SCUOLA/ Cosa vuol dire educare in tempi di grillismo dilagante?

- Fabrizio Foschi

In che modo lo tsunami che ha investito il sistema politico si rovescerà sulla scuola? È forse già possibile dedurlo da segnali di un pensiero trasversale. FABRIZIO FOSCHI (Diesse)

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Beppe Grillo (Infophoto)

In che modo lo tsunami che ha investito il sistema politico nazionale si rovescerà sulla scuola? È forse già possibile dedurlo da segnali di un pensiero trasversale che si va diffondendo e che probabilmente si andrà infittendo e consolidando, composto com’è da vari fattori. 

Anzitutto l’etica della legalità che attraversa il programma grillino e che già è diventato un disegno di legge presentato all’Assemblea Regionale Siciliana (una sorta di laboratorio politico che molti vedono come base di un progetto nazionale). Il Ddl s’intitola “Educazione allo sviluppo della coscienza democratica contro le mafie e i poteri occulti” e prevede due ore settimanali di lezioni didattiche e laboratori dinamici (incontri con magistrati e giornalisti, nonché visite ai luoghi simbolo della lotta a Cosa Nostra) finanziati con i proventi ottenuti dai beni confiscati alla mafia, sull’onda di quanto già propone l’associazione Libera. L’insegnamento della Costituzione, in chiave di introduzione alle regole di cittadinanza attiva, non è nuovo, per la verità, al panorama della politica scolastica contemporanea, ma probabilmente si arricchirà di richiami ad una opposizione alla corruzione politica e mafiosa che nelle intenzioni dei governanti preludono ad una educazione concepita come attivazione di pratiche di comportamento legalitario. 

Un secondo argomento che sta molto a cuore ai grillini e ad un fronte composito di forze politiche vecchie e nuove (qui c’è veramente una notevole concordanza di “amorosi sensi”) è il processo di digitalizzazione della scuola che nell’intenzione dei proponenti, non esclusi gli ultimi ministri dell’Istruzione, prevede l’abolizione graduale dei libri stampati e la loro sostituzione con i materiali digitali scaricabili gratuitamente da internet, con conseguente e collegato accesso libero alla rete da parte delle scuole e degli studenti. La proposta, in sé allettante anche perché il mondo si è spostato sul web, ha delle forti ricadute sull’origine della cultura e della formazione che non dovrebbero essere sottovalutate, perché nemmeno internet è una fonte neutra di informazione e deve prevedere comunque l’esistenza di un soggetto che filtra e compone da protagonista il quadro finale di una serie di dati cui attingere, anziché esserne oggetto passivo. 

La terza questione cui vale la pena di accennare perché esploderà, come sono esplose determinate rivendicazioni sull’uso delle risorse economiche e naturali di cui una nazione può usufruire, è la ragion d’essere della scuola stessa, che ormai un’ottica dominante si ostina erroneamente a definire “pubblica” mettendola in opposizione alla cosiddetta “privatizzazione” della scuola di cui si sarebbe macchiato un recente passato (in realtà nulla di tutto questo s’è visto, ma tant’è). Nell’accezione più ovvia, “pubblico” è un oggetto di tutti e fruibile a tutti. A questo livello, Costituzione alla mano, si scontrano tre concezioni della scuola: 1) pubblica è la scuola statale; 2) pubblica è sia la scuola statale che la non statale/paritaria; 3) pubblica è la scuola di chi la fa, basta che sia un servizio di qualità e alla portata delle tasche dei cittadini. 

Diverse sono, tuttavia, le sfaccettature e le applicazioni dei principi. A Parma, per esempio, il neosindaco grillino è stato contestato perché ha alzato le rette degli asili nido e delle scuole materne. D’altra parte, tutti i partiti che si sono presentati alle elezioni (o quasi tutti) hanno promesso nuovi finanziamenti per la scuola, eppure non ci si rende conto che con l’estensione della scuola paritaria lo Stato potrebbe risparmiare. Come controprova, se le scuole paritarie chiudessero i battenti, lo Stato sarebbe costretto ad accogliere 750mila alunni, decine di migliaia di docenti e personale scolastico, per un costo di 6 miliardi e 200 milioni di euro; i comuni non saprebbero come coprire la spesa di 600mila bambini. Sarà bene avere sotto gli occhi questi numeri, nel prossimo periodo di inevitabili risparmi economici che non si traducano in tagli, ma in crescita del tessuto della comunità sociale. 

Accanto ai motivi di ordine teorico la scuola soffre di tutta una serie di problemi di ordine pratico che in attesa dell’insediamento di un nuovo governo, quale che sia, sono da portare a compimento. Basti accennare al sofferto iter del Tfa che deve essere concluso in attesa che la formazione iniziale dei docenti sia portata a regime. Di seguito, si apre la partita dei concorsi per l’immissione in ruolo dei docenti: ce n’è uno che si sta svolgendo, ve ne saranno altri? Che ne sarà del nuovo sistema di reclutamento? Il precariato storico, che guarda in parte al grillismo e in parte al vetero sindacalismo giocherà la sua partita per la riapertura delle graduatorie ad esaurimento, probabilmente. Il sistema sarebbe in questo caso veramente allo sbando. 

In ogni caso, rispetto a tutte le casistiche enunciate, nessuno e nulla potrà impedire di educare, cioè di trasmettere non solo nozioni, ma un senso della realtà attraverso gli oggetti dello studio, se c’è un soggetto adulto disponibile a farlo. Nel clima di ricostruzione di ogni aspetto della vita pubblica che si sta affermando, anche la scuola dovrà giocare la sua partita e, nella scuola, tutti coloro che hanno a cuore, al di là di tutte le possibili forme sperimentali di democrazia diretta o legalitaria, il destino delle giovani generazioni. La scuola è veramente da inventare ogni giorno, ma è possibile farlo se chi la vive come avventura dell’incontro e della conoscenza è anzitutto disponibile a mettersi in gioco in prima persona, sia in rapporto ai propri alunni, sia ai propri colleghi. Da questo punto nasce una responsabilità che non si fa scalzare da vecchi e nuovi profeti, ma è disponibile a confrontarsi con chiunque perché sa cogliere la ragione profonda delle cose. 



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