SCUOLA/ La “società del pallottoliere” contro l’autonomia e gli studenti

- Giorgio Chiosso

E’ in atto da tempo un disegno centralistico volto a ridurre gli spazi di reale autonomia delle scuole. Lo confermano le Linee guida sulla certificazione delle competenze. GIORGIO CHIOSSO

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E’ in atto da tempo un disegno neocentralistico volto a ridimensionare gli spazi di reale autonomia delle scuole. Un altro passo in tal senso viene dalle norme descritte in una circolare (norme per ora emanate in una versione sperimentale, antefatto della loro generalizzazione nei prossimi anni scolastici) relative alla certificazione delle competenze, una questione finora lasciata alla responsabilità delle singole scuole. Il proposito è quello di rendere omogenea — sul piano formale, perché su quello sostanziale gli spazi sono aperti come le praterie del Far West — la decisione di adeguare anche la scuola italiana alle famose competenze-chiave definite in sede europea. 

I ricorrenti tentativi degli ultimi anni — nonostante le dichiarazioni in senso contrario — di tornare a un’Italia scolastica ministero-dipendente riportano alla mente un celebre scritto di Luigi Settembrini del 1864 intitolato la “Società del pallottoliere”. Il patriota napoletano che per i suoi ideali liberali era finito nelle galere borboniche, si doleva che i “piemontesi” avessero inviato per l’Italia “un reggimento di pallottisti col loro pallottoliere, co’ loro statini, cartelloni, programmi regolamenti, libri di testo… credendo di dar la vista ai ciechi” e “d’insegnare a leggere a tutti gli italiani” allo stesso modo. E si chiedeva se fosse “sopportabile che nel Ministero d’istruzione pubblica si scrivano… quelle circolari, quelle lettere in quel linguaggio che non è né italiano, né turco, né tartaro, ma potrebb’essere soltanto un linguaggio pallottista”. 

I tempi naturalmente sono molto cambiati, ma qualche residuo della “Società del pallottoliere” permane ancora tutt’oggi. Un’eco dei “pallottisti” di Settembrini si può forse trovare in quegli esperti di competenze che discettano, nelle Linee guida che accompagnano la circolare, intorno alla natura delle competenze, su come si valutano e su come si certificano, fino a predisporre appositi moduli validi per qualunque situazione che sicuramente faranno la felicità degli insegnanti perché in tal modo dovranno soltanto riempire degli spazi in bianco. 

Così facendo avremo finalmente un’Italia scolastica migliore e più “europea”? Magari fosse così facile!

La lettura delle Linee guida è deludente e imbarazzante, un condensato di luoghi comuni espressi in un linguaggio buro-pedagogese infarcito di verbi usati nel modo imperativo e affollato di espressioni estranee a qualsiasi persona non addetta ai lavori. Un testo deludente, per la schematicità con cui vien trattata la nozione di competenza, assunta acriticamente in linea con l’approccio efficientista dei documenti dell’Unione Europea, senza chiedersi se possano sussistere intorno a tale questione altre letture d’impianto meno funzionalistico e cioè non associate alla formazione di una persona “utile” e a una scuola che obbligatoriamente “deve servire”.

La competenza, infatti, non si può ridurre alla funzionalità della conoscenza rispetto alla capacità di metterla in pratica: questa impostazione può essere idonea nell’ambito del lavoro e della formazione professionale, ma è certamente lontana dai fini scolastici che hanno per scopo la trasmissione culturale da una generazione all’altra e la promozione, prima di tutto, di una testa che pensa. Un approccio più problematico non sarebbe stato fuori posto e potrebbe aiutare le scuole non ad “applicare” disposizioni, ma a “scegliere” tra diverse opzioni. 

Le Linee guida sono, poi, soprattutto un testo imbarazzante che si rivolge a un’Italia scolastica che non esiste più o, se esiste ancora, è quella residuale di un passato ormai alle nostre spalle: la scuola che aspetta disposizioni, anziché assumere decisioni. 

Qualcuno ha parlato del ritorno di una “pedagogia di Stato” e cioè di un concreto tentativo di orientare in una direzione l’attività didattica, gli orientamenti ideali, le scelte culturali. Ipotesi non da escludere: è possibile che attraverso il proposito di omologare la definizione delle competenze si verifichi, più per inerzia che per deliberata opzione (come poteva accadere 20-30 anni orsono in piena battaglia ideologica), qualcosa del genere. 

Quello che si può sicuramente dire è che se ci si inoltra nella strada tracciata dalle Linee guida non si va lontano. Si resta oscillanti tra ministero che emana grida di manzoniana memoria, scuole “vecchie” che si adattano ed altre — quelle che già vivono proiettate nel domani — che fingono di adattarsi e se ne infischiano. Senza libertà vince la burocrazia neocentralista, ma è una vittoria di Pirro. 

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