SCUOLA/ Saitta (Upi): senza le province il piano di Renzi è un flop

- int. Antonio Saitta

Nelle sue slides Matteo Renzi ha parlato di 3,5 miliardi da destinare all’edilizia scolastica. Ma la vera domanda è chi farà che cosa. Parla ANTONIO SAITTA (Unione province italiane)

bambino_scuola
Immagini di repertorio (Infophoto)

Nelle sue slides Matteo Renzi ha parlato di 3,5 miliardi da destinare all’edilizia scolastica (saliti a 3,7 nell’intervista del ministro Giannini pubblicata giovedì scorso su La Stampa)  e di una task force  (“unità di missione”) ministeriale da mettere a capo del progetto. Una prima mappatura degli interventi ci sarebbe grazie alle e-mail dei sindaci che hanno inondato di segnalazioni la casella di posta del presidente del Consiglio. Un’operazione da far tremare le vene ai polsi, quella lanciata dal capo del governo, se si pensa alle lungaggini tutte italiane tra autorizzazioni, progetti, gare, lavori; un tempo medio, quello che intercorre tra la pianificazione di un intervento e il suo collaudo, che Il Sole-24 Ore di ieri ha stimato in 1.151 giorni. Non solo. Quello che non è ancora chiaro è il ruolo degli enti locali: perché alle province appartengono le scuole superiori, ai comuni quelle elementari e medie, ma non è ipotizzabile che i piccoli comuni possano farsi carico di procedure così complesse, spiega Antonio Saitta, presidente dell’Upi (Unione province italiane).

Presidente, ammettiamo che i fondi siano reperibili entro i vincoli previsti dal patto di stabilità. Il ministro Giannini ha parlato di circa 10mila interventi cantierabili. Ma chi esattamente farà che cosa?
Guardi, i numeri degli interventi è difficile immaginarli, ma gli interventi da fare sono noti perché sono stati previsti già tre anni fa attraverso i piani di edilizia scolastica approvati dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica, ndr). Con una delibera del 2010 venne approvato anche il primo stalcio, poi il ruolo del Cipe è rimasto nella nebbia ma i progetti ci sono e sono esecutivi, pronti per essere realizzati.

Vuole dire che siamo davanti a un’incompiuta? 
Nel secondo semestre del 2013 è arrivato un ventesimo dei finanziamenti promessi e con quelli qualche intervento è stato fatto. Sul secondo stralcio (una delibera del Cipe del 2012) non si è più saputo nulla. Poi è arrivato Enrico Letta e ha messo a disposizione i 150 milioni del Dl Fare. Pochi soldi, ma l’unica cosa concreta. A quelli si sono aggiunti i fondi Inail.

Lei a suo tempo è intervenuto nella discussione, ci spieghi cos’ha ottenuto.
Che i soldi, quando ci sono, vadano direttamente dal Miur ai proprietari delle scuole, cioè comuni e province. Prima erano sparpagliati tra diversi centri decisionali, Miur, Inail, Infrastrutture, col risultato di rallentare i tempi di esecuzione. Solo il passaggio dal Cipe voleva dire allungare i tempi di due-tre anni. Poi abbiamo chiesto e ottenuto che, data la scarsità di fondi, si stabilisse una gerarchia nelle urgenze.

Con quali modalità di intervento?
Lo schema di intervento era anch’esso contenuto nel Dl Fare e prevedeva che le regioni indicessero un bando: gli enti che che hanno in piano degli interventi presentino il progetto esecutivo e chi ce l’ha pronto, partecipa. Questo ha consentito un’accelerazione, perché dal progetto di massima a quello esecutivo passa normalmente altro tempo. 

Com’è andata a finire?

Le regioni hanno svolto il loro compito magnificamente: i fondi sono stati ripartiti tra le regioni e sono stati definiti, regione per regione, gli interventi da attuare. Il Dl Fare ha poi recepito la nostra proposta che sindaci e presidenti di provincia facessero i commissari straordinari all’edilizia scolastica. I poteri sarebbero stati definiti successivamente con un decreto. I lavori dovevano essere appaltati entro il 28 febbraio. 

Poi è arrivata la crisi di governo.
Esatto. Il 28 siamo stati in pochi a partire coi lavori perché il governo, in assenza del decreto, non ha avuto modo di dare un contenuto ai commissariamenti.

Quindi?
Quindi quei pochi 150 milioni non sono stati utilizzati. Fare il commissario è molto complesso. Se si vuole percorrere questa strada bisogna individuare un certo numero di stazioni appaltanti − e le province hanno questa competenza − in grado di farlo per chi non è in grado, come i comuni più piccoli.

Matteo Renzi intende mettere a disposizione 3,5 miliardi, il ministro Giannini ha parlato di 3,7 mld di cui i fondi dei comuni sarebbero “una parte consistente”.
Bene; in ogni caso, ancora non c’è un decreto. Parliamo di cifre che al governo avranno sicuramente verificato… da quello che capisco potrebbero essere la somma di tante cose: quello che è restato dei 150 milioni, più il secondo stralcio del Cipe, più quello che è avanzato su un altro capitolo delle Infrastrutture. In ogni caso quell’ammontare (3,7 miliardi) per quello che capisco io non è di un anno, ma triennale. Non credo ci siano risorse nuove…

Renzi vuole snellire le operazioni facendo lavorare una una cabina di regia centrale (l’unità di missione) e i comuni. Di che cosa stiamo parlando secondo lei?
Credo che l’unità di missione risponda all’esigenza che il governo ha di mettere in capo a un punto unico tutte le risorse, le quali una volta individuate non sono poi così facili da gestire. Che si faccia una cosa nuova sono dubbioso, a essere sincero. Nel caso, vorrei che l’interlocutore fosse il Miur. Quando questo è avenuto, per noi è stato tutto più semplice.

Lei parla come se voi province foste parte in causa. Ma il decreto Delrio vi ha commissariato. Tutto sembra pronto per fare a meno di voi.
Su questo c’è un abbaglio mediatico, perché non si tratta di soppressione ma di riordino. Comunque è vero: sul punto c’è un elemento di incertezza, perché Delrio prevede che le competenze che noi abbiamo sull’edilizia scolastica passino ai comuni. Gli abbiamo spiegato che questa cosa non ha senso perché aumenta i centri di spesa; allora nel testo approvato hanno messo che è l’edilizia scolastica è competenza dei comuni, i quali possono però decidere di delegare la provincia. 

E sarà così secondo lei?

Le potrei citare il caso di un comune di 700 abitanti in provincia di Torino con una scuola di 2mila studenti: quando hanno saputo di doversi occupare degli interventi scolastici non sapevano da che parte cominciare.

Tutto sommato lei appare ottimista.
Quello che mi da un po’ di fiducia è che il presidente del Consiglio è stato sia sindaco che presidente della provincia. Anche Delrio è stato sindaco. Credo − spero − che non faranno cose delle quali poi dovranno pentirsi. 

Cosa pensa del progetto di legge di riforma del Senato?
È basata sull’idea che l’italia sia fatta solamente dai grandi comuni. È una visione superficiale, superata, perché c’è un’altra Italia ugualmente importante ma è come se oggi fosse sparita. Quante aziende si sono spostate dai grandi comuni a territori esterni? Quante persone si spostano nei comuni più piccoli? L’idea che la rappresentanza debba andare solo ai grandi comuni vuol dire abbandonare quell’altra Italia, che secondo me non solo è molto dinamica, ma oggi è la vera novità. 

Anche la Corte dei conti vi ha dato ragione.
Certo. Ha dimostrato che il risparmio derivante dall’abolizione delle province può tradursi in una spesa supplementare. Pensi che, di province, quel grande simbolo di efficienza che è la Germania ne ha 295. Che le posso dire… deciderà il Parlamento.

(Federico Ferraù)




© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori