ELEZIONI, IL CASO SARDEGNA/ La Sardegna “d’Azione” stavolta ha scelto la sinistra (anche contro Soru)

- Nicola Berti

Il centrosinistra ha vinto le elezioni regionali in Sardegna. Ma ogni analisi sulla sconfitta del centrodestra non può non riguardare il PSdAz

Solinas, Sardegna Christian Solinas, governatore Regione Sardegna (Ansa, 2024)

Il centrosinistra – “campo largo” Pd-più-M5s – ha vinto le regionali in Sardegna. Punto e a capo.

Le ha vinte di un’incollatura, ma al netto dei voti (non pochi: oltre l’8%) distratti dall’ex governatore Renato Soru, sulla carta, nel perimetro del centrosinistra guidato nel voto di domenica da Alessandra Todde, sfidante (vincente) dell’amministrazione di centrodestra uscente. Punto e a capo.

“Se vincesse Alessandra Todde, sarebbe la prima volta in assoluto che il M5s governa una regione; la prima volta in assoluto che l’alleanza Pd+M5s vince in un’elezione regionale; la prima regione strappata al centrodestra dal 2015” (Lorenzo Pregliasco su X, ieri mattina alle 10). Punto e a capo.

Qualche riflessione è tuttavia necessaria. Nel 2019 il centrodestra si aggiudicò la regionali sarde in misura netta. 47,7% contro il 44,12% aggregato fra “Campo progressista” (32,92%) e M5s (11,20%), che si erano presentati separatamente ai tempi del Conte 1 gialloverde. E cinque anni fa il voto di marzo fu il trampolino di lancio per un’affermazione ancor più marcata alle europee del giugno successivo. Acqua passata: o forse no; dipende. Anzitutto dal brand con cui il centrodestra issò Christian Solinas al vertice di una regione che – per categorie grezze – non era mai stata “di centrodestra”: certamente mai “di destra”.

“Partito Sardo d’Azione”: i voti a Solinas erano veri, la suggestione storica un po’ più ardita. Perché il PSdA era stato fondato 98 anni prima dai reduci della Brigata Sassari: quelli di Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, che (forse) si legge ancora nelle scuole, Piccola Biblioteca Einaudi. Autonomisti fino alle midolla (e infatti ancora nel 2019 sotto quell’insegna è stato eletto un senatore votato un anno prima nelle liste della Lega federalista). Ma dopo la Grande Guerra anzitutto antifascisti, della prima ora. Irriducibili: Lussu, fuggito dal confino di Lipari, l’ebbe alla fine vinta sui “neri” e fu ministro nel governo “azionista” di Ferruccio Parri, il primo dell’Italia libera.

La facciamo breve? La Sardegna “d’Azione” è sempre stata quella. È quella che ha dato i natali a Enrico Berlinguer: sassarese prima che primo segretario “moderno” del Pci; e “santo” indiscusso nel paradiso dell’Italia democratica. È la Sardegna che – nello stesso secondo 900 – ha dato all’Italia repubblicana due presidenti su undici (nessun lombardo, nessun veneto, nessun emiliano): Antonio Segni e Francesco Cossiga. Due “democristiani di destra”? No: due sardi, anzi due sassaresi. Tutti “laici” a modo loro. “Antifascisti” (anti-Roma) sempre. Punto e a capo.

Onore delle armi a Todde per aver battuto – assieme al contendente Paolo Truzzu – anche Soru. Il patron di Tiscali – forse il nome-simbolo della New Economy in salsa italiana – non è riuscito a bissare i fasti del successo del 2004, ricalcato allora sull’incredibile performance del suo titolo all’esordio (+2500% in cinque mesi nella primavera 2000). Erano i tempi del centrosinistra a trazione Ds: quelli di Massimo D’Alema premier e dell’Opa Telecom, gli euro che contano più dei voti.

La vittoria a Cagliari contiene anche questo warning sempiterno per Elly Schlein e Giuseppe Conte: la Sardegna non perdona chi non mantiene le promesse “sugli euro”. E boccia chi non è credibile con le sue promesse elettorali.

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