SCUOLA/ Un prof: noi, cultura “pop” che vorremmo essere come Angela e Bonolis

- Valerio Capasa

Come ha scritto Giorgio Agamben, “l’uomo moderno torna a casa alla sera sfinito da una farragine di eventi nessuno dei quali è però diventato esperienza”. A scuola è lo stesso

scuola_studenti_giovani_2_lapresse_2018
LaPresse

Ci sono ore di lezione in cui finisco in preda alle allucinazioni. Sento di trasformarmi in un prete che celebra cresime, ma nessun portale mi protegge la vista dai gradini all’uscita, e allora li vedo tutti, i parenti lì fuori che fumano e sbuffano, totalmente disinteressati alla predica, e scalpitanti per il ristorante: me li ritrovo dentro l’aula quelli che non credono (alla poesia), e non vedono l’ora che la campanella interrompa questa interminabile omelia letteraria, e che si arrivi presto al sodo, ossia al buon voto in pagella e a esser liberi di farsi i fatti propri, che alla fin fine è quel che conta.

Altre volte temo di finire come Guidobaldo Maria Riccardelli, che costringeva Fantozzi e gli altri impiegati della megaditta a sorbirsi film cecoslovacchi coi sottotitoli in tedesco: un giorno forse anch’io verrò umiliato da studenti che mi distruggeranno le maledettissime copie dei Canti di Leopardi e mi costringeranno sui ceci a scorrere frasi illuminate di Francesco Sole e a informarmi su Wikipedia, mentre le cuffiette mi propinano quel che passa Spotify.

Gli insegnanti quasi sempre trattano le teste degli studenti come bicchieri in cui versare da tante bottiglie: capita poi che le bevande siano troppe, e che il bicchiere di più non riesca a sopportare, e allora troppa roba si disperde sul pavimento e infine evapora. A meno che il bicchiere non si dilati al contatto con una materia speciale. Ma certo chi insegna non può preoccuparsi soltanto della sua bottiglia, soprattutto se il bicchiere quasi ogni giorno rimane girato dall’altra parte.

Per esempio Vincent van Gogh, finché è stato fra noi, ce lo siamo bellamente ignorato. Pare abbia venduto soltanto una tela. Ora è famoso e celebrato manco fosse Sgarbi. Certo, le lettere a Theo non è che proprio le leggano tutti. Però poi spunta una mostra: interattiva, ovviamente, perché non va di moda la pazienza di guardare in silenzio una cosa che non si muove, di lasciarsi ferire, di togliersi i sandali ed entrare in un mondo diverso dal proprio. Le scuole accorrono a frotte, qualche sottofondo musicale suscita un minimo di effetti emotivi, ed eccoci a casa nostra: l’animazione ha assimilato la pittura alla PlayStation; è van Gogh, ma potrebbe anche essere l’app di un videogioco. Forse Rainer Maria Rilke aveva del tempo da perdere: “oggi sono rimasto di nuovo per due ore davanti ad alcuni quadri”. Due ore?!? “Ma c’è bisogno di molto molto tempo per tutto. […] Niente per lungo tempo, e poi, improvvisamente, si hanno gli occhi giusti”.

Noi abbiamo i minuti contati, e perciò non avremo mai “gli occhi giusti”: vogliamo vedere la Via Lattea appena alziamo la testa, come se gli occhi non dovessero cambiare e il bicchiere non dovesse dilatarsi. Così mentre un occhio andava a van Gogh l’altro scappava sullo smartphone, dove c’era… Fabrizio De André. Non esattamente il cantautore più ascoltato, però una fiction in occasione del ventennale il suo audience lo fa. Testi difficili più di una tela dell’olandese, ma il problema non sfiora chi lo omaggia sui social, anche se forse avrà sentito appena tre-quattro delle sue canzoni. Come dei Queen: al cinema danno quello, e non si può più vivere senza glorificare Freddie Mercury. Intanto ci dispiace molto per gli ebrei, ovviamente, e fra L’isola dei famosi e la difesa della Juventus in crisi scappa anche un film sui campi di concentramento.

Siamo gente raffinata, noi: chi credeva che una donna morta da due millenni come Cleopatra potesse, una domenica mattina, far svegliare presto tanti pugliesi e bendisporli a lunghe file pur nell’incertezza di poter accedere al Teatro Petruzzelli? Ma non è Cleopatra: sono gli occhi azzurri di Alberto Angela, quello della tv. Non è Cleopatra, come non è Francesca e non era van Gogh e non era De André e non era Auschwitz: erano la tv, il cinema, il nulla e la retorica. È il ritmo del mondo. I testi latini e la storiografia sono lentissimi, ma la divulgazione è divulgazione, e neanche i professori sospettano che chi un giorno parla di Cleopatra, un altro di Auschwitz e un altro di Michelangelo, se non è un tuttologo è un bluff: una bellissima confezione per qualche cioccolatino di sottomarca.

Chi insegna vuole mettersi al passo dei tempi, e “correndo” nemmeno gli pare “esser tardo”: in Alberto Angela e Paolo Bonolis insegue modelli riusciti di spiegazioni che acchiappano e interrogazioni che stimolano. Il fatto è che in giro esiste un linguaggio unico, e si chiama pop. Non sono interessanti Dante, van Gogh, Cleopatra, Omero, Auschwitz in quanto tali, con i loro linguaggi e i loro mondi misteriosi; diventano interessanti, invece, Van Gogh pop, Dante pop, Cleopatra pop, Omero pop, Auschwitz pop. Beethoven sì, ma con la batteria elettronica; i santi sì, ma dentro una fiction; passi pure la poesia, ma dentro un paragrafo. La gente se ne infischia di van Gogh: va a una mostra. La gente se ne infischia di Leopardi: vuole un bel voto. Figuriamoci di Cleopatra: va a farsi fare l’autografo dalla star. Non vuole studiare pianoforte: va al cinema. Non piange sugli ebrei: celebra giornate della memoria. E alla fine del Truman Show, come le due guardie nel gabbiotto, cambia canale, o scorre su un altro post. Eccita le sinapsi, ingurgita lezioni, immagini, mostre e parole; poi le vomita.

Come ha scritto Giorgio Agamben, “l’uomo moderno torna a casa alla sera sfinito da una farragine di eventi – divertenti o noiosi, insoliti o comuni, atroci o piacevoli – nessuno dei quali è però diventato esperienza”. Perché l’esperienza – l’ha chiarito con parole indelebili Italo Calvino – “è la memoria più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso”. Una lezione, un film, una canzone hanno senso se ti lasci ferire e cambiare: se hai “gli occhi giusti”. Altrimenti aggiungiamo sollecitazioni su sollecitazioni, argomenti su argomenti, ma è come se con lo stesso obiettivo scadente scattassimo raffiche di foto a fiori e a sterco, senza mai affrontare il problema della risoluzione.

A chi ha negli occhi la gita a Vienna, i diciott’anni del compagno, qualche storia su Instagram e l’ansia da prestazione e da certificazione, puoi parlare di Leopardi solo se lo sfidi a lasciarsi ferire e cambiare da Leopardi. Montale lo scriveva in Grecia: “mistero e turismo non sono conciliabili”. Non si può camminare fra le rovine dei fori imperiali e le luci dello shopping, senza avvertire che fra quei due mondi stridenti uno solo forgerà lo sguardo: gli occhi del consumatore, però, non sapranno mai piangere né tacere né pregare, come non sapranno farlo gli occhi degli insegnanti preoccupati di svolgere i programmi e degli studenti con la cesta di voti da riempire.

La mattina, in classe, non si tratta di aggiungere contenuti ma di accendere sguardi; non di spiegare autori ma di generare lettori; non di far conoscere ma di svegliare il desiderio di conoscenza. “Abbiamo finito Verga, ora passiamo a Pascoli”: se il bicchiere è girato, è ottimo vino perso; se gli occhi sono sbagliati, dal finestrino non vedremo niente di tutta la bellezza che scorre veloce. E noi entriamo nel fantastico mondo delle belle lezioni solo per andare a caccia di “occhi giusti”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA