SCUOLA/ Dalle prove Invalsi tre consigli alle scuole primarie per competere con gli altri Paesi

- Tommaso Agasisti

TOMMASO AGASISTI analizza approfonditamente i dati dell’ultimo rapporto invalsi sulle scuole primarie evidenziando i buchi neri del sistema educativo e portando ad esempio alcuni modelli stranieri di eccellenza

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È stato appena pubblicato il rapporto dell’INVALSI sugli apprendimenti della scuola primaria (analisi sugli studenti di II e V classe primaria). La notizia è già, di per sé, molto positiva, perché testimonia una ripresa di attenzione sul tema della valutazione delle prestazioni del nostro sistema scolastico. I risultati evidenziati dalle indagini internazionali come PISA e TIMSS hanno sollecitato una nuova riflessione sui risultati dei nostri studenti, che emergono sempre come inferiori rispetto a quelli degli altri studenti europei. L’INVALSI ha avviato un ampio percorso di analisi, sia con la messa a regime della prova standardizzata per l’esame di stato al termine della scuola secondaria di I grado, sia con l’analisi degli apprendimenti degli studenti di II e V classe della scuola primaria, anche con l’intenzione di avviare un’analisi del “valore aggiunto” (in termini di apprendimento) generati dalle scuole. La vera bella notizia è che queste indagini consentono di (iniziare a) uscire dal giudizio basato sulle idee e sugli aneddoti, e di entrare invece nel merito attraverso dati, numeri, informazioni quantitative. Riteniamo opportuno, pertanto, che tali indagini (e le analisi che su esse possono essere realizzate) possano continuare e consolidarsi nel tempo.

Entrando nello specifico dell’ultimo rapporto pubblicato, i dati INVALSI confermano alcune evidenze, e lasciano ancora aperti, invece, alcuni interrogativi.

Tra le evidenze confermate dall’indagine, vi sono (I) le differenze di apprendimento tra nord e sud del Paese – e soprattutto l’acuirsi di queste differenze nel tempo (esse sono maggiori nella classi V che nelle classi II) -, (II) il problema degli studenti di cittadinanza straniera, e (III) la varianza di punteggi tra classi e studenti dentro le scuole.

 

Per quanto riguarda il primo aspetto (divario Nord-Sud), l’abitudine a sentire ripetere questo dato non può giustificare una tranquillità nel giudicarlo. È necessario che la ricerca sul campo cerchi di spiegare l’origine della differenza di prestazioni tra Nord e Sud, soprattutto perché queste differenze iniziano sin dai primi anni di scuola e nel tempo si amplificano. Quando gli studenti arrivano agli ultimi anni della scuola secondaria, e all’università, questi divari sono oramai incolmabili e l’effetto sul capitale umano del Mezzogiorno è enorme, e contribuisce ad aumentare il divario di produttività e di conoscenza. In termini di implicazioni di policy, forse sarebbe meglio destinare le risorse e le energie a intervenire sui differenziali di qualità dell’istruzione, piuttosto che puntare solo sulla riqualificazione economica: solo investimenti seri nel capitale umano possono influenzare le dinamiche di sviluppo del Mezzogiorno nel medio/lungo periodo.

Le basse performance degli studenti di cittadinanza straniera impongono una riflessione sulle modalità migliori di integrazione di questi ragazzi nel nostro sistema scolastico. Gli anatemi, di qualunque tipo (e in questi giorni stiamo assistendo a una “gara di dichiarazioni”), aiutano poco in questa direzione. Anche in questo caso, le indagini possono aiutare a capire quali siano gli insegnamenti o le parti di insegnamento su cui i ragazzi stranieri faticano maggiormente, per favorire interventi mirati. L’integrazione degli alunni stranieri deve divenire una priorità del nostro sistema scolastico, e questa priorità può essere affrontata solamente attraverso una analisi seria ed accurata dei differenziali di conoscenza.

 

 

Infine, la grande varianza dei punteggi all’interno delle scuole, e tra classi della stessa scuola, suggerisce che il nostro sistema scolastico non in grado di assicurare una vera uniformità di insegnamento, neppure nella scuola primaria. Da questo punto di vista, occorre capire quali sono le vere determinanti delle prestazioni degli studenti, perché se due studenti della medesima scuola ottengono risultati molto differenti tra loro, trovandosi in due classi diverse, vi devono essere ragioni specifiche che spiegano questo differenziale. I fattori candidati a spiegare questo fenomeno sono almeno tre: (I) l’abilità innata dei bambini (difficilmente misurabile), (II) l’ambiente sociale, economico e culturale delle famiglie d’origine, e (III) le differenze tra gli insegnanti delle diverse classi. Con riferimento a questi ultimi due punti, l’analisi INVALSI dovrebbe essere affinata nel prossimo futuro, per raccogliere dati sulle caratteristiche dei genitori e degli insegnanti: con queste informazioni, si potrebbe capire meglio quali fattori sono maggiormente rilevanti e, di conseguenza, disegnare politiche di intervento più precise e mirate.

Un’ultima riflessione. Le analisi dell’INVALSI, se verranno proseguite ed affinate nel tempo, potranno mettere a disposizione un numero di informazioni molto rilevanti. Queste informazioni, per il momento, sono disponibili (nel loro grado di dettaglio) solamente al policy maker (il Ministero), che può utilizzarli per definire le proprie politiche. A nostro parere, occorre tendere verso un modello di utilizzo di queste informazioni anche da parte delle famiglie.

Nel Regno Unito, ad esempio, i dati sugli apprendimenti degli studenti sono resi pubblici (aggregati a livello di scuola), così che le famiglie possano scegliere con più consapevolezza le scuole migliori per i propri figli. Per questa via, le scuole sono incentivate a competere sulla qualità, per attirare il maggior numero di studenti, e conseguentemente più fondi pubblici. L’esperienza inglese ci deve far riflettere per il futuro: forse, un sistema che valorizzi di più la scelta delle famiglie, e la competizione di qualità tra le scuole, potrebbe essere benefico anche per il nostro Paese.

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