SCUOLA/ Una bimba di due anni dice no a Cesare Pavese

Nei giorni scorsi si è celebrato il funerale di R., uno studente dell’Istituto De Nicola di Sesto San Giovanni. Si era appena diplomato ragioniere. La lettera del suo docente GIUSEPPE EMMOLO

29.09.2014 - Giuseppe Emmolo
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Caro direttore,

Nei giorni scorsi è stato celebrato il funerale di R., uno studente dell’Istituto De Nicola di Sesto san Giovanni, dove insegno. Si era appena diplomato ragioniere. Durante una gita in moto verso Lecco in compagnia di amici, per non travolgere dei ciclisti è finito contro una roccia, in circostanze ancora da chiarire. Lascia una bimba di 2 anni, una famiglia nel dolore e tanti compagni e amici sconvolti.

Una folla straripante domenica sera assiepava le panche della chiesa di viale Suzzani e una folla ancor più numerosa ha partecipato commossa alle esequie a Sesto. In un silenzio surreale ma dal dolore composto, ad un certo punto è entrata in chiesa S., la figlia di R., di due anni, che è andata a dare un bacio alla grande foto del papà posata tra i fiori sulla bara. E’ bastato questo a far cambiare lo sguardo di molti che erano lì: è bastata la semplicità di questa scena, l’ innocente presenza di una bimba a far cambiare la realtà: non si era più davanti ad un triste funerale, ma davanti a un gesto grandemente umano, quello del bacio di una figlia al suo papà, quello di un arrivederci, e per tutti gli altri presenti si è trattato di un saluto a un figlio, a un amico, a un alunno. L’apparire della bimba e il suo gesto hanno dato ali alla speranza! Sicuramente alla mia. E che quella bimba avesse dato speranza anche a suo padre, R. lo aveva scritto in un tema : “Siamo così impegnati a guardare la vita sempre con la stessa monotonia di ogni giorno, senza mai concederci un attimo per viverla davvero, perdendoci le piccole e grandi cose che essa ci dà. Mi sto riferendo a una cosa che mi cambierà la vita totalmente e questo regalo mi sta già riempiendo di gioia. Conosco persone che definiscono la vita troppo statica per poter cambiare e fino a qualche mese fa gli avrei dato ragione, ma ora come ora so che non è così, mia figlia mi cambierà totalmente la vita”. Quanta grandezza in queste parole, perché hanno il potere di gettare una luce sulla morte di R. No, la morte non ha il potere di avvolgere totalmente la vita umana nella propria oscurità.

1. La tragedia della cultura in cui siamo immersi è che la ricerca della verità e il senso della totalità non sono più oggetto della ragione e perciò ci sembra che nell’orizzonte della nostra vita ci debba essere solo e soltanto la morte: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi” dice Pavese. Quanta fatica, quanti dubbi a riconoscere davanti ad una bara il senso di sacralità e di mistero, di un’ultima positività reale che avvolge la vita. Questa morte ci ha sfidati e ci ha rimessi davanti alla questione seria del vivere: tornare alla polvere, al niente? o tornare “a casa”, nel seno di Colui che ci ha fatti, voluti e pensati?

La bambina di R., che non capiva nulla, capiva però di avere tutt’intorno gente che le voleva bene: su di lei non ha cessato di splendere la verità luminosa di essere amata e di essere tra le braccia della sua giovane mamma. Alla bimba bastava quella presenza amorosa, soprattutto lo sguardo tenero e intenso della sua mamma. Anche un adulto ha bisogno del miracolo di un grande amore per stare davanti a fatti così terribili. Ma un adulto, cioè un uomo consapevole, insieme ad una presenza amorosa ha bisogno anche di ragioni. Dopo una morte così, quali possono essere le ragioni adeguate per continuare a vivere? Non bastano le solite banalità: bisogna vivere perché la vita continua. Bisogna andare avanti!

2. Nel libro della Sapienza si legge: “Dio non ha creato la morte per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza. Le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte…” (Sap. 1,13-15). Ma dove sono vere queste cose? E il Dio che permette che tanti padri e tante giovani madri per malattia o per incidente – come in questo caso – vengano tolti ai loro figli? che permette che centinaia e centinaia di persone affoghino nel Canale di Sicilia sui barconi, che permette che a Mosul (l’antica Ninive dei Babilonesi), nel nord dell’Iraq, vengano seppellite vive persone d’ogni età, bimbi compresi(!), che le donne siano stuprate in India e altrove… ma ancor di più, un Dio che permette la distrazione dal proprio destino, la banalizzazione della vita e l’eliminazione “legale” del miracolo-vita? Dove è che è vero quello che dice il libro della Sapienza? Esso dice bene: Dio ha fatto l’uomo per la felicità, ma poi la realtà sembra dire il contrario. Felicità è dunque una parola vuota? una menzogna? Il desiderio di felicità insito nella vita è solo una falsa promessa? La scienza o la civiltà o il progresso tecnologico ci riscatteranno un domani dalla morte che incombe su uomini e popoli?

La Sapienza ci dice che il cuore umano è fatto per la vita; ma chi o cosa potrà compiere questo desiderio irrefrenabile di vita? “Non la cultura mondana e non la cultura talmudica o la cultura esoterica, la cultura delle élites: non c’è risposta a questa frase della Sapienza, se non in Cristo”, ha scritto don Luigi Giussani.

Egli dà risposta secondo una storia documentabile in questa vita, come la vetta ultima di un lungo cammino. R., come le tremila persone che ogni anno trovano la morte sulla strada, è arrivato su quella vetta in un infinitesimo di secondo, di schianto. Noi, io, ci ho messo sessanta anni. Di fronte all’eterno, che pervade ogni istante, ottant’anni e un battito sono esattamente la stessa cosa. 

Non esiste nessuna evidenza più grande all’uomo maturo, non al bambino che non capisce, ma a noi che l’età l’abbiamo, di questa: che in ogni istante siamo sul palmo della mano di un Altro. “Mi hai tessuto nel seno di mia madre”, è stato letto in chiesa per R.

3. La nostra tomba siamo noi stessi, se non guardiamo quest’Altro che ci tiene nell’essere ogni momento. Quando ci incontravamo nei corridoi della scuola amavo apostrofarti – così come facevo con i tuoi compagni – “cara creatura, ciao!”: ora lo sei con più verità di prima. Che coraggio e che grande amicizia occorrono, per continuare a vivere senza recedere di un millimetro dalla certezza che la realtà ci è amica, nonostante morte e follia, perché abbracciata amata e accolta da una grande presenza.

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