SCUOLA/ Così dirigenti, studenti e prof possono cambiare la vecchia “catena di montaggio”

Si è svolto a Firenze il 25esimo convegno nazionale Disal, dal titolo “Riconciliare la scuola con la vita”: una necessità per la scuola, se non vuole soccombere. ROBERTO PASOLINI

02.04.2017 - Roberto Pasolini
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(LaPresse)

Si è svolto a Firenze il 25esimo convegno nazionale Disal. Da subito il titolo provocatorio ed attualissimo, “Riconciliare la scuola con la vita”, ha offerto agli interventi di apertura la possibilità di mettere ben in evidenza il grande momento critico, da un punto di vista educativo, di fronte al quale si trova il nostro sistema scolastico. Inventare (ossia avere idee nuove) è facile, innovare (ossia dare, realizzare e stabilizzare un cambiamento) è difficile e complesso, ma è emerso quanto sia indispensabile, sia pure in “tempi non brevi” — come ha ricordato Norberto Bottani — perché innovare significa anche un mutamento di mentalità nell’approccio da parte degli studenti e nelle modalità didattiche da parte dei docenti. 

Gli interventi della prima giornata hanno focalizzato, pur con sfumature diverse, ma complementari, il grande rischio che la scuola sta correndo ossia quello di non essere più considerata la prima agenzia educativa delle nuove generazioni, perché oggi gli studenti imparano più “fuori” che a scuola e per loro l’istruzione scolastica diventa un fatto dovuto, secondario, perché non li appassiona, perché usa linguaggi superati, perché offre schemi standardizzati, perché è lontano dalla realtà che vivono ogni giorno e che li aspetterà al termine dei loro studi.

Norberto Bottani ha messo in risalto le esperienze frutto di una indagine internazionale di Geoffrey Sachs, professore a Berkeley, sull’apprendimento scolastico e quello extra-scolastico, secondo la quale attività esperienziali in contesti ipoteticamente non formativi riescono a far acquisire eccellenti competenze matematiche, come il caso dei bambini della tribù indonesiana Oksapmin che usano un sistema di numerazione basato su 27 parti del corpo umano e che ha loro permesso di dare un senso al sistema decimale insegnato a scuola, per ribadire che gli studenti portano in classe, ormai inevitabilmente, svariati sistemi di comprensione e di conoscenze che usano per capire, senza evidenziarlo, le attività che devono svolgere a scuola. Questa interazione è spesso ignorata dalle scuole mentre dovrebbe essere colta per avviare l’uso di pratiche didattiche più efficaci, come quelle che rendono più visibile il modo di pensare degli alunni. 

Dobbiamo comunque rilevare che non siamo di fronte ad una stagnazione, poiché di fronte all’esistenza di modelli che hanno come riferimento un approccio autoritario, chiuso, rivolto al passato, nozionistico, difensore di un certo tipo di cultura scolastica e improduttivo ai fini dell’acquisizione delle soft skills, se ne stanno sperimentando altri aventi un approccio opposto, aperto, costruttivista, comportamentale. Dario Nicoli di fatto propone un progetto innovativo di impostazione formativa che preveda innanzitutto uno staff stabile garantito su tre ambiti fondamentali quali didattica, organizzazione, comunicazione con docenti aggregati per aree culturali, con uno schema orario flessibile su cinque tipi di situazione di apprendimento: accoglienza-avvio, didattica mista/aula laboratorio, progetti/alternanza, eventi pubblici, valutazione che a monte preveda un curriculum essenziale unitario, una partnership con le opportunità offerte dal territorio e la costruzione di una rete con le scuole del territorio.

Tutto ciò pone in evidenza un obiettivo fondamentale: che la scuola torni ad essere il riferimento primario e fondamentale per l’educazione e la formazione degli studenti, ossia per la valorizzazione della loro crescita personale, e per esserlo ha bisogno di avviare un grande processo di innovazione avendo nel cuore la passione e l’entusiasmo educativo dell’affascinante funzione che svolge e la pazienza della consapevolezza che il tempo sarà lungo, frutto di piccoli passi nella direzione giusta fatti con continuità, concretezza e determinazione.

Sulla stessa linea, a complemento, l’intervento di Giovanni Biondi, avviato con uno slogan provocatorio: “la scuola sta rompendo”. La spiegazione di questa affermazione parte dalla constatazione del graduale adeguamento della scuola, dal suo nascere, al modello economico imperante tanto da farla diventare, dopo la rivoluzione industriale, come “una grande catena di montaggio di trasmissione del sapere”. Oggi in una società completamente diversa, post-industriale che va verso l’industria 4.0, la scuola mantiene caratteristiche strutturali dell’ottocento e crea disconnessione tra scuola e società. Gli studenti cambiano e fanno sempre più fatica ad adattarsi al vecchio modello. “Non si può mettere vino nuovo in otri vecchi”, lo slogan usato per spiegare la sua visione del problema. Oggi non si usa più un solo linguaggio ma linguaggi diversi, e la scuola deve essere il luogo dove lo studente sviluppa la propria personalità e impara ad imparare perché oggi le strategie educative debbono essere completamente diverse e la scuola deve aiutare gli studenti ad essere protagonisti del proprio sapere. “Meglio una testa ben fatta che una testa piena” il terzo slogan che ha voluto lanciare, oltre a ricordare che con l’Indire ha istituito il “Movimento avanguardie educative” che di anno in anno accoglie un numero crescente di istituti che stanno “rivoluzionando la scuola”, puntando anche ad aggredire vincoli atavici della scuola come spazio e tempo e ricordando che dobbiamo gelosamente custodire la caratteristica formativa del nostro sistema scolastico senza cadere nella trappola dell’impostazione addestrativa (che punta fondamentalmente ai risultati di test costringendo gli studenti ad una pressione di preparazione che ne snatura la loro crescita personale complessiva). 

Tutti approfondimenti, ripresi e tenuti come riferimento nel proseguo del Convegno e che si inseriscono perfettamente con il grande tema di attualità delle soft skills da mesi in discussione, approfondito e diffuso dal recente libro della Fondazione della Sussidiarietà Far crescere la persona, curato da Giorgio Vittadini, nel quale vengono approfonditi i risultati della ricerca di James Heckman e della Scuola di Chicago. Oggi le soft skills quali energia (socievolezza, entusiasmo, far valere la propria influenza), coscienziosità (cautela, riflessività e tenacia), amicalità (venire incontro alle necessità degli altri e affidabilità), stabilità emotiva (controllo degli stati di tensione e del comportamento), apertura all’esperienza (interesse a tenersi informati, acquisire conoscenze, disposizione favorevole nei confronti delle novità, apertura verso culture diverse) sono ritenute indispensabili per aprirsi un futuro dopo aver terminato la scuola, soprattutto per l’inserimento nel mondo del lavoro dove cresce sempre più la convinzione che “a un 110 e lode che fatica anche solo a parlare, si preferisce un giovane disponibile, creativo e capace di lavorare in gruppo anche se molto lontano dal 110”. Da qui la convinzione espressa nel libro (Agasisti) che: “la crescita delle capacità tecniche o cognitive non può prescindere dal carattere o, meglio, dallo sviluppo della persona in quanto tale”. Vi è chi afferma che, trattandosi di crescita della persona, l’insegnamento e la cura delle soft skills dovrebbe avviarsi fin nell’infanzia da 0 a 6 anni. 

Gli interventi si possono sintetizzare nel lancio di una grande sfida: la scuola non può abdicare dal suo ruolo fondamentale, ma, come detto, riappropriarsi della posizione che le compete ossia quella di essere il luogo principe deputato all’educazione ed alla formazione delle nuove generazioni per prepararle a saper affrontare quanto li aspetta al termine dei loro studi. La conciliazione tra scuola e vita deve essere ovvia, perché la scuola deve preparare alla vita sociale, e la scuola deve abituare i propri studenti a vivere la realtà e”portarla” a scuola, a formarsi il carattere che, sempre di più, condizionerà il loro futuro. Di conseguenza l’innovazione non vuole dire stravolgere i programmi, ma utilizzare un approccio diverso nella didattica che curi la crescita graduale delle soft skills mentre si insegnano, doverosamente e bene, le conoscenze delle diverse discipline, affinché la scuola possa tornare ad essere un “ascensore sociale” per i nostri giovani.

Il convegno è stata una ricca occasione per aprire l’ampio dibattito sulla grande necessità di innovazione di cui ha bisogno il nostro sistema scolastico, innovazione che necessita della convinzione e della passione di tutti i suoi operatori.

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