SCUOLA/ Il diritto di apprendere? I guai (e la soluzione) di uno scontro tutto “all’italiana”

Il diritto di apprendere? In Italia è tradito: lo scontro tra scuola statale e paritaria garantisce alcuni a scapito di altri. Ma una soluzione c’è. Ne parla il libro di Alfieri-Grumo-Paola

28.11.2015 - Silvia Becciu
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Immagini di repertorio (Infophoto)

Nonostante una legge dello Stato lo sancisca ormai da quindici anni (legge Berlinguer, n. 62/2000), il fatto che il sistema pubblico d’istruzione sia formato non solo da scuole statali ma anche da scuole private paritarie, è per molti ancora inaccettabile. Non importa se si tratta di un principio che caratterizza tutte o quasi le democrazie occidentali: in Italia persiste, per ovvi motivi ideologici, ancora l’idea che “pubblico” sia solo ciò che è erogato dallo Stato. O, detto in altro modo, la scuola paritaria è “privata” e dunque non deve essere finanziata dallo Stato. Lo scontro ideologico alla base è chiaro: scuola dei preti contro scuola di tutti. Ma questa semplificazione, oltre a non riflettere affatto il panorama delle scuole che invece rispecchia un pluralismo culturale ben più ampio (come si è già dimostrato su queste pagine), lede un diritto addirittura affermato nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: quello delle famiglie a scegliere l’educazione e l’istruzione per i propri figli. “Da che mondo è mondo spetta alla famiglia il diritto di scegliere l’educazione e l’istruzione dei propri figli. L’età moderna e contemporanea riconosce e attua, in Europa, tale diritto imprescindibile. In Italia… lo riconosce”, si legge su un libro da poco uscito “Il diritto di apprendere, nuove linee di investimento per un sistema integrativo” (Giappichelli Editore, 216 pagine), scritto da Anna Monia Alfieri (presidente della Fidae Regionale e consulente dell’Usmi nazionale), Marco Grumo (direttore della divisione Enti non profit dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), Maria Chiara Parola (dottore commercialista e membro del tavolo permanente sulla parità della Regione Lombardia) e con la prefazione del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. 

Gli autori danno un convincente e approfondito contributo sul tema, che affrontano dal punto di vista del diritto e finanziario, mettendo inequivocabilmente in luce il valore sociale e non elitario di un sistema misto pubblico-privato.

Dopo un excursus di carattere storico, il volume affronta il tema del diritto nel sistema integrato di istruzione in Italia e in Europa, segnalandone le diversità di approccio. E’ qui affrontato il tema della garanzia del diritto all’istruzione e quindi la libertà di scelta e il pluralismo educativo, tema ancora di difficile attuazione in Italia. Il nostro, viene detto, è il caso di “un diritto tradito” che ha le sue fondamenta nella nascita dello Stato italiano, quando lo Stato “avocò a sé la scuola come strumento per sanare l’analfabetismo e favorire l’unità del Paese”. Un approccio alla scolarizzazione fondamentale per la tenuta dell’unità stessa, ma che determinò anche la nascita di “una struttura burocratica mastodontica” che dal dopoguerra ha continuato a “appesantire i suoi limiti strutturali”, mantenendo a tutt’oggi, nei confronti della famiglia, “il ruolo di Gestore (nel caso della scuola pubblica) in concomitanza a quello di Controllore (nel caso della paritaria)”. 

Dati e tabelle mostrano quindi tutto lo squilibrio di un sistema educativo enormemente sbilanciato nei confronti della sola scuola di Stato. Nel 2014, ad esempio il Miur ha stanziato per tutto il sistema di istruzione la cifra di 40.324 milioni di euro di cui solo 494 spesi per l’istruzione non statale. Viene poi affrontata la spesa per singolo studente e la differenza è qui ancora più evidente: le risorse destinate a un bambino della scuola dell’infanzia statale dallo Stato sono pari a 6.355,33 euro, per uno della paritaria a 540,19 euro. Il paragone che viene fatto con i sistemi educativi europei è sconfortante, con esempi nei quali lo Stato garantisce alle paritarie l’80% dei costi annuali (Belgio, Germania, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia per dirne alcuni). In Italia è del 40%, superiore solo alla Grecia con il 20%. E’ una discriminazione: la famiglia, si legge, “dopo aver pagato le tasse come tutti gli altri cittadini paga una seconda volta con la retta della paritaria”.

A questo punto gli autori fanno la loro proposta per “superare la più grave ingiustizia italiana che sta facendo implodere il Sistema nazionale di istruzione”: l’individuazione del costo standard per studente, con cui finanziare tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie, accompagnandole “verso la riqualificazione delle risorse e l’acquisizione di competenze di riorganizzazione amministrativa prima e gestionale poi, per rendere sostenibile la buona scuola di qualità ma senza sprechi”.

Il “costo standard di sostenibilità per allievo” viene definito come “il costo che una struttura scolastica statale o paritaria sosterrebbe (per ciascuno studente e complessivamente) qualora essa operasse secondo determinate condizioni di qualità, efficacia ed efficienza, inclusione e sostenibilità economica dei processi”. Tutta la seconda parte del volume consta nell’individuazione delle linee guida per la costruzione dei costi standard per tutti i livelli della scuola dell’obbligo (dalla scuola d’infanzia alla secondaria di secondo grado) calcolati sulla base di un campione di sedici scuole italiane paritarie di diverso grado analizzate sotto il profilo dei processi didattici, del modello di gestione adottato e dei conti di bilancio e su un campione di cinque scuole statali di cui sono stati analizzati i bilanci.

Quanto tali calcoli possano costituire utili indicatori per orientare esperienze educativo-formative di studenti per forza di cose estremamente differenziate, è oggetto di dibattito, così come lo è il come calcolare il costo standard e come utilizzarlo.

Il volume di Alfieri-Grumo-Parola, però, oltre al grande pregio di emancipare il dibattito dal livello ideologico che lo vede impantanato da troppo tempo, ha quello di iniziare a porre un parametro di riferimento sui costi, utile come punto di partenza per ulteriori lavori di comparazione in un sistema che — non dimentichiamolo — non si è mai dato nemmeno gli strumenti per analizzare in modo completo quanto, dove e come spende le risorse pubbliche affidategli. 

Non ultimo, il libro è un utile stimolo ad accettare finalmente la necessità di un cambiamento a livello della singola scuola perché la proposta tenga doverosamente in considerazione i bisogni educativi dei ragazzi: “Per molte realtà scolastiche si impone oggi un vero e proprio cambiamento sostanziale. Un cambiamento radicale del modo di condurre le attività, e non semplicemente di qualche aspetto strutturale-organizzativo. In molti casi si tratta di compiere un vero e proprio “salto culturale”, da realizzarsi tra l’altro anche abbastanza velocemente, visti i tempi di evoluzione del contesto”.


Anna Monia Alfieri, Marco Grumo, Maria Chiara Parola, “Il diritto di apprendere. Nuove linee di investimento per un sistema integrato”, Giappichelli, Torino 2015.

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