SCUOLA/ Così Aristotele può ancora far bene agli studenti

- Paolo Lamagna

Se la presentiamo solamente come “arte del ben parlare”, difficilmente la si può riproporre con qualche possibilità di successo. PAOLO LAMAGNA continua il dibattito sulla retorica a scuola

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La retorica si definisce comunemente come l’”arte del ben parlare” e c’è chi recentemente anche su queste pagine ha proposto la sua reintroduzione nella scuola come disciplina a sé stante.

Il sentire comune, però, associa all’aggettivo “retorico” un qualcosa di artificioso, costruito, artefatto. Dire che un discorso sa di retorica equivale a darne un giudizio sostanzialmente negativo, sottolineandone gli aspetti di cura formale ma di sostanziale falsità. La connotazione negativa del termine è quasi scontata. Una differenza di posizioni così netta va esaminata e chiarita, anche se sommariamente. Se la retorica è stata di fatto estromessa dalla scuola come disciplina a sé ci sarà stato pur un motivo; se è così istintivamente criticata ci sarà pure una ragione. D’altra parte un qualche argomento lo devono avere anche coloro che in particolare nel secolo scorso hanno dimostrato un grande interesse sulla retorica (si pensi ad esempio a Perelman che ha scritto un fortunato trattato sull’argomentazione) ed il dibattito ospitato recentemente su Ilsussidiario.net è indice di quanto sia desta l’attenzione riguardo ad essa.

A mio avviso per potere comprendere la questione bisogna chiarire l’idea di retorica. È solo l’arte del ben parlare? Una concezione come questa, anche se contiene una verità, mina già dalle fondamenta la possibilità di esistenza della retorica, in particolare nella scuola. Allude già ad una abilità tecnica indipendente dal contenuto che la fa apparire artificiosa. Ma qui sta il punto: si tratta di tener conto non solo della capacità di parlare bene, ma di saper esprimere con efficacia il proprio pensiero, la propria posizione di fronte ad un problema. 

La questione era già nota agli antichi e il famoso “rem tene, verba sequentur” (tieni presente la materia, le parole seguiranno) di Catone sottolinea questa preoccupazione.

Un altro antico, però, ci aiuta a mettere a fuoco più chiaramente la questione: si tratta di Aristotele che ad essa ha addirittura dedicato un’opera, la Retorica, appunto. Qui non si tratta di esporre tutta la concezione della retorica secondo l’illustre filosofo, ma di farci illuminare da qualche suo spunto. L’opera comincia così: «La retorica è analoga alla dialettica: entrambe riguardano oggetti la cui conoscenza e in un certo qual modo patrimonio comune di tutti gli uomini e che non appartengono a una scienza specifica. Da ciò segue che tutti partecipano in un certo senso di entrambe, perché tutti, entro un certo limite, si impegnano a esaminare e sostnere un certo argomento, o a difendersi e ad accusare. Gli uomini, per la maggior parte, fanno tutto ciò o senza alcun metodo, o con una familiarità che sorge da una disposizione acquisita. E dal momento che entrambi i casi sono possibili, è evidente che anche in questa materia si può seguire un metodo» (Aristotele, Retorica 1354 a).

Già questo ci fa capire la rilevanza della retorica: innanzitutto la retorica come la logica (qui chiamata dialettica) interessa tutti gli uomini, perché “tutti devono esaminare e sostenere un qualche argomento”. L’aspetto che più interessa però è forse il secondo, ed è ciò che caratterizza dialettica e retorica da tutte le altre scienze: non riguardano solo un aspetto della realtà come la geometria, la fisica, ecc. ma tutta quanta la realtà. Insomma la retorica risponde all’esigenza “umana” di occuparsi con delle ragioni di tutto e non di un ambito limitato o di alcuni aspetti specifici come la scienza. E intende farlo con un metodo, cioè con una via specifica per raggiungere l’obiettivo.

Un altro passo, sempre di Aristotele, fa capire che la mancanza di conoscenza della retorica ci rende più deboli, più vulnerabili. Senza mezzi termini il filosofo giudica questa debolezza biasimevole.  Scrive infatti: «La retorica è utile perché la verità e la giustizia sono per natura più forti dei loro contrari, sicché se i giudizi non sono formulati nel modo corretto se ne deve concludere necessariamente che è per colpa propria che si viene sconfitti: e ciò è degno di biasimo. Inoltre, anche se possedessimo la preparazione scientifica più accurata, non potremmo grazie ad essa parlare e convincere facilmente alcune persone» (Aristotele Retorica 1355 a).

Aristotele  fa qui un ragionamento che mette in risalto l’utilità della retorica: l’implicazione è di ordine etico. Il vero e il giusto “sono per natura più forti”, ma è esperienza comune che non sempre prevalgano. Occorre formarsi in modo che possano vincere grazie alla retorica; è quindi un male se per colpa della nostra incapacità veniamo sconfitti pur sostenendo il giusto e il vero. Aristotele conosceva benissimo la “potenza della retorica” esaltata dal suo maestro Platone nel dialogo intitolato Gorgia: ma precisa che deve essere indirizzata al  giusto e al vero, cioè al bene.

Un’ultima considerazione a partire dal mondo antico, in cui la retorica era comunemente insegnata e praticata. Quando c’è stata libertà di parola (parresìa, in greco, cioè poter dire tutto) e le condizioni politiche permettevano di apprendere l’arte retorica per poter diventare uomini politici (oratores nel linguaggio ciceroniano), difensori di province vessate da qualche cattivo amministratore (basta pensare al giovane Cicerone che attacca Verre) la retorica fioriva. Quando è stata relegata all’ambito dell’esercitazione scolastica fittizia (le declamationes nel mondo latino, la seconda sofistica nel mondo greco con “capolavori” come “l’elogio della mosca”, tanto diverso da un elogio per i caduti a Maratona) la retorica è sostanzialmente morta.

Tornando alla questione da cui eravamo partiti, relegare nella scuola la retorica ad un insegnamento a sé stante mi sembra anacronistico e improponibile. Si rischia di cadere nella tentazione del formalismo, nell’apprendimento di pure tecniche. La retorica ha bisogno di essere legata ad un ambito reale (nell’antichità  i tribunali, il senato, le pubbliche assemblee) e a me sembra che oggi la scuola possa essere un luogo in cui favorire il dialogo, la discussione, tanto più in questo momento in cui il confronto tra mondi e culture è particolarmente presente. L’unica condizione è che vengano trattati problemi veri, reali, non artificiosamente costruiti per creare una futile discussione. È questo a mio avviso si può o meglio si dovrebbe attuare nell’ambito delle discipline esistenti, sia nell’ambito del confronto orale, sia nello scritto.

 

Per  fare un esempio in un ambito didattico preciso, mi sembra davvero rilevante l’apporto della retorica nell’insegnamento dell’italiano scritto, in particolare nel biennio. Mi limiterò solo ad alcuni spunti tratti dalla mia personale esperienza di docente. Posso affermare di aver trovato utile riproporre un procedimento efficace come la successione inventio, dispositio, elocutio (cioè trova gli argomenti da esporre, disponili in un ordine sensato e funzionale, scrivili con cura). Ho poi lavorato spesso sul concetto di prèpon (come dicevano i greci) o di aptum (secondo la terminologia latina), cioè di “convenienza, adeguatezza” rispetto a contenuto, a destinatario, a scrivente. Il punto più interessante, ma anche quello più difficile perché richiede un vero e proprio metodo per apprenderlo, è lavorare sulla cosiddetta “dimostrazione della tesi” tenendo  presente che non esiste solo un modo di argomentare basandosi sui dati, come nelle scienze sperimentali. Ci si può basare sui procedimenti logici come il sillogismo oppure, dovendo trattare di tutti gli ambiti della realtà, come aveva già mostrato Aristotele, ci si può basare sugli “endoxa”, cioè sulle “opinioni condivise”.

Mi soffermo in particolare su quest’ultimo punto perché proprio questo è un campo di lavoro molto interessante e proficuo nella crescita dei ragazzi (e non solo). Spesso ci si accontenta di opinioni ripetute nel proprio ambiente, ma già Aristotele aveva capito che un’opinione è tanto più forte quanto più grande è l’ambito all’interno della quale è condivisibile. Anche su queste opinioni condivise possiamo fondare una “dimostrazione” o meglio una “argomentazione”. Questo educa al fatto che non è vero un pregiudizio tipico del nostro tempo, cioè che per poter parlare  in modo ragionevole di qualcosa occorre trattarne scientificamente. Non di tutto possiamo parlare scientificamente, ma su tutto abbiamo un’opinione che occorre far diventare un giudizio da proporre eventualmente ad altri; in questo confronto ci si avvicina sempre più al vero, al bene al giusto. Più che la retorica in sé, l’“approccio” retorico favorisce proprio questo.

Tornando alla didattica, come non ammettere la validità del riconoscere che ci sono punti di vista diversi che vanno considerati e che, oltre a saper sostenere la propria tesi, occorre imparare a confutare quella altrui? Posso infine testimoniare che più di una volta mi è capitato che qualche studente sia arrivato a formulare un giudizio personale o abbia mutato il proprio preconcetto proprio nello svolgimento di un “tema argomentativo”. Quindi non si tratta tanto di insegnare una tecnica retorica, ma di introdurre la ricchezza della retorica nella prassi didattica della propri disciplina. Questo vale nel piccolo aspetto che ho illustrato dell’italiano scritto, ma potrebbe essere esteso ad altre discipline. 

 

In conclusione io ritengo che nella scuola l’attenzione alla retorica nel senso qui specificato sia un fattore che contribuisce alla formazione di un pensiero critico, che educa  ad un reale agone su varie posizioni, al dialogo, alla “discussione”. Con quest’ultimo termine alludo a quanto proposto da Lewis nella prima delle Lettere di Berlicche: cioè ad uno scontro anche aspro ma che vuole arrivare alla verità.

Altro capitolo merita l’ornatus, cioè l’“apparato di figure retoriche” utilizzato per codificare o decodificare testi retoricamente connotati, come i discorsi e testi letterari. Ma su questo, se sarà il caso, torneremo un’altra volta.

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