SCIENZAinATTO/ La lezione di Gaston Bachelard: più attenzione alla storia delle scienze. Intervista a Enrico Giannetto

- Nadia Correale, int. Enrico Giannetto

Un’intervista a uno studioso di storia delle scienze che, muovendo dal pensiero di Bachelard epistemologo, riflette sulla ricerca contemporanea e l’insegnamento scientifico oggi.

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Gaston Bachelard

Promosso dalle Università di Bergamo, di Milano-Bicocca e di Perugia, dal 7 al 9 marzo scorso, si è svolto il convegno «Bachelard e le “provocazioni” della materia», a cinquant’anni dalla morte di questo poliedrico pensatore francese del Novecento. Nell’ultima giornata, rivolta esclusivamente al Bachelard epistemologo, è intervenuto tra gli altri Enrico Giannetto, Ordinario di Storia del Pensiero Scientifico presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo, al quale, nel corso dell’intervista qui riportata, sono state rivolte alcune domande di approfondimento. 

Bachelard ci invita a mantenere una dialettica costruttiva tra approccio teorico e approccio pratico, condizione perché si compia la nostra razionalità. A suo avviso oggi nella comunità scientifica esistono rischi di preclusioni o schematismi che non consentono un affronto adeguato dei problemi?

Una certa tendenza odierna diffusa nelle comunità scientifiche è quella di credere di essere arrivati a un passo dalla conoscenza finale del tutto. Stephen Hawking, fisico teorico delle particelle elementari, rappresenta un po’ la punta di iceberg di questa mentalità in contrasto con una dialettica di apertura e di continuo rinnovamento che ci indica Bachelard. Tale prospettiva di pensiero nella comunità scientifica porta al dogmatismo col rischio che non si possano fare dei passi avanti nella ricerca, perché quello che è acquisito si presenta come un dato indiscutibile. Le attività degli scienziati, coinvolgendo un cospicuo numero di persone, sono più restie al cambiamento rispetto al passato. Inoltre oggi solo con tempi molto lunghi e per mezzo di strutture altamente specializzate e organizzate possono essere trovate delle novità sperimentali che portino a un rinnovamento delle teorie riconosciute come certe e attendibili dalla comunità scientifica. In ultimo faccio notare che la storia delle scienze è molto meno conservativa e di conseguenza molto più discontinua di quanto la si presenti. Infatti, oltre alla teoria della relatività generale e alla meccanica quantistica, ci sono state ultimamente altre rivoluzioni: come la Cosmologia quantistica, che cerca di integrare la Relatività generale e la Meccanica quantistica. E poi c’è la Teoria quanto-relativistica, eccetera.

Bachelard ha saputo cogliere l’importanza di avvalersi sia di strumenti tecnologici sempre più sofisticati sia di metodi matematici sempre più astratti. Sono queste due componenti che hanno permesso la nascita di nuove teorie, come la Relatività generale e la Meccanica quantistica. Quali delle sue riflessioni su queste tematiche ritiene più attuali?

Bachelard [Immagine a sinistra] si può comprendere proprio perché operava a ridosso di queste due grandi rivoluzioni scientifiche che sconvolsero il quadro teorico della scienza precedente. C’era la necessità tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento – avvertita anche dagli inventori della teoria della Relatività generale, Eddington e Milne, insieme a Einstein – di chiarire, più dal punto di vista concettuale e teoretico che non da quello prettamente tecnico, il significato della nuova teoria che non era compatibile con nessuna delle precedenti. La lezione di Bachelard è più che mai attuale perché spesso i fisici di oggi si comportano come realisti ingenui. Infatti, passata l’onda delle rivoluzioni e diventata la fisica un’attività di massa secondo prospettive pragmatiche o utilitaristiche, la consapevolezza epistemologica è andata perduta.
Dal punto di vista sociale invece possiamo dire che, se prima dell’illuminismo il riferimento principale per l’uomo era costituito dalla Chiesa o dalla religione in generale, oggi tale riferimento è piuttosto costituito dalla comunità scientifica. Essa tende a svolgere tale ruolo dogmatizzando le teorie dominanti e mostrando come infallibili le capacità della scienza e della tecnica; in questo modo viene azzerato il carattere probabilistico dei risultati scientifici, che invece Bachelard aveva ben interpretato e cercato di comunicare. Oltretutto, questo modo falso di presentare la scienza come dispensatrice di certezze che in realtà non può dare, quando avvengono disastri come quelli a cui abbiamo assistito in Giappone porta all’effetto opposto: una sorta di fenomeno di rigetto, di cui anche il rifugio nello spiritualismo new age o nell’irrazionalismo in genere, sono vistose conseguenze.
Ritengo che anche la ricerca dovrebbe essere sottoposta al vaglio della democrazia nel momento in cui essa potrebbe comportare rischi che coinvolgono la vita di tutti. Ma questo implica che siamo tutti chiamati ad acquisire una qualche competenza scientifica per poter partecipare in maniera più consapevole a processi decisionali in funzione di certi sviluppi tecnologici.

Secondo lei per quali ragioni Bachelard non si è mai dedicato allo studio dell’Universo? È un problema di sottovalutazione dell’importanza di questa branca della fisica oppure si può ritenere che quel periodo storico non fosse ancora maturo per una riflessione di tipo cosmologico?

 

In effetti già nel 1917 Einstein [Immagine a destra] aveva pubblicato le sue Considerazioni cosmologiche. Quello che Bachelard critica è una certa tendenza all’approccio scientifico sull’Universo concepito come totalità, quando anche l’osservatore è parte del sistema stesso; anche se, a onor del vero, la Cosmologia non si pone mai in questi termini in quanto studia le parti che costituiscono il cosmo, cioè le galassie. L’altra critica di Bachelard è rivolta al fatto che per poter studiare l’Universo, in quanto sistema globale, occorre concepirlo come aperto; ma nella sua epoca non era ancora ben maturata l’idea che potessero esistere sistemi fisici di questo tipo.
Lo studio dei sistemi aperti in effetti inizia verso gli anni Settanta del Novecento, in particolare grazie a Prigogine [Immagine a sinistra] secondo cui un aumento di entropia può provocare non solo situazioni di disordine, ma anche di ordine e organizzazione interpretabili secondo la teoria dei Sistemi dissipativi complessi.
Tornando ai motivi per cui Bachelard non si è interessato a queste ricerche, è possibile che fosse refrattario a discussioni un po’ fumose che andassero oltre il dibattito strettamente scientifico e la possibilità di verifica sperimentale,. Da questo punto di vista occorre tener presente che esiste un limite intrinseco di ordine scientifico, il fatto che non sia possibile riprodurre sperimentalmente gli eventi successivi al Big Bang. Per questo motivo oggi la ricerca relativa alle ipotesi sulla formazione dell’Universo, si muove su due piani: da un lato utilizza i dati che provengono dalle sonde spaziali, dall’altro si avvale degli esperimenti ad alte energie che simulano negli acceleratori di particelle quello che potrebbe essere avvenuto miliardi di anni fa, ma neanche questi riescono a raggiungere le energie in gioco per il primo Universo.

 

Riguardo alla formazione scientifica, si constata che spesso nella scuola italiana i docenti sono parzialmente o del tutto inconsapevoli dei presupposti teorici alla base dei contenuti trattati, Quale insegnamento può rappresentare il pensiero di Bachelard in proposito?

 

Occorrerebbe introdurre l’insegnamento di Storia delle Scienze come avviene per altre discipline. Nel nostro Paese esiste una netta distinzione tra sapere scientifico e umanistico; invece occorrerebbe sviluppare la consapevolezza della storicità e parzialità di tutte le verità scientifiche in quanto suscettibili di ulteriori ripensamenti e modificazioni nel corso del tempo. Le nostre conoscenze sono probabili e mai certe una volta per tutte.
A partire dagli anni Sessanta del Novecento fino al 2010 in Italia sono nate sottocomunità di storici e didattici delle scienze, all’interno di dipartimenti scientifici, che hanno lavorato in questo senso.
Ultimamente esse sono state distrutte da logiche accademiche e costituiscono solo delle minoranze critiche. Da questo punto di vista possiamo dire che c’è stata una sorta di involuzione.

 

 

A cura di Nadia Correale
(Docente di Matematica e Scienze alla Scuola Secondaria di primo grado, frequenta l’ultimo anno del dottorato in Formazione della Persona e Mercato del Lavoro presso l’Università degli Studi di Bergamo)

 

 

 

© Pubblicato sul n° 44 di Emmeciquadro

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