SCUOLA/ Perché l’alternanza dà fastidio al sistema?

- Roberto Vicini

L’alternanza scuola lavoro ha un impatto sulla normale prassi della didattica che non poteva rimanere uguale a zero, per questo è stata tolta, secondo ROBERTO VICINI

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(LaPresse)

Anche il ministro Bussetti, come il suo antico predecessore Fioroni, ha sposato l’alta strategia del cacciavite? Intanto, come prima mossa, il rinvio del vincolo Invalsi e dell’alternanza scuola-lavoro per l’esame di Stato che ottiene l’effetto dei “due piccioni con una fava”. Primo: si cattura immediatamente il consenso di molti docenti e dirigenti preoccupati del fatto che il nodo arrivasse davvero al pettine e si dovesse dar conto dell’applicazione di due misure previste dalla norma, il cui impatto sulla “normale” prassi della didattica e della valutazione non poteva rimanere uguale a zero. Secondo: si guadagna tempo; poi si vedrà. Sull’alternanza la retromarcia è più che probabile: dall’obbligatorietà alla semplice “opportunità” (tradotto: chi vuole attiverà questi percorsi; chi non vuole, no).

Ma che cosa ha di così scomodo l’istituto dell’alternanza? Perché disturba i sonni tranquilli di tanti insegnanti? Dove sconvolge l'”ordinario”? Quindi, perché è così interessante? Potremmo sintetizzare in tre  le obiezioni più ricorrenti: 1) sottrae tempo allo sviluppo dei programmi; 2) è di difficile valutazione (soprattutto: “dove mettiamo il voto? in quale materia”?”); 3) le aziende disponibili non si trovano o non sono sufficienti rispetto al numero dei ragazzi. 

Come già accennato nel mio precedente intervento sull’esame di Stato, in realtà l’alternanza costituisce un potente fattore ad un tempo educativo-formativo, orientativo e didattico. E questo in forza del suo aggancio alla realtà; non in termini di principio, di “discorso su”, ma di effettività.

Comunque, volendo sinteticamente rispondere alle obiezioni, direi: alla prima che i programmi non esistono da più di vent’anni, se non nella testa di chi non è riuscito o non vuole liberarsene; il programma coincide con ogni singolo allievo che si ha davanti, che deve sviluppare ed acquisire l’insieme di competenze definite dai vari ordinamenti. Ad es. comunicare in lingua straniera, che è di più dell’aver appreso i verbi e le regole della grammatica. Tra i tanti episodi, mi viene in mente quello di un gruppo di ragazze che nella propria esperienza di alternanza avevano gestito per conto dell’azienda ospitante un incontro in lingua inglese con alcuni tecnici stranieri. Una di loro in particolare aveva gestito l’evento comunicativo con particolare efficacia, ricevendo gli elogi degli intervenuti e della stessa azienda. La cosa strana (o forse no?) è che questa ragazza non aveva la sufficienza in inglese, perché non era riuscita a superare un test sui verbi. Ora, possedere un set adeguato di termini e di verbi è certo importantissimo, ma se ciò che conta è saper comunicare — in modo corretto, oltre che efficace —, ossia non solo conoscere, ma anche saper applicare gli elementi linguistici e in un contesto che non è solo quello abituale dell’aula, che cosa dovrebbe pesare di più nella valutazione complessiva? Il problema è che il docente di lingua non volle neppure considerare questa “prova” realizzata al di fuori dalle mura dell’aula. D’altra parte questo significava misurarsi con un diverso criterio e soprattutto con il giudizio di qualcun altro.

La seconda obiezione rimanda alla contraddizione dell’ordinamento statale che prescrive l’attribuzione dei voti agli ambiti disciplinari, laddove ciò che si sviluppa — gli apprendimenti, in termini di competenze — per loro natura non sono riconducibili in modo biunivoco a contesti o materie d’insegnamento. La chiave risolutiva del problema sta comunque nell’aver chiarezza, già in sede di progettazione dell’attività, sulle dimensioni di apprendimento che si intendono sviluppare e valutare, gli indicatori di risultato ed il ruolo del tutor esterno. In quale scatola (cioè, scusate: materia) mettere i voti è veramente l’ultimo dei problemi.

Circa la terza: la rete dei soggetti che possono collaborare va costruita nel tempo, dentro un rapporto dove questi ultimi sono valorizzati e possono vedere un proprio ruolo. Nella mia ultima esperienza da dirigente scolastico devo dire che sono state più le occasioni offerte dal territorio (anche da associazioni e comuni), che le risposte date dalla scuola. Non esistono, insomma, solo le aziende. In ogni caso si può utilizzare in modo intelligente anche l’impresa formativa simulata, con l’apporto di professionisti esterni o comunque con un aggancio a dati di realtà. Con un po’ di fantasia, ma soprattutto di realismo: la scuola, ad es., non ha forse un problema di comunicazione esterna? Perché non coinvolgere i ragazzi nella costruzione e gestione del sito o nella progettazione e realizzazione di eventi e strumenti comunicativi? Basta dare risposta ai problemi che la realtà pone in continuazione, trasformandoli in opportunità formative. E mettendo noi stessi ed i ragazzi “in situazione”.

Ciò avrebbe anche una forte valenza orientativa, perché i propri talenti li si scopre mettendosi alla prova in contesti diversi, non ragionando in astratto. Se pensiamo a quanti studenti arrivano al termine del proprio percorso quinquennale senza sapere quale strada imboccare; e quanti sbagliano poi percorso universitario…  

Adesso aspettiamo di vedere come quanto preannunciato dal ministro si concretizzerà. Nella speranza che non vengano messe nel cassetto le tante esperienze significative che pur sono presenti nella scuola italiana; auspicando che in particolare nei licei non si riconfermi l’assurda contrapposizione tra apprendimento teorico e apprendimento pratico che continua a caratterizzare il nostro sistema scolastico. Soprattutto che si mettano al primo posto le esigenze formative e il futuro degli studenti, pensando ai costi umani e sociali dei loro percorsi fallimentari, prima ancora che a tutte le tutele e rassicurazioni a chi un posto comunque ce l’ha. E vota, mentre la stragrande maggioranza dei primi non ancora.

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