SCUOLA/ Studenti mettono i prof su WhatsApp, ma i genitori sono peggio

- Gianluca Zappa

In una scuola media del torinese gli studenti hanno ripreso i professori durante le lezioni e hanno pubblicato il tutto su WhatsApp. Provvedimenti, e genitori all’attacco. GIANLUCA ZAPPA

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WhatsApp e Facebook (Infophoto)

Se nelle mani di un quattordicenne (dotato di regolare patentino e abituato a guidare uno scooter) mettete una Ferrari, è molto probabile che qualcosa vada storto. Bisogna che ci ficchiamo tutti bene in testa che avviene la stessa cosa quando mettiamo in mano a un ragazzino uno smartphone, con connessione illimitata ad Internet. Il problema è che tutti, nel primo caso, capiscono l’assurdità e la pericolosità del gesto, mentre nel secondo caso la percezione della gravità della cosa è gravemente offuscata. Del resto le statistiche dicono che già ad otto anni il 72 per cento dei bambini maneggia abitualmente smartphone e tablet dei genitori, e che nove minorenni su dieci utilizzano in modo costante il web. Evidentemente molti, moltissimi genitori non capiscono.

Eppure con un apparecchio digitale collegato alla rete ci si può fare molto male e si può fare molto male agli altri, più facilmente che guidando una Ferrari. L’ultimo caso ne è davvero la prova provata: 22 ragazzini di una scuola media del torinese hanno ripreso i loro professori durante le lezioni e hanno pubblicato il tutto su WhatsApp, corredando le immagini con frasi di scherno. Sono stati scoperti da un docente che, intuito qualcosa, ha sequestrato alcuni cellulari. La scuola ha reagito, anche se, a mio parere, in modo molto, troppo mite (sei sospesi per un giorno e i rimanenti per tre ore!). Motivo della sanzione: “E’ stato violato il regolamento d’istituto”.

Ma l’aspetto più paradossale di questa vicenda paradossale è la reazione di alcuni genitori (spero non tutti) degli autori della bravata, i quali hanno sostenuto che la requisizione dei telefonini (e il controllo del contenuto) è stata una vera e propria violazione della privacy. Questi signori, invece di vergognarsi di avere in casa dei piccoli mascalzoni, se ne sono andati in giro a testa alta a difendere l’indifendibile. Si sono impalcati a paladini della privacy di chi mette sotto i piedi, calpestandola, la privacy degli altri.

L’episodio è grave, ma è solo la punta di un iceberg. C’è tutto un sommerso, incontrollato e incontrollabile, che quotidianamente si riversa sulla rete e pugnala alle spalle, in modo codardo e vile. A volte accade che si scopra qualcosa, ma è veramente un nulla, rispetto a quello che gira.

Ciò che più colpisce è che i giovani non sembrano rendersi conto della gravità dei loro atti, hanno perso del tutto il contatto con la realtà. Vivono in un mondo virtuale dove tutto pare possibile, mentre, nella realtà, non è vero che tutto è possibile. Privacy? Ma quale privacy! Loro stessi sono abituati a darsi in pasto al gruppo degli “amici”. Si offrono in tutte le pose, spiattellano tutti i loro spostamenti, i loro gesti, i loro gusti, i loro amorazzi. E’ il trionfo del narcisismo collettivo, nella spasmodica ricerca dei “mi piace”. E pensano di poter fare lo stesso con la vita degli altri. 

Gli adulti, spesso, fanno lo stesso. Con lo smartphone in mano sono tornati ragazzini. Sono anche loro prigionieri di questa follia generale, anche loro hanno perso il contatto con la realtà. La loro abdicazione è grave, perché, in fin dei conti, avrebbero l’autorità per dire dei salutari “no” quando servono. Ma i “no” sono molto faticosi. E poi quali regole può dare un adulto che sembra avere gli stessi problemi di un adolescente? Quale posizione può prendere, di fronte ad una mascalzonata, un complice di chi l’ha commessa? E allora ecco che, invece di punire, invece di manifestare la propria delusione, il proprio disagio, ci si arrampica in modo ridicolo sugli specchi, si “difende” il proprio bulletto. E’ il vero fallimento della missione dei genitori.

La scuola si trova a remare controcorrente. Spesso è l’unico ambito rimasto (regolarmente frequentato) che chiede un impegno al ragazzo, che lo richiama alla responsabilità verso se stesso e verso gli altri, che gli impone delle regole. E’ una missione ingrata e faticosa (e molti insegnanti gettano la spugna e rinunciano al ruolo che hanno), osteggiata dalle stesse famiglie. Questa è l’amara realtà.

C’è infine un altro aspetto che, perdonatemi, non sopporto. Partendo dalla semplice constatazione che non è per nulla necessario che un ragazzino si porti il cellulare a scuola (in caso di emergenza c’è il centralino scolastico, quello che tutti noi — che non siamo nati digitali — abbiamo utilizzato quando avevamo bisogno, e siamo sopravvissuti senza particolari problemi o complessi) e che, anzi, il cellulare a scuola è fonte di distrazione e di uso improprio, ai limiti del penale, l’unica soluzione possibile è quella di impedirne drasticamente l’introduzione, fissando sanzioni forti e tassative. Ma ho già sentito i soliti discorsi sull’utilità di questi strumenti, sul “dipende dall’uso che ne fai”, sulla necessità di non “demonizzare”.

E’ come dire al quattordicenne di cui sopra: “Mettiti pure al volante della Ferrari e fanne buon uso”. E’ una posizione stupidamente ideologica, scollegata dalla realtà, che invece dice e dimostra tutt’altro. Non è con un cellulare in mano col quale giocare tutto il giorno che un ragazzo cresce. Guardate per una volta quello che i ragazzi scrivono, quello che si scambiano, come comunicano (o meglio non comunicano), cosa assorbono. Guardate la realtà e la troverete molto molto lontana dalla retorica. Aiutare un ragazzo a rendersi conto non è violare la sua privacy: è salvarlo.

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