SCUOLA/ Punire, ma come? Le tante vie di mezzo tra disciplina e “perdonismo”

Dopo il caso del 4 e della nota alla studentessa che ha chiesto se Lucio Battisti fosse fascista, SERGIO BIANCHINI fa il punto sui provvedimenti disciplinari adottati nelle nostre scuole

19.04.2016 - Sergio Bianchini
scuola_bambino_genitoreR439
Infophoto

Il fatto è noto: “Lucio Battisti era fascista?” domanda un’alunna in classe e il professore le dà quattro in pagella con nota di demerito. 

Il padre dell’alunna dichiara: “Sono rimasto sconcertato non tanto per il voto (sottolineatura mia), mia figlia ha tutti 9 e 10, quanto per il metodo. Un’adolescente pone una questione, dà un’opinione, e invece di creare dibattito le si dice di stare zitta?”.

E’ chiaro che dovrebbe stare nei poteri dell’insegnante consentire o meno domande, più o meno pertinenti, circa la lezione o l’attività in corso. E’ chiaro anche che la sua conduzione della classe dipende dal livello di professionalità e da una capacità di gestione generale che sicuramente sono note al preside ed agli altri insegnanti della scuola. Così come è sicuramente ben noto il carattere e lo stile abituale dell’alunna in questione, sia agli altri docenti che ai compagni di classe. Pertanto credo che in seconda battuta la questione sarà composta adeguatamente. 

Quello che mi preme sottolineare è la caratteristica della “repressione”, su cui il dibattito pubblico è stato carente. Un 4 “di materia” ed una “nota sul registro di classe”. Il solito duromollismo, mi vien da dire, un eccesso di durezza ed insieme di mollezza. Il “durismo” sta nel fatto che un comportamento inadeguato viene punito con un voto relativo all’apprendimento. Il “mollismo” sta nel fatto che la nota scritta sul registro di classe notoriamente non ha alcuna conseguenza. E così, di nuovo, la vera gestione della vicenda è affidata al clamore mediatico.

Ma non si evidenzia tanto, a mio parere, una situazione di prepotenza antidemocratica o di insensibilità pedagogica, quanto un vero e proprio caos mentale che sempre più spesso si accompagna alle relazioni scolastiche e la totale mancanza di chiarezza circa la soluzione dei conflitti.

Dal 1996 il ministero, allora diretto da Luigi Berlinguer, demandò alle scuole il compito di definire il regolamento di istituto per la disciplina, mandando in pensione il vecchio regolamento di disciplina nazionale stabilito dallo storico Regio Decreto del 1923.

Il vecchio regolamento aveva tutti i gradini (non muscolari) della forza repressiva, da quello leggerissimo del richiamo scritto, all’allontanamento dalla classe, alla sospensione fino a 5 giorni comminata dal preside, a quella fino a 15 giorni di pertinenza della giunta, e così via fino all’espulsione dalla scuola.

In tutta la mia vita, prima di studente e poi di insegnante, non avevo mai visto sospensioni superiori ai 3 giorni. Non era assolutamente previsto il “voto di castigo” e nemmeno la “bacchettata”, che invece è stata in vigore legale fino a 20 anni fa nelle scuole inglesi dove era chiamata canning.

L’utilizzo dei provvedimenti repressivi era quindi totalmente flessibile e determinato dalla sensibilità del preside e degli insegnanti. La riforma Berlinguer abolì il potere discrezionale del preside circa la sospensione fino a 5 giorni e demandò completamente al consiglio di classe ed al consiglio di istituto ogni decisione relativa al regolamento ed alla sua applicazione.

Nella mia scuola le misure fondamentali restarono le stesse, richiamo scritto (la nota), allontanamento dalla lezione, sospensioni di uno o più giorni. Qualcuno introdusse i lavori riparatori e socialmente utili.

Ma le misure concretamente applicate quali sono state? 

Come al solito le fortissime differenze culturali e politiche dei docenti hanno determinato la prassi reale. C’erano e ci sono docenti che si rifiutano di mettere note scritte o di contattare i genitori e cercano una complicità con gli alunni nell’esclusione del potere genitoriale. Ci sono docenti che usano a dismisura note scritte con carattere inflazionistico ed inefficacia alla fine totale. 

Ma ci sono abitudini non dichiarate ed incuranti del regolamento come il voto di castigo (che fa media), il compito di castigo al singolo, il castigo collettivo come una dose aggiuntiva di compiti a tutta la classe, o l’abolizione della gita programmata, o l’umiliazione pubblica. Il castigo collettivo incredibilmente sembra essere il metodo più diffuso.

Nessun regolamento prevede queste misure e dato che la moda ideologica dei media è incline al perdono, la grande massa degli insegnanti cerca come al solito di sopravvivere nella penombra applicandole “di nascosto”.

Personalmente ho sempre avvallato sia teoricamente che praticamente l’allontanamento dalla classe dell’eventuale disturbatore fino al termine della lezione. A mio parere, assieme al richiamo scritto comunicato ai genitori (la nota), sono i due provvedimenti davvero efficaci e semplici, con un impatto sopportabilissimo su qualunque alunno ed allo stesso tempo in grado di proteggere il clima della classe da interferenze insopportabili.

Sembrerebbe semplice ma queste due misure non sono così lineari come potrebbe pensare una persona non interna alla scuola. I tabù mentali costruiti in decenni di lotta all’autoritarismo hanno paralizzato la capacità di utilizzare quotidianamente procedure semplici, efficaci ed accettabilissime.

L’allontanamento dalla classe fino al termine della lezione, oltre a cozzare con il tabù della correzione “inclusiva”, cozza con il vero ostacolo, ammesso in seconda battuta da tutti i responsabili, e cioè che l’alunno allontanato dovrebbe essere affidato ad un adulto. Quale adulto? Potrebbe essere il bidello del corridoio se il preside avesse l’autorità per posizionarvelo. Ma di solito non ce l’ha. Allora dovrebbe essere un insegnante dedicato, a disposizione e questo si potrebbe fare utilizzando almeno nelle ultime ore una parte dei docenti in esubero. 

Anche la nota funziona fino a quando la famiglia, almeno in parte, collabora con la scuola, ma oltre un certo limite, quando si arriva alla cronicità, si rende necessario un lavoro mirato, interno o esterno alla classe, per poche o tante ore al giorno.

La prassi disciplinare di istituto, supportata dal regolamento e dalla dirigenza, dovrebbe quindi vedere alcune procedure standard con sviluppi diversificati e personalizzati ed apposite risorse dedicate. Ciò generalmente non avviene e nelle scuole reali, avvolte sui media da un melenso colore “gioioso” quando non è tragico, il clima delle classi è sempre peggiore, faticoso, stressante, insopportabile per gli alunni e i docenti, ed il nobile millenario mestiere dell’insegnante sta diventando un mestieraccio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori