SCUOLA/ Hannah Arendt e il desiderio spento dei giovani senza “benzina”

Educare nella speranza, spiega GIORGIO CHIOSSO, significa aiutare i giovani ad andare oltre le cose e ad esercitare la capacità di cogliere il mistero che ci sta di fronte.

29.08.2013 - Giorgio Chiosso
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In una pagina spesso citata del suo libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Umberto Galimberti ha accostato la condizione giovanile del nostro tempo a due metafore: quella del deserto e quella dell’insensatezza. Questa tragica condizione può essere letta come la conseguenza dello sfocarsi dell’educazione come scambio intergenerazionale e il suo cosiddetto «superamento» nella prospettiva dell’auto-formazione. 

Secondo quest’ultima interpretazione ciascuno sarebbe tenuto a immergersi nelle varie esperienze della vita in presa diretta per decidere cosa fare. Non c’è tempo per riflettere: si vive in un adesso istantaneo dominato dall’intensità emozionale del momento e lo spazio, a sua volta, appare «senza luogo», uno specie di semplice contenitore di un movimento incontenibile senza meta. 

L’immagine più diffusa di libertà diventa così indipendenza senza ordine e cioè pluralità senza coerenza: credere in tante cose insieme slegate – talvolta contraddittorie – le une dalle altre. La vita è costituita dal susseguirsi di episodi slegati dove le eventuali delusioni possono essere sostituire da altre, nuove ed immediate emozioni. La virtualità della rete e dagli incontri infiniti che ne possono derivare concorre a rendere ancor più incerta e indeterminata la realtà quotidiana. 

Scompaiono l’idea di progetto – perché esiste solo il presente, potremmo dire “l’attimo fuggente” – e la figura del maestro che insegna e si propone come testimone di una verità. Nel migliore dei casi esiste solo un compagno di viaggio che occasionalmente ci può raccontare qualcosa della sua esperienza o lo psicoterapeuta che ci aiuta nel momento del bisogno. In una parola non ci sarebbe nessuno che può preventivamente dirci ciò che è bene e ciò che è male e soprattutto nessuno che ci introduca al futuro. I ragazzi e i giovani vivono così una libertà illusoria e una solitudine sostanziale.  

Già oltre 50 anni fa – a fronte dell’embrionale delinearsi di questa visione educativa – Hannah Arendt ne individuava i gravi rischi con alcune osservazioni tuttora valide. La più importante è questa: la priorità assegnata alle esperienze dirette assolutizza la singolarità della persona, negando che ci siano valori che possono essere mediati attraverso, ad esempio, l’apporto di chi possiede una esperienza di più antica data e un sapere di livello più alto o mediante la ricchezza affettiva del rapporto interpersonale. Una perdita, concludeva la Arendt, che rende più povera la società umana. 

Il dramma educativo del nostro tempo che si consuma implacabilmente sotto i nostri occhi – se fosse possibile descriverlo in poche e stringate battute – consiste nell’intreccio tra la diffidenza verso la realtà (e gli obblighi che essa impone) e la perdita del desiderio di darle un significato. Il surrogato sono i beni di consumo e l’indifferenza verso tutto ciò che non è immediatamente godibile. 

Detto in altro modo: quando non ci sono più ragioni per gli slanci ideali di cui il cuore umano ha bisogno, si esaurisce la benzina della speranza. E senza speranza la vita dell’uomo piomba nella disperazione. 

Il mondo laico, salvo poche eccezioni, ha fin qui diffidato dell’impegno dei cattolici sul fronte dell’emergenza educativa. I principali maîtres à penser del nostro tempo lo hanno snobbato, giudicandolo a rischio di neo autoritarismo o, peggio, di un ritorno di pedagogie clericaleggianti. Eppure l’autentica sfida del futuro, la tutela dell’umano che è nell’uomo, non si vincerà sul piano economico o politico o tecnologico, anche se abbiano naturalmente vitale bisogno di lavoro, onestà, rigore, conti a posto, efficienza e capacità produttiva. 

Si vincerà o perderà nella misura in cui gli adulti di oggi sapranno testimoniare “qualcosa” e, attraverso il loro esempio mobilitare nei giovani il desiderio di vivere e l’esperienza dell’interiorità personale, critica, creativa, in una parola la libertà dell’uomo. Questa è l’educazione di cui c’è bisogno oggi.

Non sono i valori astrattamente enunciati a orientare i processi educativi, ma i comportamenti tangibili alla base della “relazione generativa”: non è immaginabile che “l’uomo faccia esperienza da solo, ma deve essere generato all’esperienza. Solo l’esperienza suscita esperienza e quindi mette l’uomo nella condizione di compierla”. Per questa ragione niente può sostituire la forza che un’esperienza ha di comunicarsi e di mobilitare le risorse dell’altro perché “questi sia messo, a sua volta, in grado di vivere a sua volta la propria” (La sfida educativa, 2009, p. 11). 

L’avventura della libertà si svolge all’intersezione dei sentimenti propri delle relazioni umane: la partecipazione, la dedizione, la condivisione e soprattutto la credibilità e la gratuità. L’immagine educativa dei genitori rappresenta esemplarmente questo apertura al mondo accompagnata da una promessa che, se smentita, si trasforma nel dramma dell’abbandono. 

Questa promessa si configura oggi, come ieri, soprattutto come un grande atto di speranza: che ciò che è ancora allo stato iniziale, possa manifestarsi nella sua pienezza. 

Se ci identifichiamo nelle cose che possediamo e non in ciò che siamo, se dimentichiamo il significato della parabola dei talenti o la riduciamo alla sola dimensione della ricerca del successo immediato, allora il passaggio alla crisi dell’educazione e alla sua semplificazione/riduzione alla nozione di formazione di qualche abilità è ineluttabile.

Del tutto diverso è lo scenario dominato dalla speranza. Educare nella speranza significa aiutare i giovani ad andare oltre le cose, a esercitare la capacità di cogliere il mistero che si sta di fronte, a crescere in un tessuto di relazioni umane significative attraverso le quali l’amore di Dio si manifesta in noi. Significa accompagnare i giovani a inoltrarsi a scoprire lo stupore, a contemplare la bellezza, a vivere i sentimenti come un dono e non come un possesso.

Una autentica esperienza di speranza irradia non solo la certezza della salvezza umana e cristiana possibile ma anche la consapevolezza che quanto appare di tremendo e di giustificabile ai nostri occhi non è affatto l’ultima parola dell’esistenza.  

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