SCUOLA/ Pornografia (in classe) a 7 anni, ecco l’Educazione europea

Educazione secondo gli standard del gender e proposta Scalfarotto formano un tutt’uno. Per questo è essenziale che il nuvo governo dica cosa intende fare. DANIELA NOTARBARTOLO

27.02.2014 - Daniela Notarbartolo
scuola_bambino_genitoreR439
Infophoto

Caro direttore,
ho cercato in Internet il noto documento europeo chiamato Standard per l’educazione sessuale in Europa pubblicato dall’Ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità e redatto a Colonia nel 2010 dal Centro Federale per l’Educazione alla Salute, BZgA (Germania). 

La ragione del mio interesse è stata dettata dal fatto che, senza che io facessi alcuna ricerca su questo argomento, nel giro di pochi giorni sono venuta a conoscenza da fonti diverse di episodi che mi hanno fatto capire che qualche cosa si sta muovendo in Italia senza che il cittadino (in questo caso il genitore) ne sia stato informato. Gli episodi sono i seguenti.

Una studentessa di prima liceo ha ricevuto una lezione di educazione sessuale dalla propria insegnante, consistente nell’osservazione in classe (e coram populo) di un contraccettivo, di cui si è mimato il modo di inserirlo e di utilizzarlo. 

Una studentessa di quinta ginnasio ha avuto come lettura scolastica un testo – al limite della pornografia – in cui veniva descritto con ampi dettagli un rapporto orale fra due uomini adulti.

Un bambino di 7 anni è tornato a casa facendo strani discorsi, inducendo il padre ad allarmarsi per la possibile presenza di adulti male intenzionati davanti a scuola; precipitatosi a scuola per avvertire la direttrice e le maestre del pericolo, riceveva la risposta che erano state proprio le maestre ad introdurre i bambini nel nuovo “argomento educativo”.

Un  bambino di 6 anni è tornato a casa chiedendo alla mamma se il fatto che due uomini si bacino sia una cosa giusta, non avendolo visto fare nella cerchia della sua famiglia; alla madre ha spiegato che la maestra aveva detto che era cosa molto normale.

Ebbene, ho cercato e letto quegli Standard. Si tratta di un vero e proprio Quadro di riferimento “per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti” dove, ad una prima sezione in cui vengono analizzati diversi profili legati alle urgenze che rendono necessario monitorare il settore dell’educazione sessuale (soprattutto abusi sui minori e comportamenti irresponsabili) e all’ampia descrizione di un modello “olistico” non limitato alle sole conoscenze in materia, segue una vera e propria “matrice” che prevede azioni di informazione (“trasmettere informazioni su”), sviluppo di competenze (“mettere i bambini in grado di”) e di atteggiamenti (“aiutare i bambini a sviluppare atteggiamenti”) nelle diverse aree della conoscenza del corpo umano, della fertilità-riproduzione, della sessualità intesa come piacere, delle emozioni e affetti, delle relazioni e stili di vita, dei diritti connessi e delle influenze sociali e culturali sulla sessualità (valori/norme). Il tutto secondo fasce che seguono lo sviluppo, con individuazione di fasce di età (0-4 anni, 4-6 anni, 6-9 anni, 9-12, 12-15 e più). 

Alcuni specialisti di sanità a livello europeo quindi ritengono essenziale, per la tutela della equità sociale, per la promozione del benessere psichico e la garanzia dei diritti della persona, diffondere l’informazione sulla sessualità. Per evitare di appaltare a apparati burocratici un settore che incrocia sia la libertà di educazione dei genitori sia la libertà di insegnamento dei docenti, si tratta di vedere in quali forme.

Faccio un esempio fra altri che si potrebbero fare perché riguarda la fascia più indifesa della popolazione, e richiede particolare attenzione. Già nella fascia 0-4 anni, nella colonna delle “informazioni”, nell’area della “sessualità”, la “matrice” prevede che siano date informazioni su “gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce”; nel Quadro di riferimento si era rilevato infatti come si tratti di un fenomeno normale in quella età. Mi immagino quindi il genitore che davanti ai comportamenti del figlio interviene per rassicurare, reindirizzare, proporre altre attività che distolgano da una concentrazione esclusiva sul settore corporeo genitale e permettano di collocare il fatto nella sua giusta dimensione (olistica). Viste le esperienze di cui sopra per cui il referente è diventato un ente esterno, e tenuto conto della “banalità del male” per cui una maestra ligia potrebbe interpretare le raccomandazioni come istruzioni precise, mi immagino invece una seduta all’asilo in cui la maestra fa vedere ai bambini come si fa.

In questo passaggio dal Quadro alla “matrice” vedo una certa scarsa congruenza. Nel campo dell’educazione sessuale, data la natura del fenomeno che è strettamente legato all’identità psichica, alle relazioni affettive e alla percezione valoriale in senso positivo (non come norme codificate o come influenza negativa delle convenzioni sociali) proprio secondo il modello olistico proposto dal Quadro di riferimento, il diritto all’informazione deve essere tanto discreto e conforme allo sviluppo che non vengano indotti dall’esterno turbamenti, bisogni eterodiretti, e soprattutto insegnamenti difformi da quanto viene appreso in famiglia o ideologicamente imposti. Infatti è responsabilità del genitore sia quella di saper recepire quando una domanda o un problema si pone, sia di intervenire in positivo proponendo un modello organico e vissuto di valori: si tratta di un diritto della famiglia sancito dalla carta dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Tornando ai casi iniziali, come mai sono state attivate queste iniziative per lo meno poco condivisibili dai genitori? I passaggi intermedi sono che il ministro uscente Carrozza, approfittando della legge 128/2013 (ex decreto “L’istruzione riparte”, quello in cui si parla di diffusione del wireless nelle scuole, di dimensionamento ecc.), e del fatto che sotto il ministro Fornero è stato istituito l’Unar con il compito – come sta diventando  sempre più chiaro − di avviare la rieducazione degli italiani nella direzione dell’ideologia del gender, è riuscita a fare inserire (comma d. dell’articolo 16) “attività di formazione e aggiornamento obbligatori del personale scolastico, con riguardo all’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 5 del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119″ (corsivi miei).

L’educazione sessuale si è allora legata ad altri interessi relativi allo sdoganamento delle coppie omosessuali e all’ideologia del gender, come dichiara la formula sugli “stereotipi di genere”. Senza che nessun genitore lo sapesse, e senza che il Parlamento deliberi su cosa è una “famiglia”, sono cominciati quindi a girare nelle scuole gli opuscoli Unar su questi argomenti, che hanno trovato evidentemente zelanti applicatori nei maestri e nei professori. Non si tratta di teoria: come esempio di compito di matematica contro le discriminazioni di genere troviamo un rassicurante: “Rosa con i suoi due papà compra tre lattine di tè. Se paga 2 euro…  ecc.”. 

Purtroppo sull’idea di persona sessualmente orientata la campana da un po’ di tempo è sempre una sola: tutti gli altri, anche se hanno argomenti culturalmente ed esistenzialmente validi, sono omofobi, e i loro argomenti “non scientifici” a priori. È poco logico dire che alla radice dei comportamenti discriminatori ci sia non l’intolleranza come comportamento positivamente attuato e perseguibile, ma il solo permanere di un modello sessuale e familiare “tradizionale” (una convenzione piccolo-borghese?): per vincere l’intolleranza bisognerebbe secondo loro cancellare il modello “normale”, demonizzarlo e proibire a scuola e stampa di presentarlo come positivo. Da qui un’educazione sessuale già orientata in una direzione per nulla neutra. Del resto, alla rieducazione degli italiani manca solo la legge (che è già all’esame del Senato) con la comminazione della relativa pena carceraria per i riottosi. 

Ora, la “normalità” dell’argomento educazione sessuale e di quello della accoglienza del “diverso” (se ha senso ancora parlare di “norma” e di “diversità”) non deve far pensare che si possa intervenire senza tenere conto della globalità dei fattori: troppe sono le implicazioni. Mi domando per esempio cosa capiterebbe al bambino di 7 anni che ha avuto dalla maestra lo “sdoganamento” di quanto deve restare invece coperto dal pudore (nel senso di giusta “vergogna” per l’intimità), se venisse avvicinato da un adulto male intenzionato. Se da un lato è uno degli obiettivi della “matrice” quello di insegnare ai piccoli alcuni comportamenti difensivi (“dire no, andare via, parlare con una persona di fiducia”), non si può pensare che la molla della difesa sia l’autodeterminazione (“la consapevolezza che è giusto chiedere aiuto” e “la consapevolezza dei propri diritti che porta ad avere fiducia in se stessi”, sempre per un pupo della fascia 0-4 anni; p. 39 degli Standard), quando da che mondo è mondo abbiamo insegnato ai nostri figli come si fa a “percepire il pericolo” proprio incentivando il pudore.

Se è certamente necessario che un ragazzo sappia che esistono i contraccettivi, è necessario chiedersi che cosa separa l’informazione dall’incitamento all’uso. Nel caso della dimostrazione pubblica in classe dell’uso del contraccettivo, vorrei sapere con quale motivazione  poi si sanzionerebbe l’esperimento pratico che subito dopo gli studentelli andrebbero a fare in bagno, con relativa scarsa attenzione l’ora dopo, una tranquilla ora di geografia, putacaso. 

Si sa che uno dei problemi dei paesi in cui questo genere di educazione sessuale viene impartita a tappeto è da un lato l’anticipo dell’età puberale negli adolescenti, continuamente stimolati da immagini, discorsi, esempi mediatici e infine scuola, dall’altro le necessità in ordine alla salute connesse con disturbi e conseguenze dovuti alla discrepanza fra età anagrafica-psichica e età sessuale: per esempio in UK l’aumento vertiginoso di gravidanze in bambine con età media di 12 anni. Tutto ciò ha poi dei costi personali, sociali ed economici.

Veniamo all’esempio della riferita lettura scolastica del rapporto orale fra due uomini. In che cosa consiste l’educatività di questa lettura esplicitamente GLBT? Saranno fatti loro, dico, che cosa due uomini trovano appagante, né l’accettazione della diversità coincide addirittura con l’esaltazione e l’enfatizzazione delle pratiche erotiche connesse. Di nuovo chiedo: che cosa è normale e che cosa è deviante, se ormai tutto pare senza confini certi?

Questo non può essere accettato in un’istituzione educativa come la scuola, in cui comunque si cerca di insegnare ai ragazzi il dominio di sé, quello che serve non solo per stare in classe ordinatamente, ma per relazioni arricchenti fra pari; la percezione dell’orizzonte ampio della vita, dove oltre agli interessi minuti per il ragazzo o per le scoperte dell’adolescenza ci sia lo spazio interiore per la cultura e il mondo intero; la dilatazione oltre la soddisfazione dell’hic et nunc e l’apertura di orizzonti propositivi, direi di capacità di intrapresa personale. Anche qui mi domando l’effetto su una platea di giovani sempre più fragili, incerti, destrutturati antropologicamente da una quantità di altri fattori che qui non si elencano, davanti a sollecitazioni di questo genere. Se vogliamo un “capitale umano” capace di ripresa, iniziativa, ricostruzione, il modello antropologico non può essere quello individualistico libertario: altrimenti è il solito suicidio dell’occidente.

Se lo scopo dell’educazione sessuale è quello di dare strumenti positivi a tutti per regolarsi nella sfera affettiva e sessuale, bisogna operare sulla valorizzazione dell’identità personale, sull’autostima, sulla sanità generale: anche per la prevenzione dell’uso di droghe si fa appello con più frutto al positivo, per esempio impegnare i ragazzi in attività gratificanti come fare qualche cosa di utile e sentirsi necessari al mondo, più che far conoscere loro i danni prodotti dall’uso di stupefacenti, come sa chiunque abbia a che fare con ragazzi a rischio (ome sappiamo da Rose Busingye, per curare l’Aids non bastano le medicine, perché se una persona non ha voglia di vivere non le prende).

Quello che invece si capisce fra le righe in tutti gli episodi citati, ma che viene taciuto ingannando il cittadino, è che si vuole indurre surrettiziamente come modello “giusto” la liquidità dei sessi (o ideologia del gender). 

Il fatto che esistono coppie omosessuali che vanno rispettate nelle loro scelte non consente di per sé a nessuno di presentare come un modello di vita quelle che sono scelte personali, per di più autopercepite fino ad essere meramente autocertificate, e relative alla sfera privata. A parte la lecita domanda che mi faccio come insegnante, visto che fra poco sarà impossibile spiegare a una classe Renzo e Lucia, o Dante e Beatrice, credo che ogni persona, se proprio deve scegliersi una identità sessuale, deve farlo a partire dalle proprie esperienze, e non essendo indotto dalla pubblicità (o dalle letture scolastiche).

La ragione per cui le ho scritto è che se il ministro uscente Carrozza era riuscito a infilare il superamento degli “stereotipi di genere” nella formazione obbligatoria degli insegnanti e a produrre effetti concreti e incontrollati fino agli esempi che ho proposto, il nuovo ministro dovrebbe chiarire le linee in cui intende muoversi. Anche se probabilmente sarà l’esito della proposta Scalfarotto a decidere in Senato se gli italiani si prostreranno al gender oppure no, e allora il ministro dell’Istruzione non farà che obbedire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori