SCUOLA/ L’insegnamento della religione nella scuola pubblica ha ancora senso?

- Onorato Grassi

L’insegnamento dell’islam in 29 classi della scuola primaria dell’Assia, nel centro della Germania, merita una riflessione. Che senso ha insegnare religione? ONORATO GRASSI

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Leonardo Da Vinci, Uomo vitruviano, particolare (1490)

L’insegnamento della religione musulmana in 29 classi della scuola primaria dell’Assia, nel centro della Germania, ha destato interesse nell’opinione pubblica e sollevato inevitabili interrogativi. Opportunamente il New York Times ha dato risalto alla notizia, fornendone un’interpretazione realistica e molto vicina alla realtà. L’istruzione musulmana nelle scuole tedesche non è una novità; in vario modo essa viene impartita, da diversi anni, con l’apporto della Federazione islamica e di comunità locali musulmane. Ora, per la prima volta, lo Stato la sostiene con uno specifico programma universitario, attraverso insegnanti debitamente formati e con appositi testi scolastici. 

L’iniziativa si inserisce in un progetto ampio, e largamente discusso, a livello politico e religioso – sia dai cattolici che dai protestanti -, sui rapporti con i musulmani in Germania (attualmente 4 milioni su una popolazione di 80 milioni), e sui pericoli rappresentati dall’estremismo religioso e dal terrorismo. La scelta dell’integrazione, opposta a quella della contrapposizione culturale, e sociale, mira a diffondere un senso di tolleranza e di accettazione reciproca, che possano alimentare la pace sociale (gli immigrati islamici sono ormai parte del mondo produttivo tedesco) e la convivenza civile, emarginando le ali oltranziste. 

Gli effetti e i risultati di tale operazione non sono immediati, al di là di un iniziale senso di entusiasmo e di compiacimento, e solo nei prossimi anni si potrà valutare il valore e l’opportunità della scelta compiuta. In tal senso, sia per il contesto in cui è maturato sia per gli esiti ancora incerti, il modello tedesco è difficilmente esportabile, o, quantomeno, non può essere meccanicamente trasferito in altri paesi occidentali. Per farlo, si dovrebbe, quantomeno, avviare una seria e qualificata riflessione sul problema, a livello nazionale, e predisporre strumenti di analisi e di controllo per verificare e indirizzare eventuali esperimenti.

Inoltre, l’estensione del modello, sia all’interno della Germania sia in altri paesi europei, incrocerebbe un problema di ordine più generale, che riguarda, nei rapporti fra mondo occidentale e mondo arabo, la reciprocità dei comportamenti, delle scelte e dei principi invocati nel determinarle. 

Tale reciprocità non va ovviamente intesa nella forma del semplice contratto o del ricatto, ma come dimensione della riflessione internazionale sui principi della vita civile e sui diritti degli uomini, in qualsiasi paese, in un’epoca segnata da forti migrazioni e dall’incontro di culture e tradizioni, religiose e politiche, diverse. Privo di tale apertura di reciprocità, qualsiasi provvedimento sarebbe non solo limitato e, ultimamente, strumentale, ma risulterebbe anche, alla fine, inefficace.

Un’ultima considerazione riguarda l’insegnamento stesso della religione musulmana a scuola, non tanto per le particolari caratteristiche di tale religione, ma in quanto “insegnamento della religione” nella scuola pubblica. La funzione strumentale che può essergli stata assegnata – del tipo: “facciamo sentire i bambini musulmani come a casa loro, così anche i genitori cominceranno a sentirsi cittadini di questo paese” – non può essere l’unica né la più importante. In effetti, insegnare religione nella scuola comporta il riconoscimento di un’originale natura dell’esperienza religiosa e della necessità di un metodo adeguato per comprenderla e valutarla. Se tale insegnamento fosse tolto, nella scuola (ma varrebbe, con debite distinzioni, anche per l’università), le altre discipline si affollerebbero per prenderne il posto, come già acutamente avvertiva John Henry Newman nell’800, e, di volta in volta, la psicologia, la sociologia, la scienza politica o quant’altro si prenderebbero il compito di spiegare i veri caratteri del “religioso”. 

In secondo luogo, l’insegnamento della religione deve contribuire a rispondere a due distinte e complementari esigenze: quella dell’educazione del senso religioso e quella della verifica della propria tradizione religiosa. Non è solo la scuola, ovviamente, a rispondere a questo compito; ma essa può farlo sia nella valutazione critica dei pregiudizi che possono soffocare la naturale dimensione religiosa umana, contribuendo a mantenerla viva, come costante domanda e apertura, sia nella comprensione del contenuto della tradizione religiosa in cui si è cresciuti e in cui si vive, quale condizione della sua verifica e della sua accettazione. 

Un compito “alto”, al quale forse i promotori dell’iniziativa tedesca non hanno finora guardato, ma che sarà inevitabile considerare. Se non è sufficiente, infatti, fermarsi all’idea della tolleranza religiosa – pur importante −, ma occorre giungere a quello della “libertà religiosa”, è bene ricordare che tale “libertà”, come disse Benedetto XVI ad Assisi, è libertà di cercare la verità del senso della propria vita e del proprio destino, e, dunque, di cambiare per aderire a essa.

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