SCUOLA/ Le 4 frasi del ministro Giannini che vanno prese sul serio

Nelle molte interviste rilasciate finora il ministro Giannini ha detto cose che lascerebbero ben sperare tutti coloro che confidano nella parità reale. Ecco cosa fare. ANNA M. ALFIERI

16.03.2014 - Anna Monia Alfieri
scuola_giannini1R439
Stefania Giannini (Infophoto)

Nel periodo del Regno d’Italia (1861-1946) lo Stato italiano avocò a sè la scuola come strumento per sanare l’analfabetismo e favorire l’unità del Paese. Si trattava evidentemente di una questione vitale: senza scolarizzazione il nuovo Stato non sarebbe sopravvissuto, né avrebbero potuto provvedere le buone scuole del tempo, rette da congregazioni religiose anche centenarie, fucine di cultura e formatrici in umanità. La necessità portò alla creazione di una struttura burocratica mastodontica e complessa che, se inizialmente sembrò porre rimedio al grave deficit di alfabetizzazione, successivamente mostrò tutti i limiti connessi ad una organizzazione autoreferenziale, in cui gestore e controllore da sempre si identificavano. 

A distanza di anni, dal dopoguerra ad oggi, il “sistema istruzione Italia” ha di fatto appesantito ulteriormente i suoi limiti strutturali, aggravati dalla crisi di valori sociali e familiari che è sotto gli occhi di tutti. A ciò si è aggiunto un gravissimo vulnus: la mancata recezione della riflessione post-bellica – a livello mondiale, dopo la tragedia dell’atomica – sui diritti dell’uomo, primo fra tutti, in ambito educativo, quello di libertà di scelta. Per meglio dire, in Italia il genitore vede riconosciuto nella Carta costituzionale il diritto a scegliere la buona scuola pubblica del figlio, ma in nessun modo applicato. 

È evidente che una nazione il cui sistema di istruzione abbia tali contraddizioni può essere definita “a rischio”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha coraggiosamente definito la scuola come “il punto di partenza”. Non uno dei tanti punti bensì il punto. Parole confermate dalle dichiarazioni chiare e inequivocabili del neo ministro all’Istruzione Stefania Giannini che ha affermato “fondamentale garantire la libertà di scelta educativa“.

Proviamo allora a ripercorrere le ultime dichiarazioni del neo ministro dell’Istruzione come per scandire un percorso. 

Non avviare nuove riforme“. Come non applaudire ad una dichiarazione di tanto buon senso che ci libera dall’ansia del legiferare a tutti i costi al di là di ogni utilità? Il diritto alla libertà di scelta educativa in capo ai genitori che ne hanno la responsabilità in quanto tali, è già ampiamente riconosciuto: dall’articolo 30 Cost., dalla risoluzione Ue 2012 (n.1904, F-67075, libertà di scelta educativa), dall’art. 33 Cost., dalla risoluzione Ue del 13 marzo 1984 (libertà di insegnamento). Risultano indispensabili pertanto azioni di fatto che segnino il passaggio dal riconoscimento del diritto alla garanzia dell’esercizio dello stesso. A completamento di tale atto dovuto si può ipotizzare un Testo Unico che elimini sovrapposizioni e prescrizioni contraddittorie alla Azzeccagarbugli. 

A. “Valorizzare l’autonomia delle scuole” è l’unica strada per incentivare la qualità e la ricchezza della diversità. Le scuole saranno cosi tutte di qualità e la differenza sarà principalmente nell’identità di ciascuna scuola che sarà l’oggetto della scelta della famiglia. La famiglia sceglierà sulla base dell’identità e dell’offerta formativa riconosciute più conformi alla propria linea educativa. Tale autonomia implica che lo Stato passi da soggetto gestore a soggetto garante del sistema scolastico nazionale.

B. “Riconoscere piena dignità alla scuola paritaria“. Complimenti ministro Giannini, direbbero i nostri Costituenti. Questo passaggio conferma che siamo finalmente “a monte” rispetto alla richiesta a favore della libertà di scelta educativa che domanda pluralismo; altrimenti che scelta è? In tal senso è importante completare la legge 62/2000, nata monca.

C. “Considerare le spese per l’istruzione non come costi ma come investimenti in capitale umano“.  Investire in capitale umano significa avere a cuore il futuro dell’Italia. Investire significa: a) rendersi conto dei bisogni, b) avere consapevolezza delle risorse attuali, c) considerare i benefici maggiori in rapporto al margine di rischio, d) azzerare gli sprechi, o costi cattivi, in vista dell’investimento.

Ricordiamo che l’Italia è il paese che spende di più e peggio in Europa. La causa principale? Carenza di educazione, formazione, cultura. Ed è qui che si inserisce la chiave di volta fra i principi sopra enunciati e gli aspetti concreti che ne seguiranno. Affinché l’intuizione di queste dichiarazioni non sia l’ennesima occasione persa, fagocitata da altri interessi che allontanano da una posizione così chiara e lucida, l’unico passaggio di fatto che la storia ci suggerisce è: 1. si individui il costo standard dell’allievo nelle forme che si riterranno più adatte al sistema italiano, 2. si dia alla famiglia la possibilità di scegliere fra scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria. 

Risultato: 1. una buona e necessaria concorrenza fra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato; 2. innalzamento del livello di qualità del sistema scolastico italiano con la naturale fine dei diplomifici e delle scuole che non fanno onore ad un servizio nazionale di istruzione d’eccellenza quale l’Italia deve perseguire per i propri cittadini, 3. valorizzazione dei docenti e riconoscimento del merito, come risorsa insostituibile per la scuola e la società, 4. abbassamento dei costi e destinazione di ciò che era sprecato ad altri scopi.

Si innesca cosi un circolo virtuoso che rompe il meccanismo dei tagli, conseguenti a sempre minori risorse (perché sprecate) che producono a loro volta altro debito pubblico. Il welfare non può sostenere altri costi; non a caso il principio di sussidiarietà, oltre ad avere una valenza etica è anzitutto un principio economico prioritario. Europa docet.

A questo punto, liberate le risorse, si potrà investire nella valorizzazione e valutazione, nell’innovazione e sviluppo. 

L’utopia ci potrebbe far dire che, comunque vada, il solo aver udito simili dichiarazioni è tanto; ma l’emergenza educativa urge e ci sprona a sperare e a domandare una chiara volontà politica in tal senso. Politica. L’economia, la ragione e il buon senso hanno già dato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori