SCUOLA/ Tamaro, un prof può sapere tutto ma non insegnare a vivere

Susanna Tamaro nel suo ultimo articolo sul “Corriere” (I nostri ragazzi lasciati soli nella palude dei “Mi piace”) ha detto molte cose giuste. Non tutte. ELISABETTA CASSANI

21.02.2014 - Elisabetta Cassani
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Susanna Tamaro (Infophoto)

L’articolo di Susanna Tamaro recentemente apparso sul Corriere della Sera (I nostri ragazzi lasciati soli nella palude dei “Mi piace”, lunedì 17 febbraio) tocca una questione che non può non preoccupare tutti gli adulti pensanti e che si fa, se possibile, sempre più allarmante: tra i giovani sembrano essere in aumento esponenziale quelli per cui la realtà è sconosciuta, quelli capaci quasi solo di una vita virtuale e di difesa dalla vita reale attraverso lo stordimento (alcool, droga, facebook), giovani che cavalcano “un’onda che li mantiene sempre sulla superficie della realtà”.

Non è immediato distinguere con chiarezza cause e conseguenze di questa situazione, perché esse sembrano condizionarsi reciprocamente in un groviglio di cui non si vede l’origine: la vita sembra non offrire possibilità a questi giovani in un’epoca che si presenta come la fine di tutte le epoche, perciò essi si rifugiano in un mondo di apparenza, che appunto appare più appagante, così che disimparando (o non avendo mai imparato) il rapporto con la realtà non sanno cogliere quelle possibilità che la realtà pur sempre offre, e dunque non vedono ulteriormente via d’uscita se non il rifugio nell’altrove. Fino al momento in cui la realtà, per forza di cose, si impone e scardina i punti di riferimento fasulli con conseguenze anche tragiche. 

Che cosa offre la nostra società a chi viene al mondo? – si chiede la Tamaro. Un mondo degradato a tutti i livelli: dal giardinetto sporco e trasandato, coperto di scritte, agli edifici scolastici, fino alla didattica stessa e agli insegnanti avviliti. Un passo per innestare un vero cambiamento, continua la scrittrice, sarebbe quello di puntare alla riqualificazione della scuola, cioè di puntare sulla ricostruzione di un tessuto sociale educativo. 

Condivido pienamente questo giudizio, che riconosce come fondamentale in una società l’impegno nell’educazione. Da anni, e da più parti, si parla di “emergenza educativa”, ma ancora effettivamente la scuola è concepita, ai vari livelli della società, come, o poco più che, un parcheggio che alla fine fornisce un diploma ormai nemmeno troppo spendibile per la ricerca di un lavoro. Non si tratta però solo di un compito istituzionale, come la Tamaro stessa sottolinea: “incoraggiare tutti a fare il meglio è l’unica base su cui costruire una società civile, degna di questo nome. Giardinetti latrina e scuole conseguenti aiutano a produrre quello che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi… Sotto tutto questo esiste sempre l’essere umano“. Si tratta di una responsabilità di tutti. 

Il breve aneddoto relativo alla sostituzione del concetto di bene e male con il diffuso “mi piace” e “non mi piace” è istruttivo e nello stesso tempo quasi incredibile: come abbiamo potuto barattare la coscienza critica con l’emozione? Forse quando dicevamo “emergenza educativa” non ci siamo accorti che l’educazione non era per “gli altri” (per i giovani), ma è innanzitutto per noi

Certamente “i nostri ragazzi hanno bisogno di uno Stato e di una politica che creda davvero nel loro futuro e si impegni, da subito, nelle cose più semplici, a partire dai giardinetti“: ma ancor di più ciò di cui abbiamo bisogno è un motivo per essere uomini, per accettare quelle sfide che la Tamaro giustamente dice che debbono essere offerte ai giovani.

In questo senso non credo che si possa mantenere un livello umano (cioè un atteggiamento che non misconosca l’esigenza di verità, di giustizia e soprattutto di bellezza) senza un riferimento oltre l’umano stesso, quanto meno senza la ricerca di un significato che, per forza di cose, fondi l’essere stesso. Forse proprio sul significato l’articolo della Tamaro risulta poco convincente: eppure senza speranza di significato l’uomo non si muove, fugge dalla realtà; e, d’altra parte, se esistesse la possibilità di un significato a buon mercato non esisterebbero tutte questi tentativi di fuga dalla realtà. 

Nessuno può sostituirsi e trovare il senso della vita per un altro; ciascuno può, però, aiutare l’altro a uscire dalla confusione, da quello che la Tamaro chiama “indistinto”, che “genera profonda angoscia nelle persone“, semplicemente attraverso la testimonianza che è la propria stessa vita di essere umano in ricerca.  Ciò che occorre è un uomo, ci ricordava Betocchi: occorre alla società e a ciascuno di noi, perché le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. Chiunque sia vivo è soggetto educativo, e nello stesso tempo, per altro, è oggetto di educazione. La responsabilità di noi adulti è primariamente quella di vivere. Tanto più se per professione abbiamo un compito educativo. 

Perciò è profondamente irrazionale lo scoramento, che spesso assale, di fronte al disastro educativo e generazionale, ovvero il pensiero di essere di fronte a sfide troppo grandi per noi. Ciascuno ha la sua parte, che consiste proprio nel vivere responsabilmente (non posso fare a meno di rilevare che “responsabilmente” significa “rispondendo” di ciò che si fa) il quotidiano nelle piccole o grandi incombenze. Ognuno ha un suo compito, la massaia come l’infermiera o il parlamentare. Chi ha il compito di metter mano alle leggi se vive in questo atteggiamento potrà sperare di suggerire una politica, in campo scolastico come negli altri campi, che non incrementi il disastro ma anzi che favorisca la ripresa.

Un ultimo aspetto non trascurabile riguarda il tempo: occorre pazienza perché possa emergere un uomo. Abituati al “tutto subito”, incapaci di attendere e contrariati quando il nostro desiderio non è immediatamente soddisfatto, abbiamo dimenticato quello che Charles Péguy diceva all’inizio del secolo scorso: “Ci vogliono anni e anni per far crescere un uomo, c’è voluto pane e ancora pane per nutrirlo, e lavoro e lavoro e lavori e lavori di ogni genere… Per fare un buon cristiano occorre che l’aratro abbia lavorato vent’anni” (Il mistero della carità di Giovanna d’Arco).

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