SCUOLA/ Il bello dell’esperienza, il fallimento delle formule

- Manuela Cervi

“Darsi le ragioni di tutto” potrebbe sembrare la cosa più importante. Peccato che, senza un’esperienza previa della realtà, produca solo giovani senza radici. MANUELA CERVI

scuola_bambinabiondaR439
Infophoto

Adolescente, il premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco passava ore su una torre in riva al mare a Porto Maurizio a lustrarsi gli occhi, guardando il «vasto orizzonte dove il mare tocca il cielo e il finito diventa infinito». Molti anni dopo spiegherà il suo lavoro di ricerca paragonandolo proprio a una navigazione: «Mi attraeva la navigazione intellettuale in cerca di principi sconosciuti del mondo del pensiero. Capivo che per scoprire il nuovo bisogna affrontare i pericoli e che bisogna essere sorretti dalla certezza di riuscire, come lo erano i navigatori dell’antichità». Che cos’è accaduto? Che una navigazione immaginata, affascinata, incantata, anelata, commossa, pregustata, ammirata e meravigliata sia diventata col passare degli anni consapevole, e si sia data strumenti razionalmente maturi di realizzazione. Potremmo pensare al premio Nobel senza l’orizzonte del mare di Porto Maurizio? Difficilmente.

Oppure si dice che Isaac Newton, da bambino, fosse solito spiccare salti o contro o a favore del vento, per misurarne la forza. Adulto, diventerà matematico, fisico e astronomo, una tra le più grandi menti di tutti i tempi. Che cos’è accaduto? Che una curiosità, un interesse, un’attrazione, un fascino, uno stupore, una meraviglia, un gusto per il movimento fisico dei corpi naturali prima e di quelli celesti poi siano diventati col passare degli anni consapevoli, e quando abbiano potuto disporre di strumenti razionalmente maturi di comprensione come il calcolo differenziale, siano arrivati a dimostrare che le medesime leggi della natura governano tanto il movimento della Terra come quello dei corpi celesti. Possiamo immaginare Newton senza vederlo bambino, che spicca quei salti nel vento? Molto difficilmente.

L’infanzia è il solo momento della vita, in cui la possibilità di diventare persone pienamente espresse e realizzate – un successo antropologico, che attesta l’individuo sulla capacità di fare esperienza della realtà rispetto al senso ch’essa esprime (la sua bellezza, il bene di sé e dell’altro come la verità di sé e dell’altro, l’amore a sé, la giustizia delle cose e degli avvenimenti, ecc.) – viene solo sentita, ovvero compresa chiaramente e lucidamente, ma ancora inconsapevolmente. Questo modo di comprendere il mondo ha due vantaggi: d’essere vitale, concreto, immediato (è la realtà che si tocca, che si guarda e che si ascolta ad essere bella oppure no, vera oppure no, amante oppure no), e d’essere universale (il bene di un bambino di due anni nato e cresciuto in Italia è anche il bene di un suo coetaneo nato e cresciuto nella steppa tibetana).

Non è necessario dar le ragioni di quella bellezza o di quel bene, perché i bambini non sono ancora dotati degli strumenti cognitivi per comprenderle. Ciò che invece è assolutamente indispensabile è ch’essi ne facciano esperienza. A una bambina di un anno è importante fare ascoltare il Canone in re maggiore di Johann Pachelbel, perché ne coglierà immediatamente la bellezza, e quella bellezza – rispondendo innanzi tutto a un suo profondissimo bisogno di sicurezza − la rassicurerà e la pacificherà, restituendole immediatamente il senso di ciò per cui è fatta. Solo s’essa ne farà esperienza, quel senso di sé nel tempo diventerà capacità di riconoscere e di contenere il bello in qualsiasi forma esso si ripresenti. Quella stessa bambina, a cui poi si siano fatti vedere per tempi contenuti solo i classici Disney degli anni 30-50, già a 3 anni si rifiuterà di guardare i cartoni animati televisivi, perché «sono una stupidaggine». È su questa capacitas di contenere il bello e il vero, che potrà esercitarsi la razionalità consapevole. Potremmo paragonare la capacità di diventare persone a una muscolatura specifica, quella della corsa ad esempio: se non l’alleniamo, non riusciremo a correre, pur essendone potenzialmente capaci.

Dalla gestazione (la cultura Maya, ad esempio, ha una profonda consapevolezza educativa del periodo prenatale, come raccontò in un’intervista il Nobel per la pace Rigoberta Menchù) ai 2 anni e mezzo circa questa muscolatura si rende già tutta completamente disponibile secondo passi progressivi non arbitrari. Quindi entro questa età occorre aver già realizzato gran parte del lavoro educativo, che tra i 3 e i 6-7 anni (entro il primo ciclo della primaria) dovrà puntualizzarsi e perfezionarsi. Dunque all’ingresso dei bambini a scuola l’impianto educativo deve essere già interamente realizzato, e tra i 7 e i 13 anni dovrà ampliarsi in estensione, secondo abilità progressivamente crescenti. Solo tra i 14 e i 15 anni (adolescenza precritica) e più specificamente tra i 15 e i 18 (adolescenza critica) i ragazzi potranno e dovranno acquisirne consapevolezza e darsene le ragioni. La seconda adolescenza è definita critica, proprio in quanto il bisogno specifico, che in essa emerge, consiste nel potersi dare le ragioni delle cose.

Darsi le ragioni di tutto è tratto educativo inconfondibile, ma solo nell’adolescenza e solo sulla base di un’esperienza, che è già diventata propria; che è già diventata vita. Un’educazione razionalmente intesa, che cioè pretenda di passare esclusivamente dal dare le ragioni delle cose – che ad esempio non faccia ascoltare la Sesta di Beethoven a una bambina di 2 anni, solo perché non può cogliere le ragioni di quella bellezza e di quell’armonia − non educherebbe, non tirerebbe fuori nulla, semplicemente perché non ci sarebbe nulla da tirare fuori: un esercizio logico, o finanche argomentativo, ma sul vuoto. Al contrario la capacità critica ottiene quanti più risultati formativi ed educativi, tanto più è solida e corposa l’esperienza sulla base della quale si esercita.

Perché, dunque, il senso delle cose (il bello, il bene, il vero, il giusto) formano la persona, ma in modo tale ch’essa non ne sia subito immediatamente consapevole? Il senso è educativo anche inconsapevolmente in primo luogo perché il sostrato neurobiologico di quella parte della ragione che ha il compito di individuarlo (con il medesimo comportamento di una mamma che debba individuare il proprio figlio in mezzo a una folla di centinaia di bambini), è disponibile già in fase prenatale; mentre il sostrato di quella parte di ragione che ha il compito di darne criticamente le ragioni, inizia a rendersi completamente disponibile attorno ai 16 anni. 

Tutto il lavoro educativo è precisamente il lavoro che sviluppa questa specifica capacità della ragione di cogliere prima inconsapevolmente e poi sempre più consapevolmente il senso delle cose, e che, se non esercitata, si rattrappisce. E sin qui si tratta in sostanza di acquisizioni scientifiche progressivamente datate (1884-2003). Inoltre il senso delle cose è educativo, cioè forma anche inconsapevolmente la persona, perché la parte di ragione che è deputata a elaborarlo ce ne garantisce una conoscenza in buona parte valutativa (non elaborativa, né astrattiva, cioè non parte dell’abituale patrimonio di conoscenza dell’uomo moderno), intuitiva, generica, veloce, gestaltica, e quindi imprecisa, ma vitale, poiché risultante dall’affondo che l’intelligenza compie nella realtà, quando l’uomo è spinto a cercare una risposta ai bisogni che ne decidono la vita o la morte, come appunto il bisogno del bello o del bene per un soggetto che si appresti a diventare una persona (riduzionismo antropologico significa precisamente morte della persona: sopravvivono soltanto un individuo o nel migliore dei casi un soggetto). Quest’acquisizione è però recente (2012).

Esplicitiamo allora più concisamente il quadro delineato: gran parte della responsabilità educativa è a carico dell’adulto, in particolare della famiglia, che si farà affiancare dalla scuola relativamente a quella dimensione educativa, che si arricchisce della strumentazione istruttiva. Inoltre il periodo prescolare, lungi dall’essere un periodo educativamente neutro, solo perché svincolato da contenuti curricolari, è in realtà un periodo insostituibilmente ricco e fecondo sotto entrambi i profili formativo ed educativo, esattamente come lo sono le radici per un albero (gli abeti senza radici che si mettono in salotto a Natale durano 15 giorni, nulla a che vedere con gli abeti risonanti del bosco di Paneveggio, il legno che canta e con cui Stradivari costruiva i suoi violini). In terzo luogo è essenziale che gli adulti imparino a educare, esattamente come imparano a svolgere una professione; non c’è nulla di innato e tantomeno – oggi – di ereditato o tramandato. 

Infine è essenziale una sinergia tra famiglia e scuola: una famiglia garante di un percorso educativo, e una scuola che l’affianchi attraverso le proprie specificità (onere istruttivo; complementarietà dei piani istruttivo, formativo, educativo; costruzione d’una capacità conoscitiva; natura comunitaria, ecc.).

Sebbene il quadro educativo odierno sia tragico forse come non mai, è però vero che proprio oggi come mai prima d’ora disponiamo di strumenti e di ragioni finanche scientifiche per riuscire a realizzare un’educazione, che restituisca al mondo uomini liberi, consapevoli e certi, ovvero solidamente realizzati e capaci di affrontare le enormi sfide che la realtà oggi pone.

Ne occorrerebbe solo la volontà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori