SCUOLA/ Oliva (Treellle): la vera riforma? Abbattere il monopolio dello Stato

I mali del nostro sistema scolastico? Vengono tutti dal monopolio statale dell’istruzione. Intervista ad ATTILIO OLIVA sui dati dell’ultimo studio presentato da TreeLLLe

06.07.2014 - int. Attilio Oliva
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Concorso Scuola (Infophoto)

Nonostante gli sgravi fiscali accordati agli enti gestori di scuole con la nuova disciplina di Imu e Tasi, il problema della parità scolastica in Italia non è stato ancora preso di petto da alcuna seria riforma politica. Lo dimostra il recente studio dell’Associazione TreeLLLe, il think tank guidato da Attilio Oliva, dedicato a Scuole pubbliche o solo statali? Per il pluralismo dell’offerta. Francia, Olanda, Inghilterra, Usa e il caso Italia, presentato a Roma la scorsa settimana e ora disponibile sul sito dell’associazione (treellle.org). Dai dati di Treellle emerge che il male vero della scuola italiana è il monopolio statale dell’istruzione, che produce discriminazione e diseguaglianze. “Ma senza confronto e senza competizione la scuola statale deperisce”, spiega Oliva a ilsussidiario.net.

Oliva, come mai in Francia il 17 per cento del totale degli alunni frequenta la scuola non statale mentre in Italia questo dato è fermo al 5 per cento?
È molto semplice: in Francia i costi della scuola cattolica (perché le scuole non statali sono cattoliche al 95 per cento) sono quasi totalmente in carico allo stato. Tutto si basa sull’accordo del ’57 voluto da De Gaulle, che mise fine alla guerra tra scuole statali e scuole religiose, all’insegna di una vera laicità dell’istruzione. Da allora lo stato paga tutti o quasi tutti i costi delle scuole religiose, ma sottomettendole a regole ferree, le stesse cui sottostanno le scuole statali. E la religione può essere insegnata solo nel pomeriggio, fuori dai programmi scolastici e durante il tempo che chiamano “la vie scolaire”.

In Italia vale lo stesso?
In Italia le scuole paritarie aventi certi requisiti fanno parte del sistema pubblico, e dunque le paritarie sono scuole pubbliche a tutti gli effetti, con la piccola differenza, però, che lo stato non dà loro i soldi. È stata fatta una riforma a metà: il principio è acquisito, ma le risorse non sono loro riconosciute se non con contributi quasi simbolici.

In Francia la “guerra” è cessata da 50 anni, in Italia ne restano le conseguenze. Perché?
Bisognarebbe fare una lunga disamina culturale che non si può fare in questa sede. Il risultato è una guerra clandestina che si combatte sotto l’ombrello del riconoscimento pubblico. Non si sono date le risorse e quindi il confronto di qualità non è ad armi pari. Questo è il punto chiave.

Perché mai lo stato dovrebbe dare soldi alle scuole che gli fanno concorrenza?
Questa è la domanda che esprime nel modo migliore il retaggio ideologico di cui sopra. Perché dovrebbe dare soldi alle paritarie? Banalmente, perché il confronto aperto e la competizione sono il sale del miglioramento. Senza confronti la scuola statale deperisce, in qualità e in prospettive. Qualunque monopolio – e il nostro attualmente è quasi del tutto un monopolio statale – è foriero di scarsa innovazione e qualità. I monopoli degradano sempre, siano essi pubblici o privati. Da notare che la nostra Costituzione invece prevede il pluralismo dell offerta…

Il nostro sistema pubblico di istruzione, dice la legge, è fatto di scuole paritarie e scuole statali. Si può dire che la qualità stia più da una parte che dall’altra?

Sulla qualità delle nostre scuole nessuno sa nulla: sono scatole nere. Quando si sa qualcosa, è solo per sentito dire. Questo perché in Italia non c’è un sistema di valutazione e di ispezioni che ci dica qualcosa di serio e di pubblico. Abbiamo una rotazione di insegnanti folle: pari al 25 per cento annuo. Questo le famiglie lo sanno? No. Ecco perché la prima cosa da fare sarebbe dare effettività a un sistema ispettivo che in paesi come Francia, Olanda e Inghilterra è serissimo. Solo dopo potremo discutere di chi è più bravo.

Intanto secondo lei la situazione qual è?
Oggi come oggi, sulla base del sentito dire e delle poche analisi realizzate, ci sono molte scuole statali ottime e molte drammaticamente non buone, così come ci sono paritarie d’eccellenza (in genere molto costose per le famiglie) e molte di pessima qualità.

Alla luce dei sistemi esaminati nel dossier (Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Francia e Italia) esiste un sistema di finanziamento che si possa definire oggetivamente migliore di altri?
L’opinione di Treellle in proposito è precisa. Noi riteniamo che l’istruzione sia un bene pubblico, non solo un servizio, e quindi debba essere un servizio totalmente finanziato dallo stato con risorse proprie.

Cosa vuol dire che l’istruzione è un bene pubblico e non solo un servizio?
Vuol dire che è come l’acqua: bisogna garantirla a tutti, è un bene troppo importante perché sia sogetta a un regime di libero mercato.

Quindi lei in tema di istruzione non è un liberista puro.
Il libero mercato nel settore dell’istruzione avrebbe delle pericolosissime tendenze a segregare socialmente la popolazione, madando i ricchi nelle scuole migliori e i poveri in quelle peggiori. Non è giusto: occorre garantire quanto più possibile pari opportunità a tutti. Ma questo non vuol dire gestione pubblica diretta delle scuole, come avviene ora. Tutti i paesi citati fanno distinzione tra risorse pubbliche, per garantire un sistema di pari opportunità, e gestione delle singole scuole, che può essere statale, comunale o non statale da parte di soggetti “riconosciuti”.

E perché fare questa distinzione?
Ma perché la gestione è migliore quando i soggetti gestori hanno la libertà di gestire risorse  pubbliche adattando le scelte alle situazioni diversificate che affrontano. In una zona deprivata come Scampia è fondamentale motivare gli studenti a venire a scuola, perché non ci vanno, ma in centro a Milano non c’è questo problema (e ciò non toglie che ve ne siano altri). Nelle due situazioni il modello organizzativo e educativo non può e non deve essere lo stesso. A Scampia bisognerebbe prevedere probabilmente orari più lunghi, tenere i bambini a scuola fino alle 18, dando loro supporti maggiori e comunque diversi che in centro a Milano. Tutto questo la scuola rigidamente gestita dallo stato non lo può fare: ciò che può fare è praticare una inadeguata e rigida uniformità. 

Di cui all’estero, nei paesi virtuosida voi esaminati, non c’è traccia, è così?

Le scuole andrebbero lasciate libere di organizzarsi al meglio a seconda dei contesti ambientali in cui operano. Questo è quello che fanno gli olandesi, gli americani e gli inglesi con le Charter schools e con le Academies, e non a caso sono i modelli che hanno dato i risultati migliori in ambienti deprivati, dove in gran parte hanno sconfitto l’abbandono. 

Detto questo, secondo lei l’Italia cosa deve fare?
Innazitutto due cose. La prima: creare subito un sistema nazionale di valutazione con visite ispettive e di controllo sulla qualità delle scuole. La seconda: introdurre il finanziamento totalmente pubblico di scuole statali e non statali “riconosciute” dando alle singole scuole la massima autonomia gestionale, da esercitare a seconda dei contesti.

Questo cosa produrrebbe?
Il miglioramento di tutto il sistema. La singola scuola dovrà giocoforza migliorare per non soccombere. Una scuola dotata di autonomia organizzativa e finanziaria per prima cosa cambierà calendari, orari, organizzazione a seconda del contesto. Certo pagherà anche qualche docente di più e qualche altro di meno, e soprattutto avrà la fondamentale libertà di scegliersi i docenti tra quelli abilitati.

In Italia ci sono esperienze che possono fare da punto di riferimento per cambiare?
Assolutamente sì: in area statale come in area paritaria. Entrambe hanno qualcosa in comune: presidi e docenti straordinari che si sono presi delle libertà in più rispetto a quelle previste dalle norme. Ciò ha permesso loro di fare delle sperimentazioni di successo. Il problema è che queste eccellenze non vanno a sistema perché la gestione è centralistica e statalista. L’autonomia è l’unica strada.

Un calcio allo Stato, dunque?
Assolutamente no. Allo stato restano alcune funzioni primarie: dare indirizzi e norme generali sugli obiettivi di conoscenze e competenze da perseguire a livello di sistema, e finanziare tutto il sistema pubblico riconosciuto dalle ispezioni rispondente ai requisiti previsti. Ma ripeto, il primo buco da colmare è procedere alla costruzione di un servizio nazionale di valutazione efficiente delle scuole, degli apprendimenti, dei presidi e dei singoli insegnanti.

A proposito, cosa pensa del servizio nazionale di valutazione che partirà a settembre?
Per capire se il governo ha intenzioni serie basterà verificare quante risorse finanziarie attribuirà all’Invalsi e al nuovo servizio di ispettori. In Inghilterra solo l’Ofsted (servizio di ispezione, ndr) costa 150 milioni di euro l’anno.

E come giudica l’operato del governo Renzi?
Le dichiarazioni di Renzi e del ministro Giannini danno voce alla necessità di cambiamenti radicali nel sistema scolastico e fanno ben sperare, perché di miglioramento serio dell’istruzione, dopo Prodi e Berlinguer, non si è più parlato. Ora occorre la volontà politica di trasformare le dichiarazioni in fatti. 

(Federico Ferraù)

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