SCUOLA/ A chi conviene lasciare i dirigenti con l’autonomia a metà?

Si è svolto a Tivoli l’annuale convegno nazionale Disal. Sulla base delle migliori esperienze europee si è tracciato l’identikit del ds secondo l’autonomia. Che manca. ROBERTO PASOLINI

25.03.2013 - Roberto Pasolini
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Durante l’ultimo week end si è tenuto a Tivoli l’annuale Convegno Nazionale Disal. L’associazione, unica in Italia, che raccoglie dirigenti scolastici sia di scuola statale sia di scuola paritaria, ha proposto ai propri associati il tema: Dirigenti scolastici risorsa decisiva per il futuro delle scuole, utile a ribadire lo statuto dell’associazione che fonda la professione della dirigenza non solo sulle capacità manageriali, ma su una leadership attenta all’aspetto educativo ed alla costruzione di una comunità educante.

Il dibattito, arricchito dalla presenza di autorevoli ospiti, studiosi ed opinion leadears, ha puntato a tracciare quale possa essere il profilo di una dirigenza scolastica, i suoi compiti, le sue responsabilità, la sua importanza per il positivo futuro del nostro sistema scolastico.

Come hanno messo in evidenza Antonio Cocozza, Vittorio Campione ed Antonio Petrolino, la nuova figura di dirigente scolastico prende corpo dopo l’approvazione della legge sull’autonomia, con la trasformazione non solo nominale ma, negli intenti, sostanziale dalla figura di preside a quella di dirigente scolastico: una leadership con compiti e responsabilità aumentate in funzione della gestione di una scuola “autonoma” non ancorata alla gestione centralizzata. Un modello di leadership, tuttavia, non attuato, poiché il rallentamento del processo autonomistico ne ha impedito la piena realizzazione.

Tutti gli interventi hanno mostrato che un compito fondamentale di chi dirige una scuola è quello di definire la sua identità, di chiedersi con i propri docenti quali sono i percorsi educativi, di definire quale idea comune si ha della disciplina, di costruire una uniformità nella valutazione. Questo con lo scopo ben preciso di costruire un progetto che, stabilita l’identità, è quello di animare la scuola per recuperarla ad una logica culturale dove idirigenti saranno la carta vincente solo se sapranno risvegliare e motivare la passione professionale di chi opera con loro.

L’identità della scuola, oggi, non può prescindere dalla realtà del territorio su cui insiste, per diventare punto di riferimento sia per le famiglie sia per le istituzioni. In questo senso si può pensare alla scuola come impresa sociale. Non si può semplificare pensando che una scuola è impresa sociale perché si occupa di istruzione: lo è se solo se viene finalizzata al perseguimento dell’interesse generale diventando comunità educante eticamente responsabile.

Ampio spazio sia negli interventi, sia nel dibattito è stato dato al nuovo mandato ed al conseguente ruolo che nella scuola di oggi deve assumere il dirigente scolastico per essere guida autorevole ed efficace al richiesto cambiamento del sistema scolastico.

Prendendo spunto dagli interventi esperienziali di dirigenti scolastici stranieri (Burkard Schmitt, Germania; Daniel Henry, Francia; Francesco Romo, Spagna) utili a comprendere quale maggior efficienza possono avere realtà scolastiche in condizione di autonomia e maggior autorevolezza riconosciuta a chi dirige una scuola, si è cercato di delinearne la figura possibile secondo il nostro ordinamento ancora frenato da una normativa non favorevole, da una burocrazia invasiva, da un contratto di lavoro che non favorisce la funzione di guida, anche educativa, che deve avere chi dirige una scuola. “Con cattive leggi e buoni funzionari si può pur sempre governare, ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente”, ha ricordato Cocozza, citando Bismarck. Da qui si è partiti per costruire il possibile identikit.

Con intensi interventi Giorgio Chiosso, Antonio Cocozza, Antonio Petrolino, Attilio Oliva e Giorgio Rembado (consiglio di leggere i testi integrali sul sito Disal) hanno dipinto un interessante quadro che punta sulla necessità di leggere il presente con riguardo all’odierna antropologia culturale degli studenti. Essa (aiutata dalle scelte di sistema) guarda oggi ad un apprendimento strumentale mirato ad acquisire le competenze utili al mondo del lavoro trascurando e mettendo in secondo piano la valenza culturale della scuola. Da qui il consiglio di far diventare la scuola “casa di vetro” basata su cinque principi: trasparenza, committment, responsabilità, progettualità, cooperazione, nella consapevolezza che oggi si può governare una scuola solo attraverso una leadership cooperativa ed in cui è importante migliorare la comunicazione.

Attilio Oliva, considerato quale punto chiave il tema del reclutamento − l’attitudine a dirigere non si impara in nessun corso di formazione, ma quella della leadership è una attitudine naturale – ha proposto di: definire il profilo del dirigente, istituire il praticantato, avviare un percorso di carriera in cui i dirigenti più bravi dovrebbero avere la possibilità di governare al ministero, stipulare un contratto di lavoro con la presenza di una rappresentanza di dirigenti scolatici, dar vita ad una leadership distribuita coinvolgendo un gruppo di comando con quattro o cinque persone scelte dal dirigente.

Per finire “l’autonomia”. Purtroppo da anni si afferma l’autonomia, ma si potenzia un nuovo neo centralismo. Sul tema si sono sentite due posizioni a mio avviso solo apparentemente contrapposte: quella di Vittorio Campione, che ritiene quello di oggi un tempo propizio per l’autonomia, a motivo dell’avanzare di un mix di innovazione, di disillusione all’interno delle nostre comunità scolastiche e di una spinta frutto della crisi poiché i giovani hanno necessità di uscire dalle scuole in condizioni diverse; e quello di Anna Poggi che, invece, ha evidenziato il rischio che, con la crisi, gli Stati, con la scusa di scarse risorse, possano tendere alla semplificazione puntando a far si che sia lo Stato a dare tutte le risposte ai bisogni dei cittadini. 

Con questa modalità si blocca l’autonomia, saltano la società e le comunità intermedie. Salta la sussidiarietà, mentre è proprio nei momenti difficili che la sussidiarietà serve e dà risposte, offrendo servizi più efficienti con risparmio di costi per lo Stato.

 Le giuste conclusioni del convegno sono la consapevolezza che abbiamo davanti una stagione difficile, dove i dirigenti scolastici hanno un ruolo decisivo perché un buon dirigente può trasformare la scuola. Alcune proposte potrebbero sembrare pagine di un libro dei sogni, ma se non si sogna molto probabilmente la nuova scuola nascerà vecchia.



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