SCUOLA/ Cosa succede quando alle parole manca la bellezza?

- Giovanni Gobber

Un tempo “il discorso fedele alle regole della ragione (il logos) si svolgeva come dialogo”. È ciò che manca oggi ai nostri studenti. Ed è il tema della retorica. GIOVANNI GOBBER 

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Al solo udire “retorica” sale la nausea e torna in piazza la battuta di Victor Hugo: “Guerra alla retorica, pace alla sintassi”. Per secoli il nome “retorica” si è infatti accostato all’idea di ornamento vuoto, fine a sé stesso, buono per i perdigiorno. 

Eppure, Aristotele si occupò di retorica proprio perché ne vedeva la grande utilità. Altro che perdita di tempo! Egli le attribuiva il compito di trovare, descrivere, mostrare il funzionamento degli elementi che, nella pratica discorsiva quotidiana, servono a persuadere il pubblico – anzi, l’uditorio, giacché il discorso fedele alle regole della ragione (il logos) si svolgeva come dialogo: era un’attività sociale e verbale. Del resto, rhétor è “colui che parla”; il nome viene dalla radice di éiro “parlare, raccontare, annunciare, proclamare” – ed è una radice che si trova nel lat. verbum, nell’inglese moderno word, nel tedesco Wort

La retorica aristotelica è dunque una pragmatica del discorso quotidiano. Ed è una pragmatica orientata al destinatario: Aristotele prevede che il retore organizzi il discorso secondo le caratteristiche dell’uditorio (vi è una specie di massima: “dimmi a chi ti rivolgi e ti dirò come parlare”). Ora, il destinatario può avere il compito, e il potere, di cambiare le cose; oppure, è un pubblico che assiste, osserva, è spettatore delle cose che si sono svolte. Il potere di cambiare le cose può riguardare il passato oppure il futuro. Nel primo caso, l’uditorio ha caratteristica del giudice chiamato a decidere nel tribunale – e il retore pronuncerà un discorso “giudiziario”. Nel secondo caso, il pubblico è un’assemblea politica, cui spetta deliberare su ciò che va fatto – e il discorso è “deliberativo”. Se invece il pubblico è spettatore (theorós), il discorso è “epidittico”, cioè serve a “indicare, mostrare” ciò che è buono e bello (bello in quanto è buono), movendo l’uditorio ad aderire alla bontà e alla bellezza delle cose rappresentate. 

Il retore ha un compito pratico di grande importanza per la vita sociale e per il bene delle istituzioni. La sua attività è guida per le decisioni che riguardano gli altri (generi giudiziario e deliberativo) e per la formazione morale ed estetica di sé (genere epidittico): la contemplazione del bene che si manifesta come bello serve a costruire, confermare, correggere gli animi, affinché costoro vedano in modo retto, quando dovranno deliberare o giudicare.

Fondamentale, per il discorso, è la forza di persuasione, cioè la capacità di muovere l’uditorio ad aderire a un punto di vista. Nell’attività verbale il retore si serve degli strumenti adatti allo scopo. Si tratterà scoprire gli argomenti migliori a sostegno della tesi; occorrerà poi disporre le parti del testo in modo efficace (p.es. introdurre un problema, presentare una soluzione provvisoria, considerare le voci contrarie, superare le obiezioni e offrire una soluzione definitiva, così che magister locutus, causa soluta). 

Bisognerà poi avere presente il repertorio vasto delle figure, cioè dei procedimenti stilistici che servono a persuadere (“persuadére” non “persuádere”! Sarebbe utile redigere un’appendix Probi ai vocabolarî dell’italiano contemporaneo…). Una salda competenza nelle tecniche di presentazione e di esposizione consentiranno infine di realizzare il discorso come vera e propria azione comunicativa. Tanti corsi di public speaking, curati da sociologi, psicologi, esperti di strategie comunicative importate dall’America, sono a ben vedere tentativi – non sempre riusciti – di recuperare quest’ultima fase dell’azione comunicativa propria del retore classico.

In questo quadro complesso, non si vede la “retorica” degli artifici, delle chiacchiere vuote e non di rado furbesche. Non si vede perché non c’è. Ancora nel Settecento vi era piena coscienza del fondamento antropologico della retorica, come teoria e pratica di una comunicazione che mira a essere “utile”, ma non perché serva soltanto a scopi egoistici ed effimeri, bensì perché ha il compito di produrre risultati buoni per i destini della comunità. Tale consapevolezza è tuttora viva in molte istituzioni scolastiche e universitarie inglesi e americane.

Considerare la retorica da questo punto di vista permette forse di vederne l’importanza essenziale per la nostra convivenza umana nelle società occidentali. Conoscere a fondo gli strumenti della retorica è necessario per comunicare bene, ma anche per riconoscere chi sa “parlar bene” per razzolare male. Del pari, un’auto potente e veloce (magari tedesca…) può servire ai ladri per allontanarsi rapidamente dal luogo della rapina; e questa è una brutta cosa, ma non è colpa dell’auto tedesca, bensì di chi l’ha usata allo scopo.

Una salda competenza nella retorica può aiutare a schivare la manipolazione messa in atto proprio dai maestri di retorica (“furbetti”, non tuttavia “cattivi”): in effetti, gran parte della comunicazione di massa è fatta di messaggi rivolti a un pubblico che deve decidere sul futuro (“Per chi votare?” “Che auto comprare?” “Dove andare in vacanza?” “A che facoltà iscriversi?”). Un pubblico smaliziato scopre facilmente i trucchi del mestiere e non cadrà nella rete degli agitprop di professione (non è detto che il rigore sia ovunque una virtù; né il populismo è in quanto tale un male…).

Può così riemergere la retorica trasparente, fedele all’impianto della tradizione classica e così frequente nella comunicazione naturale: secondo Du Marsais, «si fanno più figure in un giorno di mercato in piazza che in molti giorni di assemblee accademiche» (cito da Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano 2010, p. 293). Le figure retoriche – procedimenti stilistici liberamente utilizzabili allo scopo di persuadere – si usano non appena si apre bocca (quest’ultima espressione mi pare una sineddoche, pars pro toto). La tradizione le ha descritte, sia per la forma sia per gli usi tipici. Le classificazioni sono varie, a seconda delle scuole. Purtroppo, il declino della classicità ha fatto sì che – in epoca moderna – la retorica fosse in gran parte ridotta a una materia da insegnare nelle scuole, ma non da applicare nell’attività comunicativa pubblica. Ne era rimasta la pratica del linguaggio figurato, ridotto a esercizio scolastico, privato anche delle valenze morali, che le venivano dal fondamento antropologico originario.

Ripristinare seriamente lo studio e l’insegnamento della tecnica retorica è opportuno, a patto che si recuperi l’impianto originario. Anzitutto, si tratta di rivisitarne i fondamenti, rendendoli attuali, cioè adeguati ai modi della comunicazione pubblica in una democrazia; si deve anche insegnare a riconoscere le tecniche dei persuasori occulti, ma si deve far comprendere perché non è bene usarle. Inoltre, bisogna riscoprire le dimensioni dell’inventio (cioè la scoperta delle ragioni che sostengono un punto di vista) e della dispositio (cioè i tipi di organizzazione dei testi), per sviluppare una seria didattica della pratica argomentativa (difendere, criticare, obiettare ecc.) fondata sulla ragionevolezza e non sulla voglia di ingannare e sopraffare l’interlocutore. Questo può avere una finalità educativa profonda, là dove gli allievi sono condotti a riconoscere il senso e i limiti del potere in una democrazia.

La visione globale dell’impianto retorico classico consente di cogliere natura e scopi dell’elocutio, che non va limitata all’esercizio sulle figure, ma va intesa come scelta delle espressioni che meglio corrispondono allo scopo della comunicazione. Parte integrante della retorica è poi la dimensione della pronuntiatio, che forse è la sede adatta per acquisire e sviluppare le competenze necessarie per il public speaking.

Non si è qui ancora parlato di letteratura. Non lo si è fatto volutamente: la retorica – nel senso riduttivo di elocutio – è spesso associata alla lingua letteraria. Anni fa, qualcuno opponeva il “letterario” al “letterale” e propugnava la messa al bando del primo, affinché emergesse il secondo, che si riteneva il linguaggio adatto alla società contemporanea, laddove il “letterario” era sede di pericolosi individualismi borghesi. Forse, alla base, vi era qualche lettura sommaria di certa sociologia britannica (Basil Bernstein), combinata in via sincretica con epigoni del realismo socialista (nel senso del marxismo-leninismo cum trattino). È cronaca del passato, e non è ancora storia (forse non merita neppure di diventarlo). 

Oggi è lecito rilevare un dato evidente: la letteratura occidentale – con o senza canoni – è legata alla retorica classica. Si può così comprendere il posto che la tradizione occidentale assegna alla letteratura: l’avventura letteraria è comunicazione dell’esistenza umana, è incontro con la bellezza che manifesta ciò che è buono e vero per l’essere umano. La familiarità con la grande letteratura serve per comprendere l’esperienza umana. Tale comprensione è fondamentale soprattutto per chi è chiamato a decidere del futuro di altri esseri umani: nella proposta interpretativa della classicità, le humanae litterae sono strumento prezioso per magistrati, diplomatici, uomini politici. Forse quest’antica prospettiva può tornare di attualità nella scuola italiana.

 



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