ESAMI DI STATO 2011/ Maturità, la versione di latino (Seneca) tradotta da uno studente universitario

Esami di stato 2011. Maturità, traduzione della versione di latino al classico (Seneca): Ad Lucilium. Vi proponiamo il testo originale e la traduzione a cura di TOMMASO MONTORFANO

23.06.2011 - La Redazione
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Immagine d'archivio

Esami di stato 2011. Maturità, traduzione della versione di latino al classico (Seneca): Ad Lucilium – Si è saputa subito, dalle 8.30 di stamattina, la versione di latino su cui si sono dovuti mettere all’opera gli studenti del Liceo Classico. Tratta dalle Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio), la versione non presenta moltissime difficoltà, solo qualche espressione formulare, una sintassi leggermente più complessa verso la fine del testo e una doppia negazione che in latino si annulla. Il Ministero dell’Istruzione non ha ancora pubblicato sul sito le tracce ufficiali, ma su diversi siti sono circolate fotografie attendibili della versione. Vi proponiamo di seguito il testo originale e la traduzione, a cura di uno studente universitario, Tommaso Montorfano.
Testo latino: “Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet 1quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia2 quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut3 ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus4 gaudet, non concupiscit absentia; nihil non5 illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus”.  Seneca Ad Lucilium Liber VIII – Lettere LXXII-LXIV


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Chiunque si risolverà ad essere felice, consideri come unico bene ciò che è degno d’onore; infatti, se valuta che ce ne sia qualcun altro, anzitutto ha un giudizio errato circa la provvidenza, poiché agli uomini giusti accadono molti inconvenienti, e poiché tutto ciò che ci ha donato è cosa breve e limitata, qualora lo si paragoni alla vita dell’intero mondo. Da questo compianto nasce che dei favori divini siamo interpreti senza gratitudine: lamentiamo il fatto che non siano sempre, e che ci tocchino in sorte scarsi, incerti e destinati ad andarsene. Quindi ne viene che non vogliamo né vivere né morire: ci possiede l’odio della vita, della morte il timore. Fluttua ogni nostra decisione, né alcuna prosperità ci sazia. Ora, il motivo è che non abbiamo raggiunto quel bene non misurabile e non superabile dove la nostra volontà è necessario che si fermi; poiché non vi è luogo oltre la sommità. Domandi per quale ragione la virtù non manchi di nulla? Gode dei beni presenti, di quelli assenti non ha brama; di ciò che è sufficiente, non v’è nulla per essa che non sia grande. Allontanati da questo giudizio, e non sussisterà pietà, non lealtà; chi ambisce a garantire l’una e l’altra deve sopportare molte di quelle che si chiamano disgrazie, deve sacrificare molti di quelli cui accondiscendiamo come se fossero beni. Va perduta la fortezza d’animo, che ha l’obbligo di mettersi alla prova; va perduta la grandezza d’animo, che non può elevarsi se non ha disprezzato come piccolezze le cose che il volgo ricerca a modo delle più grandi; va perduta la riconoscenza e la dimostrazione di riconoscenza se abbiamo paura della fatica, se conosciamo qualcosa più prezioso della lealtà, se non fissiamo lo sguardo sulle cose più nobili.

(Tommaso Montorfano, laureando in Lettere Classiche nell’Università Statale di Milano)

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