Seneca/ Chi è l’autore de “Il valore della filosofia”: il ‘monito’ del Miur ai maturandi

- Bruno Zampetti

Seneca è l’autore de “Il valore della filosofia”, la versione di latino del liceo classico per la seconda prova della maturità 2017. Scopriamo qualcosa di più sulla sua vita

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LaPresse

Cosa avranno pensato gli studenti del Liceo Classico di fronte alla traccia di Seneca, prevista per la seconda prova della Maturità 2017? A detta di molti si tratta di uno degli autori più semplici da tradurre, spesso gettonato anche per le versioni assegnate a scuola dagli insegnanti. Nell’autore, uno dei maggiori dal punto di vista della letteratura classica e della filosofia latina, sono presenti poche insidie, se non alcune locuzioni sottintese che potrebbero fuorviare la comprensione del testo. Nel caso di Seneca, inoltre, una traduzione letterale potrebbe risultare erronea al pari di un’interpretazione più libera, a causa dell’etimologia analoga fra parole latine ed italiane. Interessante inoltre la similitudine fra Lucillio, discepolo di Seneca, e gli alunni stessi che hanno affrontato la Maturità 2017. Seneca infatti si rivolge all’allievo suggerendogli di non perdere mai la passione per la critica e per la riflessione, un monito estendibile anche ai maturandi, che nell’interpretazione del testo hanno potuto di certo approfondire i concetti elencati dal maestro. (agg. di Morgan K. Barraco)

E’ Seneca l’autore del brano del quale gli studenti maturandi dei licei classici sono stati chiamati oggi, in occasione della seconda prova, ad analizzarne la versione di latino. In questo contesto, andiamo ad analizzare da vicino quello che è stato lo stile del filosofo ma soprattutto come veniva considerato da Caligola. “Arena sine calce”, ovvero “Sabbia senza calce”: così il malevolo Caligola definiva lo stile di Seneca, tacciandolo di badare più alle parole ricercate che alla sostanza. Le prime, infatti, sarebbero da considerarsi giustificate solo se destinate a fissare nella memoria e nello spirito un precetto o una norma morale. Sebbene la sua prosa filosofica sia oltremodo complessa, nei dialoghi Seneca impiegava uno stile puramente colloquiale. Pur rifiutando l’architettura classica del periodo ciceroniano, Seneca si affida ad uno stile paratattico. L’autore prese spunto ed ispirazione dalla corrente filosofica dell’epicureismo e dello stoicismo. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

Nel 49 dopo Cristo Agrippina minore, madre di Nerone, decise di affidarlo a Seneca che sarebbe quindi diventato il tutore e mentore del futuro imperatore di Roma, il suo compito era quello di educarlo e accompagnarlo verso l’ascesa al trono: nei primi anni del suo regno Nerone fu parecchio riconoscente nei confronti del filosofo offrendogli cariche politiche prestigiose e facendolo vivere nella ricchezza, tuttavia il rapporto tra i due andò deteriorandosi, soprattutto quando Seneca definì “il male minore” l’uccisione di Agrippina, da quel momento diventò il nemico giurato di Nerone al punto da volerlo morto. Nel 65 d.C. arrivò il pretesto per toglierlo di mezzo: Seneca venne incolpato di avere ordito la congiura di Pisone, un’accusa falsa e priva di fondamento, e il filosofo venne condannato a morte con la possibilità del suicidio oppure di essere giustiziato. Seneca decide di tagliarsi le vene sia di polsi e gambe per accelerare il dissanguamento, e di assumere della cicuta per avvelenare l’organismo: per affrettare i tempi l’ormai moribondo filosofo si immerse in una vasca piena di acqua calda dove esalò l’ultimo respiro, soffocato dai valori e dalla temperatura infernale. Una fine tremenda e ingloriosa per un personaggio che avrebbe meritato ben altro destino. (agg. di Stefano Belli)

Nell’arco della sua esistenza, soprattutto in gioventù, Seneca ha sofferto spesso e malvolentieri di problemi di salute, in particolare di attacchi d’asma e svenimenti incontrollati che lo coglievano nei momenti più disparati e che gli creavano non pochi disagi, portandolo quasi alla disperazione. Seneca ne ha ovviamente parlato nei suoi tanti scritti, sostenendo come in un primo momento avesse tentato di tenere duro ma poi i malesseri lo hanno dimagrito al punto da ridurlo quasi all’anoressia. Il filosofo è persino arrivato a contemplare l’ipotesi del suicidio ma che il pensiero di lasciare da solo il padre gli diede la forza di continuare a vivere per il bene dei suoi cari che avrebbero sofferto oltremodo una sua prematura dipartita. (agg. di Stefano Belli)

Chi è Seneca, l’autore del brano consegnato ai maturandi del liceo classico in questo giorno di seconda prova dell’esame di stato? Filosofo stoico dell’età imperiale, nacque a Cordova, in Spagna, nel 4 a.C. e morì suicida nel 65 d.C. Fu – con Epitteto e Marco Aurelio imperatore – massimo esponente della filosofia stoica in età imperiale romana, e una delle personalità più di spicco di tutta la cultura antica. Avvocato di vastissima cultura, cominciò la sua attività e la sua vita pubblica a Roma sotto l’imperatore Caligola, ma nella corte entrò in conflitto con l’imperatore a causa di una orazione pronunciata in sua presenza. Quando Claudio salì sul trono, Seneca fo coinvolto in un intrigo di corte e, soprattutto per le pressioni della mogie di Claudio, Messalina, fu esiliato in Corsica dove rimase 8 anni. Alla morte di Messalina, Claudio lo richiamò a Roma affidandogli l’educazione del figlio Domizio (che diventerà Nerone imperatore). Il temperamento di Nerone passato alla storia però non si dovette all’influenza di Seneca, che cercò anzi di correggerlo e di stemperarne la tendenza all’autoritarismo e all’autocrazia. Quando Nerone divenne un despota, Seneca si ritirò a vita privata e poté così dedicarsi maggiormente alle sue opere, coltivando in particolare la filosofia. Seneca fu amatissimo nel Medioevo per il posto centrale da lui dedicato alla riflessione sulla spiritualità, alle contraddizioni insite nell’animo umano e alle sue passioni. Si è rivelata priva di fondamento la leggenda di un Seneca cristiano, basata su una corrispondenza, in realtà apocrifa, tra Seneca e San Paolo.

Per la seconda prova della Maturità 2017 gli studenti del liceo classico dovranno tradurre la versione di latino “Il valore della filosofia popolare”, tratta dal secondo libro di Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio), una raccolta di 124 lettere, suddivise in 20 libri, che Lucio Anneo Seneca ha scritto al termine della sua vita. Si tratta di un caso unico nella letteratura latina, anche se l’idea dell’epistolario è stata tratta da Platone ed Epicuro. Quest’opera non può essere paragonata alla tradizione epistolare rappresentata da Cicerone, perché Seneca distingue le lettere filosofiche dalla tradizionale pratica epistolare. Il destinatario è Lucilio, un personaggio di modeste condizioni ma di buona cultura, un poeta e scrittore proveniente dalla Campania, al tempo governatore della Sicilia. Nella versione scelta dal Miur è possibile scorgere il pensiero dell’autore sulla filosofia, definita un’arte che non cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata. La filosofia non è parole, ma fatti. Per Seneca la filosofia è importante nell’educazione e nella formazione dell’animo umano, nella regolazione della vita, perché governa le azioni e mostra ciò che si deve o non si deve fare. La filosofia è dunque una guida che permette agli uomini di navigare in un mare agitato. Senza è impossibile vivere tranquillamente, perché la vita è piena di circostanze nelle quali abbiamo bisogno di una direttiva. (agg. di Silvana Palazzo)

La versione di latino “Il valore della filosofia” è di Seneca. Queste le prime voci sulla seconda prova della maturità 2017 del liceo classico. Scopriamo qualcosa di più su questo autore. Lucio Anneo Seneca è stato un filosofo, un drammaturgo e un politico romano. Nato a Cordoba nel 4 avanti Cristo (anche se non c’è certezza sull’anno preciso) da famiglia non originaria della Spagna, ma trasferitasi nella colonia romana già nel II secolo a.C.,riuscì a ricevere un’istruzione a Roma, poiché il padre stesso, Seneca il Vecchio, si era trasferito nella capitale con tutta la famiglia. Lucio Anneo fu istruito su retorica e letteraria, secondo i voleri del padre, ma si interessò prevalentemente alla filosofia. Ebbe quindi diversi maestri: Sozione di Alesssandria, Attalo e Papirio Fabiano. Seneca maturò poi un’ideologia filosofica prevalentemente stoica. Soffrendo fin da giovane di problemi di salute legati all’asma, si recò in Egitto intorno all’anno 20 d.C. e vi restò diverso tempo, entrando a contatto con la cultura egizia. Tornato a Roma nel 31 d.C. iniziò l’attività politica, entrò anche nel Senato e fece non poco ingelosire l’imperatore Caligola, che voleva anche farlo uccidere.

Nel 41, il successore di Caligola, Claudio, lo condannò all’esilio in Corsica, dove restò fino al 49, quando Agrippina minore lo scelse come tutore di Nerone. Seneca rimase al suo fianco anche nel primi anni del suo governo, ma temendo poi di essere in pericolo di vita, si ritirò a vita privata e donò all’imperatore tutti i suoi beni. Nerone però l’aveva ormai in antipatia e dopo la congiura dei Pisoni, avvenuta nel 65, venne accusato di avervi preso parte: gli fu data scelta di togliersi la vita o essere giustiziato. Seneca scelse il suicidio, tagliandosi le vene, anche delle gambe, bevendo poi cicuta.

Non est philosophia populare artificium nec ostentationi paratum; non in verbis sed in rebus est. Nec in hoc adhibetur, ut cum aliqua oblectatione consumatur dies, ut dematur otio nausia: animum format et fabricat, vitam disponit, actiones regit, agenda et omittenda demonstrat, sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum. Sine hac nemo intrepide potest vivere, nemo secure; innumerabilia accidunt singulis horis quae consilium exigant, quod ab hac petendum est. Dicet aliquis, “Quid mihi prodest philosophia, si fatum est? Quid prodest, si deus rector est? Quid prodest, si casus imperat? Nam et mutari certa non possunt et nihil praeparari potest adversus incerta, sed aut consilium meum occupavit deus decrevitque quid facerem, aut consilio meo nihil fortuna permittit.” Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine impellit et iactat, philosophia nos tueri debet. Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.



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