ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA/ L’opzione “referendum” messa in campo da Bonaccini

- Romano Colozzi

Più si avvicinano le elezioni in Emilia-Romagna, più il Presidente uscente Bonaccini cerca di trasformare l’appuntamento in un referendum su di sé

bonaccini
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, con il presidente uscente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (LaPresse)

La manifestazione di sabato scorso, che ha segnato l’inizio ufficiale della campagna elettorale del Presidente Bonaccini, è stata interessante non tanto per i contenuti, pressoché assenti, quanto per precisi “segnali” che ha inviato in vista delle prossime elezioni in Emilia Romagna.

1) Il logo scelto per il materiale pubblicitario, un paio di occhiali e una barba, appoggiati non su un volto, ma sul nulla, accentua l’idea che bisogna scegliere il “personaggio” Bonaccini, quasi mettendo in secondo piano quello che egli dice e pensa (infatti, significativamente, l’immagine stilizzata è priva testa). Mi sembra una scelta un po’ azzardata da parte del consulente di immagine di uno che aveva detto di voler portare la sfida elettorale sui contenuti, in effetti molto evanescenti, se si eccettua la litania, ossessivamente ripetuta, dei primati raggiunti dall’economia emiliano-romagnola.
2) Sul palco non c’è stato spazio per nessun politico oltre al candidato, che aveva esplicitamente chiesto ai suoi leader nazionali di non farsi vedere in regione, se non per portare concreti contributi alla soluzione dei problemi locali. Dal momento che la finanziaria in discussione a Roma non solo non ha portato soluzioni ai problemi ma ne ha creati (plastic tax, sugar tax , accise sui carburanti..), giustamente Zingaretti & company si sono tenuti alla larga. Di qui l’immagine di un presidente “solo”, che chiede di veder premiato non più un modello, ma il “suo” impegno e la “sua” capacità amministrativa.
3) In piazza era presente il leader delle sardine, calorosamente salutato e ringraziato da Bonaccini, consapevole di aver ricevuto dal movimento ittico un insperato aiuto nella prospettiva di una mobilitazione della sua base, che scongiuri la ripetizione dell’imbarazzante livello di astensionismo verificatosi nelle elezioni di 5 anni fa.

4) L’unico personaggio di rilievo nazionale presente in piazza era Romano Prodi, dominus della sinistra bolognese, che non ha voluto far mancare il proprio appoggio a Bonaccini, consapevole anche del fatto che alle sorti del presidente emiliano sono quasi certamente legate anche quelle del Conte 2, che non potrebbe sopravvivere a una rovinosa disfatta del Pd nella sua ultima roccaforte. Il simul stabunt simul cadent che unisce le elezioni del 26 gennaio ai destini del governo giallorosso non può non interessare il fondatore dell’Ulivo, il cui nome circola sempre più insistentemente come possibile successore di Mattarella.

In conclusione, si può affermare che man mano che la campagna elettorale entra nel vivo, si accentua il tentativo di Bonaccini di trasformare queste elezioni in una sorta di referendum sulla sua persona, come dimostra inequivocabilmente l’invito, più volte rivolto agli elettori, di ricordarsi che è possibile servirsi del cosiddetto “voto disgiunto”, attraverso il quale si può scegliere il candidato presidente della sinistra, pur votando un partito di centrodestra e viceversa. L’insistenza a utilizzare questo strumento nasce dalla consapevolezza che in questo momento la sua coalizione è minoritaria, rispetto al centrodestra e dunque la sua unica possibilità di vittoria sta proprio nella sua capacità di attirare sulla sua persona i voti di elettori leghisti o pentastellati.

Contrariamente a quanto affermato da qualche quotidiano, infatti, il sistema elettorale emiliano-romagnolo rende praticamente impossibile che si crei la cosiddetta condizione “dell’anatra zoppa”, cioè di un presidente eletto senza avere la maggioranza in consiglio regionale. Se Bonaccini riuscisse, attraverso il voto disgiunto, a prevalere rispetto alla Borgonzoni, renderebbe vana la maggioranza politica, eventualmente conquistata dal centrodestra, perché a essa verrebbero tolti i seggi necessari per garantire al nuovo presidente una maggioranza assoluta nell’organo consigliare.

L’ultima volta che un politico ha voluto trasformare una scadenza elettorale in un referendum sulla propria leadership (vedi Renzi con il referendum costituzionale) questa scelta si è trasformata in un tremendo boomerang…Vedremo se il 26 gennaio diventerà un altro 4 dicembre.

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