SCUOLA/ Aperta d’estate, così padri e madri hanno “rubato” il tempo dei bambini

- Carlo Bellieni

Anche quest’anno il ministro dell’Istruzione ha proposto una sua versione delle scuole aperte d’estate. Una iniziativa contraria al buono sviluppo dei bambini. CARLO BELLIENI

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Scuola (LaPresse)

Certo, la versione di “scuole aperte d’estate” creata dall’attuale ministro è meno preoccupante di quella dell’anno passato e di altra ministra, in quanto almeno qui non si intende creare un doposcuola estivo ma aprire i locali alle associazioni per attività di vario tipo, a quanto si capisce non di tipo “apprenditivo”.

E’ una versione meno preoccupante, ma lascia una bella discussione: perché la scuola aperta d’estate non è un problema per gli insegnanti, come si vorrebbe far credere, ma è un problema culturale.

In primo luogo apre la discussione su cosa serve ai bambini; già, perché noi diamo per scontato un sistema che tiene al chiuso e seduti i piccoli nell’età dell’irrequietezza e delle scoperte, come se le scoperte fossero tutte “di cervello” e non “di mani” “di occhio”, “di fatica fisica”, “di contatto con gli altri”. La scuola si basa sull’apprendimento mentre la fisiologia infantile si basa sul coinvolgimento, e le due cose cozzano fra loro; così come cozza con lo sviluppo della vista tenere il bambino al chiuso (il cristallino dell’occhio ne risente) o seduto costantemente (se si siede in una cattiva posizione e gli fa male la schiena non è colpa sua). Per non parlare di quanto sia antifisiologico buttare giù dal letto bambini e ragazzi in pieno sonno Rem alle sei o alle sette di mattino! Insomma, andare a scuola forse è quanto di meglio si ha per “informare” (sul teorema di Pitagora), ma per “formare” ci potrebbero essere maniere meno antifisiologiche, e far continuare questo sistema anche nei pochi mesi di vacanza e relax mentale e fisico non è il massimo. Siamo sicuri che ai bambini e ai ragazzi serve davvero “imparare”, e invece “coinvolgersi” o “andare a caccia di scoperte” sia un’opzione da perditempo?

Il secondo problema culturale è il rapporto scuola-famiglia, che già impostato così mette paura perché tratta le due entità come fossero di egual importanza, mentre la scuola dovrebbe essere considerata per quel che è: un utile strumento. E si capisce che il punto sarebbe non di dare più scuola d’estate, fossero anche le aule alle associazioni, ma più agio e libertà ai padri e alle madri per gestire da sé, in gruppi con altri, in associazioni non calate dall’alto il vissuto loro e dei figli. Ma i tempi del lavoro e del mercato sono inesorabili e costringono i genitori all’assenza, grave patologia del nostro tempo che scontiamo con figli iperattivi e disattenti e legati telefonini e pc. Assurdo è stato negli anni veder eroso il tempo di vacanza dei bambini non nel loro interesse, ma in quello dei grandi: dei padri che non devono restare a casa a “fargli fare qualcosa” e dei lavoratori sindacalizzati che invidiavano le lunghe vacanze dei docenti.

Terzo problema però è quello che purtroppo ci fa dire “il re è nudo”: dove è la famiglia? Cosa ne è oggigiorno? Si discute di plurime forme di famiglia, senza vedere che in una forma o in un’altra la famiglia si è dissolta nell’acido degli obblighi di mercato e non ne esce. Non è più in grado di progettare, di fare più di uno-due figli e quelli che ha li piazza davanti alla tv, li lascia a se stessi e — eccoci! — non aspetta altro che apra la scuola per toglierseli di torno (o nella migliore ipotesi per farli vigilare da qualcuno). E questo indipendentemente da quello che voi intendiate per famiglia.

Scuola d’estate? Ci sembra troppo, ma forse se lo merita un’Italia dove le famiglie smettono di fare le famiglie.

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