare

cattedraR375_06ott09

La strada verso la trasformazione dell’assetto giuridico ed economico del docente in una professione sembrerebbe segnata. La proposta di legge Aprea (e testi abbinati) parla chiaro: la professione docente si articola nei tre livelli distinti di docente iniziale, docente ordinario e docente esperto. A ciascun livello competono delle responsabilità nell’ambito del rapporto con la classe e dell’istituzione scolastica che coincidono con un trattamento economico differenziato. Nello stesso disegno si specifica, anche, che l’attività del docente è soggetta ad una valutazione periodica. Queste, in estrema sintesi, le linee di intervento sulle quali a breve (si spera) il Parlamento sarà chiamato a legiferare. C’è un consenso politico e culturale trasversale che circonda la sostanza di questo progetto: consenso della maggioranza di governo, più volte espressa dal Ministro Gelmini, consenso della parte riformista dell’opposizione e di parte del sindacato, consenso di un’opinione pubblica che conta. Altri sintomi che qualcosa si stia muovendo sono, per esempio, la critica della categoria di “funzione docente” condotta giustamente su queste pagine da Max Bruschi. Lo stesso decreto salva-precari, che attiva nei docenti già titolari di un incarico annuale nel 2008/2009, e oggi a rischio di disoccupazione, la decisione di aderire al “contratto di disponibilità” per supplenze brevi di qualunque durata, si muove (come ci ha spiegato Gianni Bocchieri) nella direzione di una responsabilità personale rispetto alla propria scelta professionale, pur condizionata dall’incertezza lavorativa.

Insomma, tutto parrebbe pronto per il grande balzo, quello segnato per gli insegnanti, come ricordava il documento della CdO “Una scuola che parla al futuro”, da «uno stato giuridico autonomo ed una progressione della carriera che tenga conto anche delle competenze e della valutazione del merito».

 

Eppure si ha come l’impressione che manchi qualcosa, un pezzo importante: chiamiamolo consenso della base o qualcosa di simile. Non c’è, tra gli insegnanti, una cultura professionale diffusa, o meglio, c’è tanta buona volontà (nei più), molta disponibilità a mettere in discussione il proprio lavoro, ma scarsa attitudine (tranne eccezioni) a calarsi nella parte del professionista che, forte dei titoli e delle competenze che ha guadagnato sul campo, decide di proporre il proprio profilo vocazionale e tecnico alla scuola autonoma, entrando in questo modo in sintonia con i piani dell’offerta formativa che risultano (o dovrebbero risultare) diversi gli uni dagli altri.

Manca una cultura professionale diffusa, complice il ruolo marginale che nella scuola italiana hanno sempre avuto le associazioni professionali dei docenti, rispetto ai ben più potenti sindacati con i quali i governi (tramite l’Aran) firmano i contratti di lavoro.

Di fatto le organizzazioni sindacali hanno giustamente sostenuto la dialettica stipendiale, ma ostacolato la progressione della carriera (non tanto quella economica basata sulla anzianità lavorativa, bensì quella connessa con l’incremento dei compiti che la situazione complessa della scuola chiede di assumere).

Complice una mentalità monopolista e sostanzialmente assistenzialista della gestione dell’istruzione, che non contempla l’ipotesi di una reale concorrenzialità tra diversi soggetti gestori del servizio.

Complice, è la ragione principale delle storture, un’autonomia delle scuole ancora imperfetta, che non arriva al riconoscimento dell’autonomia finanziaria delle stesse, con conseguente possibilità di assumere il personale.

Complice, bisogna ammetterlo apertamente, un sistema dell’istruzione che è paritario solo sulla carta, per cui la parità riconosciuta sul piano giuridico non è ancora divenuta parità economica.

Complice ancora, è forse il nodo più serio, la mancanza di un metodo che possa aiutare i docenti a comprendere il vantaggio di un’articolazione e progressione della carriera.

Si potrebbe formulare in questo modo la soluzione: fare di tutto per valorizzare quello che già esiste. Si tratta cioè di far capire che una posizione giuridica nuova determinata dalle più significative esperienze di scuola in atto (di coinvolgimento del docente con i propri alunni, di attivazione di percorsi di insegnamento e apprendimento che favoriscono le attitudini dei ragazzi, di costruzione di rapporti con il territorio) costituisce per il docente una cornice normativa che lo garantisce e promuove professionalmente. È nella responsabilità del docente che sceglie di istruire ed educare offrendo anzitutto la propria personalità come termine di paragone che devono essere ancorate le fasi di un avanzamento professionale. Condiviso con i colleghi, con le famiglie, con gli studenti, ma non imposto né bloccato da logiche corporative o proprie di una collegialità ideologica.

In questo senso, allora, il primo elemento di un quadro diverso sarà l’iter formativo del nuovo docente e, subito dopo, la modalità del suo reclutamento. La politica faccia dunque il suo corso senza deviazioni dalla meta, senza dimenticare però che i tempi troppo lunghi non giovano alla causa. E senza abbandonare nel frattempo ad un destino incerto tanti neolaureati o giovani insegnanti che, dopo essersi orientati all’insegnamento e oggi senza abilitazione, attendono di sapere se e quando entrare in gioco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori