SCUOLA/ Italia, paese di presidi vecchi? Ecco chi dobbiamo ringraziare

- Roberto Pellegatta

Ieri il Corriere della Sera ha dato enfasi all’età dei presidi italiani, che sono i più anziani d’Europa. Un dato che dovrebbe interpellate politici e governo. ROBERTO PELLEGATTA (Disal)

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Ieri il Corriere della Sera ha dato enfasi all’età dei presidi italiani, che sono i più anziani d’Europa. A dire il vero fatico a scandalizzarmi sull’alto trasso di anzianità di dirigenti scolastici e docenti in Italia rispetto a Stati dove l’età è di gran lunga inferiore. Ma chi ha stabilito che tutti vanno in pensione dopo i 65 anni? Chi sì è stracciato le vesti contro la possibilità nella scuola di uscire prima dal lavoro, a condizione di pensioni più basse? La matematica non sgarra: se si allunga il periodo di lavoro, l’età media di chi lavora si innalza. Detto questo, credo ci si debba inchinare al coraggio eroico di una maestra nell’entrare in una prima classe a 65 anni, o a quello di una professoressa di lettere ad entrare alla stessa età in una prima media.

È vero: i presidi italiani sono i più vecchi d’Europa. Grazie all’incapacità della politica, all’assenza di attività nella pubblica amminstrazione ed alla costanti rivendicazioni sindacali. Nel frattempo chi rimane, la maggior parte delle volte, sostiene con passione, senza riconoscimenti statali, una baracca piena di guai, di liti sindacali, di incombenze burocratiche inenarrabili (li ho contati quest’anno: da settembre ad oggi abbiamo dovuto risponder a 24 monitoraggi dal ministero, dall’Ufficio regionale e da quello provinciale: il che vuol dire una persona in segreteria adibita solo a questo!). Poi vai al Convegno internazionale di TreElle e della Fondazione per la Scuola, ascolti i colleghi francesi, tedeschi e inglesi e credi di essere in un altro mondo, Marte o forse Plutone.

Scopri che in Francia i concorsi a preside e a professore si fanno regolarmente ogni due anni, che in Inghilterra non sono mai esistite le graduatorie e l’assuzione di un capo di istituto la fa il Consiglio di amministrazione di una scuola (comunale, statale o privata che sia) mettendo un annuncio sul giornale e facendo anche fino a due giorni di colloqui con ogni candidato per conoscere dal vivo competenze, capacità e conoscenze.

Da noi l’ultimo concorso a preside è arrivato dopo 8 anni e quello a docente dopo 13 anni, naturalmente escludendo i giovani perché i sindacati debbono prima sistemare le interminabili graduatorie. Concorsi ormai che sono diventati affari privati visti l’enorme numero di ricorsi, così che finiremo ad avere vincitori stabiliti dalle magistrature invece che da verifiche sulle competenze e sulla preparazione professionale.

Scopri che in Inghilterra e in Germania si fatica a trovare chi si candida alla presidenza di molte scuole, mentre l’ultimo concorso italiano non ancora finito ha visto 38mila domande per 2.300 posti diventati poi 1.800. E non è ancora finito dopo un anno e tre mesi, specie per gli aspiranti presidi lombardi che proprio entro dopodomani attendono che il Consiglio di Stato stabilisca che non basta una busta leggibile dall’esterno per dimostare che qualcuno vi abbia davvero letto dentro. Follie italiane. Ma si sa: noi brilliamo di fantasia.

Scopri che in Francia e in Germania chi sceglie i docenti comincia dal top tra i laureati, perché è una professione ambita, mentre da noi (lo dicono ricerche recenti) gran parte degli studenti non la considera neppure tra le professioni alle quali pensare.

Scopri che in Francia (popolazione come quella italiana) ci sono 14mila scuole; che in Inghilterra (popolazione minore) sono 23mila. Da noi da quest’anno sono diventate 7.900 e moltissime sono di 2mila alunni. Ne conosco alcune, alle superiori, di 2.300 alunni! Scopri che un dirigente scolastico può arrivare ad avere 13 sedi da seguire con nessuno che gli paga la benzina per farlo. Mentre il ministero ha trovato i soldi per pagare viaggio in treno e pasti a centinaia di dirgenti scolastici invitati al Salone Abcd di Genova alle manifestazioni organizzate… appunto dal ministero.

Dicono che si trattava di risparmiare e nel frattempo senti di milioni di euro usati non si sa come per pacchetti multimediali o per gare strane su fondi comunitari che qualche anima ha avuto il coraggio di segnalare alla Guardia di Finanza. Oppure scopri che tutti i soldi dell’edilizia scolastica di una provincia, quella provincia li ha usati per costruire il proprio palazzo finito appena prima di ricevere la notizia che quella provincia dall’anno prossimo non c’è più.

Scopri che da noi si inizia a fare il docente senza aver mai prima fatto esperienza di insegnamento e senza che nessuno abbia mai visto il candidato in azione. O che uno inizia a fare il dirigente scolastico senza essersi mai occupato di un bilancio, di un progetto, di una attività. Mentre nei sudetti “pianeti” − pardon − nazioni europee, per fare il preside devi aver fatto prima due anni di vicariato.

Scopri addirittura che il paese che ha inventato il centralismo scolastico che noi abbiamo copiato, ora lo sta smantellando.

Scopri infine che in nessuna delle scuole di quei paesi c’è la contrattazione sindacale di istituto, fonte da noi di infiniti contenziosi e di migliaia di ore di permesso sindacale che poi in classe si debbono sostituire.

Eppure tutte le indagini (ma basta l’esperienza personale di un genitore) sostengono che un buon o cattivo preside fa la differenza di una scuola. E quindi una nazione dovrebbe essere interessata alla loro buona preparazione, alla selezione dei migliori, al riconoscimento giuridico ed economico di chi lavora di più. Così vorrebbe la logica. Ma noi siamo originali.

Nonostante tutto questo ci sono ancora presidi e docenti che dedicano la giornata ai loro alunni, alla scuola, ai casi difficili, ad una buona preparazione delle lezioni; con quella passione, competenza, buona volontà, speranze che permettono alla scuola di sopravvivere, nonostante tutto, a se stessa.

Passione, competenza e speranze normalmente abbandonate da qualsiasi partito o Governo (chi parla seriamente di priorità della scuola per la nazione?), mass-media, sindacato, salvo qualche retorica esortazione o “grida” di manzoniana memoria.

Pura passione, dove per fortuna tanti ragazzi trovano speranze per la fatica del proprio crescere.

 

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