DDL SCUOLA/ Gli albi per i prof, una “mina” che può far saltare il centralismo

- Francesco Magni

Il ddl presenta interessanti novità che, se non verranno del tutto vanificate dalle “forche caudine” parlamentari, potrebbero aiutare ad innescare elementi di novità. FRANCESCO MAGNI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Finalmente, dopo troppi annunci e troppe slides, fughe in avanti e dietrofront, il piano sulla “Buona Scuola” del governo Renzi ha preso forma in un testo normativo con cui potersi confrontare (anche se, al momento, si tratta ancora solo di bozze ufficiose).

Come sottolineato anche su questo giornale, il disegno di legge del governo presenta interessanti novità che, se non verranno del tutto vanificate dalle “forche caudine” parlamentari, potrebbero aiutare ad innescare qualche elemento di novità in un sistema scolastico come quello italiano che sembra immobile e immutabile nel tempo.

Tra le proposte contenute nel ddl vorrei soffermare la mia attenzione sulle novità in tema di reclutamento dei docenti.

Se da un lato né l’immissione ope legis degli oltre 100mila precari (che poteva — e ancora potrebbe — essere fatta diversamente, graduandola nel tempo e introducendo criteri di merito, per esempio in base alle competenze del singolo docente) e, dall’altro, né la promessa di future immissioni in ruolo solo tramite “concorsoni” (art. 8 comma 13) rappresentano una novità, vi è da segnalare l’introduzione degli albi regionali previsti dall’art. 7.

Recuperando il progetto Aprea del 2008, infatti, all’art. 7 si propone di istituire albi territoriali regionali in cui iscrivere i ruoli del personale docente. All’interno di questo albo confluiranno dunque sia coloro che saranno assunti a tempo indeterminato con il maxi piano assunzionale nelle scuole dello Stato del prossimo settembre (i residui vincitori dell’ultimo concorso 2012 e gli iscritti, a pieno titolo, nelle graduatorie ad esaurimento), sia i vincitori dei futuri concorsi a cadenza triennale.

Resterebbe escluso, invece, il personale docente già assunto a tempo indeterminato alla data di entrata in vigore della presente legge, salvo che in caso di mobilità territoriale e professionale: in quest’ultima ipotesi, anche i docenti in questione sarebbero iscritti in tali albi.

Da questa lista, formata, lo si ripete, da personale già assunto a tempo indeterminato dal ministero dell’Istruzione, il dirigente scolastico potrà proporre incarichi di docenza della durata triennale (ma rinnovabili) per la copertura dei posti assegnati all’Istituzione scolastica cui è preposto.

Una proposta — anche questa embrionalmente vicina alla “chiamata diretta” del progetto Aprea — che introduce una ancor limitata, ma significativa dose di razionalizzazione del sistema, affidando alla libertà e alla responsabilità dei dirigenti scolastici la possibilità di comporre parte della propria squadra.

Giustamente, per prevenire usi distorti il testo prevede la pubblicità non solo dei criteri che ciascun dirigente scolastico adotterà per la definizione dell’organico, ma anche degli incarichi conferiti, corredati da relativa motivazione.

Un insolito spazio di libertà all’interno di una rigidità di sistema che appare ancora lungi dall’essere superata.

Se molto si potrebbe ancora dire sul disegno di legge, la cui ampiezza fa presagire una lunga “gestazione” normativa (basti pensare alle 14 deleghe conferite al Governo dall’art. 21), sia consentita una breve nota finale, riguardante la tanto dibattuta detraibilità delle spese sostenute per la frequenza scolastica sostenute dalle famiglie degli alunni iscritti alle scuole paritarie del primo ciclo d’istruzione. 

Si potrebbe dire che “la montagna ha partorito il topolino”, tanto più che la detrazione di importo annuo non superiore a 400 euro si applicherà non solo alle scuole paritarie ma anche a quelle statali.

Qualcuno potrà dire che è un passo in avanti troppo timido. E in effetti può anche essere così. Ma forse per la prima volta, si afferma strutturalmente il principio, anche sul piano economico, che il sistema d’istruzione nazionale pubblico è composto «dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali» (L. 62/2000) e che le famiglie hanno diritto ad essere sostenute nelle spese per l’istruzione dei propri figli. 

Si poteva fare di più? Vista la quantità di investimenti di risorse previsti nella “Buona Scuola” (ed è una bella inversione di tendenza rispetto ai tagli lineari di tremontiana memoria) forse sì. Ma se, come diceva Gaetano Salvemini, «ogni questione scolastica è, in ultima analisi, una questione sociale e politica», anche questa fa parte del campo di gioco dove il meglio è troppo spesso nemico del bene e il realismo rimane un principio cardine se si vuole aspirare al raggiungimento del bene comune.

@Francesco_Magni

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