EILEEN/ Tra dramma e thriller brilla il talento di Anne Hathaway e Thomasin McKenzie

- Roberto Bernocchi

Eileen è il nuovo film, tra dramma e thriller, di William Oldroyd, accompagnato dal talento di Anne Hathaway e di Thomasin McKenzie

Eileen JeongPark 1280 640x300.jpeg Una scena del film (Credit Jeong Park)

La giovane Eileen vive a Boston. Di giorno lavora come segretaria nel carcere minorile della città. Di sera torna a casa, a sorreggere le stanche giornate del padre Jim, alcolista e mezzo depresso, vorace divoratore di attenzione. Tra i due il rapporto è pessimo, scandito da quotidiani insulti e umiliazioni che spengono gli offuscati sogni della figlia, beneducata a subire. Ma la sua storia cambia quando, a guidare il carcere, arriva un’affascinate donna, ben più grande di lei, disposta a darle sorprendentemente qualche attenzione in più.

William Oldroyd, stimato regista teatrale di origine britannica, dirige il suo secondo lungometraggio in America, accompagnato dal talento di Anne Hathaway e di Thomasin McKenzie, unite da un misterioso intreccio affettivo sospeso tra il dramma e il thriller.

Immersi nella nostalgica e scolorita tristezza di una Boston degli anni Sessanta, le due donne si incrociano per caso, costruendo inaspettati ponti in una terra dove “non c’è immaginazione”. Eileen è la trasandata figlia di un alcolista disperato, che la uccide con il suo lento e umiliante vocabolario depressivo, maturato da sensi di colpa, fallimenti e scheletri nell’armadio. La povera e castigata Eileen è in gabbia, sospesa tra il carcere in cui lavora e quello di casa, che è tomba della speranza.

Un affresco familiare, ben dipinto dalla sensibile camera da presa di Oldroyd, che relega la giovane donna a un destino trasparente, rassegnato di solitudine e miseria. Un’auto castrazione, quella di Eileen, che trova sprazzi di vita nelle sbiadite fantasie sessuali di una femminilità negata al mondo e a se stessa.

La “sfigata” passiva, nel crudo spaccato sociale del Massachusetts, non ha nessuno e mai l’avrà, protagonista di una vita che fatica a trovare senso. Fino a quando il colore irrompe nella sua vita di segreti e bugie, condotto con sfacciata sensualità dalla mirabile mistress, neo capo del carcere, la mirabile e scintillante Rebecca, l’irresistibile Anne Hathaway, donna dal pugno di ferro e dalla sotterranea sensibilità.

Fuori dalle regole del gioco Rebecca inventa un futuro per Eileen che si colora negli occhi, scoprendosi donna di coraggio, e non più educanda.

C’è sensualità negli sguardi di un più che sospetto lesbismo che cova nelle gabbie del carcere, tra pause lavoro e serate compensative. La ragazzina vogliosa esce finalmente allo scoperto, investe su sé e sull’amore impossibile, pronta a sacrificare la famiglia paterna che non c’è e non c’è mai stata. Per spiccare il volo.

Un film dal fascino sopito, che vola umilmente a mezz’asta, sgocciolando del torbido tra i giorni uguali dell’esistenza. Un dramma a metà che si traveste, in pochi attimi, da thriller. Dove rimane solo per un po’, per tornare subito nel silenzio dell’ingiustizia esistenziale di molte donne, segnate per decenni dallo stereotipico dovere sociale.

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