SCIENZAinATTO/ Il Linguaggio, stoffa del Mistero dell’Uomo

Dopo un breve excursus storico l’autore entra nel merito della ricerca linguistica di frontiera, aprendo al lettore orizzonti, spesso sconosciuti, che meritano di essere esplorati.

28.09.2012 - Andrea Moro
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Pieter Bruegel il Vecchio, La torre di Babele (1563), [Kunsthistorisches Museum, Vienna]

Le ricerche di linguistica, potenziate dai potenti strumenti di indagine oggi disponibili, consentono di affermare che, non solo il linguaggio ma anche la struttura della grammatica che l’uomo utilizza dipendono dal cervello. Il nucleo della grammatica, comune a tutte le lingue, è la capacità di produrre strutture infinite. Questo carattere distintivo del codice di comunicazione umano aiuta a delineare i tratti originali della natura umana.

Questo tema ha un presupposto logico: il linguaggio dipende dal cervello. Sembra un’affermazione banale ma chiunque conosca un po’ di storia della medicina sa che non è così; ed è anche semplice rendersi conto del perché. Immaginate di non sapere nulla del corpo umano e di chiedervi quale parte del vostro corpo controlli la vostra capacità di parlare e di provare emozioni. A questo proposito c’è un candidato naturale che spicca fra gli altri ed è il cuore; perché se vi emozionate il cuore batte più forte. Infatti il centro delle capacità cognitive per Aristotele era proprio il cuore. A riprova di questo ci sono delle lingue in cui si è fossilizzata questa idea, ovvero che il cuore sia il custode delle capacità cognitive: in inglese – gli inglesi non spiccano per spirito romantico – per dire che una cosa si conosce a memoria si dice I know it by heart, lo conosco con il cuore.
Che il linguaggio dipenda dal cervello è noto però sperimentalmente almeno dalla metà dell’Ottocento, quando alcune situazioni sperimentali riuscirono a far piazza pulita tra due teorie in competizione. Una diceva che il cervello funziona più o meno come il fegato, nel senso che reagisce in modo unitario agli stimoli che vengono dall’esterno: se voi mangiate un uovo o una fragola, il fegato vede quello che arriva e reagisce a questo stimolo; in qualche modo poteva essere così anche per il cervello. La teoria concorrente sosteneva che ciò non era vero: il cervello non è organizzato come un unico grande blocco, ma è sotto-organizzato con dei moduli. Il fatto è che i dati utilizzati per sostenere questa teoria erano sbagliati: si basavano sull’ipotesi che bastava toccare la forma del cranio per avere un’idea di come era sviluppata la struttura sottostante. Anche in questo caso i residui linguistici sono interessanti: troviamo espressioni come «il bernoccolo della matematica», che è appunto legata a quest’idea.
Fin qui la storia. Ora, la nuova sfida, che si è aperta negli anni Cinquanta del secolo scorso e che sta appassionando tanta gente, non è chiedersi se il linguaggio dipenda dal cervello, ma qualcosa di molto più sottile e che ha delle implicazioni molto più interessanti. La domanda nuova è se anche il tipo di grammatica che noi esseri umani utilizziamo dipenda o meno dal cervello. Quindi non si tratta soltanto della facoltà di comunicare, ma della struttura del codice.

La svolta

La tensione costante, entro la quale questo problema del linguaggio si pone, ha due polarizzazioni; e il pendolo della storia delle riflessioni ha spesso oscillato verso l’uno o l’altro. Da una parte c’è l’idea che tutta la struttura del linguaggio non sia altro che il riflesso della struttura del mondo sulla nostra mente. È chiaro che in un certo senso ciò è verificabile: se io vedo una bottiglia, nella mia lingua che è l’italiano, dico «bottiglia». Se ne vedo due, la mia mente ne riconosce due, la pluralità di questi due oggetti viene codificata nella nozione di plurale: cambio la vocale finale e dico «bottiglie»; è chiaro che il plurale è in qualche modo il riflesso della condizione del mondo. La domanda è: tutta la struttura della grammatica può ricondursi in qualche modo all’impatto della struttura del mondo sulla lingua?
Dicevamo che il pendolo della riflessione oscilla anche nell’altro senso, secondo cui fondamentalmente le proprietà nucleari della struttura grammaticale non hanno nulla a che fare con la struttura del mondo.
È interessante notare che nel primo gruppo rientra per esempio l’esperienza di tutta un’importante scuola di filosofia medioevale, quella dei «modisti», che studiavano le relazioni tra i modi in cui le cose esistono, i modi in cui le percepisco e i modi in cui le nomino. Ma non ci sono solo loro. Nella prima metà del Novecento l’idea era che tutto il cervello del bambino si formasse come reazione a uno stimolo esterno: quindi la matematica, il canto, la grammatica, non erano altro che una specie di reazione a questo grande e complesso stimolo che è tutto quanto vediamo intorno a noi. Si può notare che oggi siamo di fronte a un tentativo, neanche tanto mal celato ma non sempre consapevole, di appropriarsi proprio di questa visione; soprattutto per via di una teoria che fa capo a una scoperta nella neurologia recente legata alla così detta teoria dei neuroni a specchio.
Tornando al nostro percorso principale, la svolta viene offerta mettendo insieme tre componenti diverse, apparentemente indipendenti. Capita spesso nella storia della scienza che una macchina teorica funzioni con dei pezzi che indipendentemente non sembrano dire nulla, ma che assemblati diventano un meccanismo potente, che riesce a fare cose nuove.
La prima componente riguarda la possibilità di scoprire che le grammatiche sono molto più complesse di quanto non ci immaginiamo. Dunque, la svolta è data dal riconoscimento della complessità. Il secondo punto, è anche questo inaspettato: tu prendi una grammatica, studi le sue proprietà matematiche, poi scopri che, malgrado le differenze superficiali, condivide le stesse proprietà nucleari di un’altra lingua. Certo, sappiamo bene che se ora qualcuno si mettesse a parlare giapponese, salvo quelli che già conoscono quella lingua, nessun altro capirebbe niente; è ovvio che da un certo punto di vista le lingue differiscono e che ci sono certi aspetti della lingua totalmente accidentali; ma le regole di combinazione no, sembrano avere dei nuclei comuni. Quindi troviamo complessità e uniformità al variare delle lingue.
Infine, una componente totalmente sorprendente: il fenomeno dell’apprendimento di un linguaggio spontaneo nei bambini. Tale fenomeno, ancora largamente sconosciuto, ha due caratteristiche straordinarie: è molto rapido e non può essere riprodotto da un adulto; l’apprendimento è un fenomeno limitato nel tempo, che segue un certo percorso.

L’ipotesi di Chomsky

Negli anni Cinquanta ci fu un giovane, si chiama Noam Chomsky, che criticando chi diceva che il linguaggio non era nient’altro che l’impatto del mondo sulla mente, scriveva questa frase: «Il fatto che tutti i bambini normali acquisiscano delle grammatiche sostanzialmente comparabili di grande complessità e con notevole rapidità, suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in un modo speciale».
[A sinistra: Noam Chomsky (1928-…)]

L’ha scritto in una famosissima critica prodotta contro Burrhus Skinner, il grande capostipite di coloro che ritenevano il linguaggio come sostanzialmente una forma molto evoluta di reazione a uno stimolo.
Il meccanismo del tipo dei riflessi condizionati (si ricordi il celebre “cane di Pavlov”) secondo Skinner, e secondo una certa visione della mente umana, era una ragione sufficiente per spiegare che la complessità linguistica doveva essere la reazione a uno stimolo esterno.
[A destra: Burrhus Frederic Skinner (1904-1990)]
Chomsky mettendo insieme la complessità, l’uniformità e l’apprendimento produce un’ipotesi nuova, l’ipotesi che in realtà l’acquisizione del linguaggio non sia totalmente libera, ma che sia guidata fondamentalmente da un istinto e ancor più fondamentalmente dalla struttura neurobiologica del cervello. Questo lo diceva negli anni Cinquanta del secolo scorso.

 

 

 

L’infinito presente

 

 

Vorrei indicare ora i tre passaggi che mi permetteranno di suggerire una conclusione.
Il primo passo si basa su una specie di gioco di parole chiamato «l’infinito presente»: un po’ perché, per chi si occupa di grammatica, l’infinito presente è un’etichetta che diamo ai verbi, un po’ perché alla fine vorrei che fosse chiaro che la capacità straordinaria della nostra grammatica è proprio l’abilità nell’incapsulare le strutture infinite. Voglio procedere con un esempio. «Giovanni corre» è sicuramente una combinazione lecita di due parole in italiano; mentre «Giovanni corrono» è sicuramente una struttura che non va: nel nostro bagaglio di memoria sappiamo che «Giovanni» è singolare e che «corrono» va a pescare nel repertorio plurale, per cui «Giovanni» e «corrono» non possono essere combinati. Una domanda che faccio sempre alla prima ora del primo corso di sintassi è: «è sempre impossibile trovare la sequenza “Giovanni corrono” in italiano?». La domanda contiene un trucco: la risposta è giustamente no, perché il nostro codice è fatto in modo tale che, se anche due parole non stanno bene insieme, tutto dipende da cosa ci sta prima. Nella frase «coloro i quali amano Giovanni corrono», la stessa identica sequenza va bene.
Questa proprietà, che dal punto di vista matematico si chiama non monotonicità, rivela una cosa straordinaria ossia che, malgrado le parole siano messe in fila, le relazioni tra parole non sono lineari; una parola può entrare in relazione con una parola che è distante come «corrono» che entra in relazione con «coloro», ignorando «Giovanni» che sta in mezzo. Ciò vuol dire che uno spazio monodimensionale come una sequenza, come un trenino i cui vagoni sono le parole, non ci basta per spiegare le irregolarità linguistiche: dobbiamo passare ad almeno due dimensioni. Dunque quello che conta nella grammatica non è la linearità, ma la gerarchia. Un principio generale, il più potente principio generale della grammatica contemporanea, dice che non esiste nessuna lingua che può basarsi solo sulla posizione delle parole nella sequenza.
Ora, portando all’estremo questa teoria, posso arrivare a cogliere il nucleo della struttura della grammatica secondo un modo che non è assolutamente pensabile di veder riprodotto nella natura.
Pensiamo a questa struttura: «una foto di questo muro ha causato la rivolta di questa città»: la rappresentazione di questa frase comprende delle strutture che contengono elementi lessicali come un “nome”, un “verbo”, “aggettivo” ecc (rappresentati con “N”, “V”, “A”). Se facciamo astrazione rispetto al tipo di elemento lessicale specifico e sostituiamo tutte queste etichette con una X, vediamo che questa piccola struttura si ripete più volte. Dunque, tutte le volte che io parlo non faccio nient’altro che ripetere fondamentalmente una stessa struttura che ne contiene una uguale, che ne contiene una uguale, e così via.  Sono strutture autosimilari o ricorsive, come si chiamano tecnicamente. Ovviamente nei sensi tutto questo non rimane; le strutture sono necessariamente appiattite nella produzione linguistica per il fatto semplice che parlando dobbiamo mettere in linea le parole.
Un altro esempio può essere chiarificatore. Immaginate di avere una frase molto semplice: «Roma è bella»; in inglese è «Rome is beautiful». Come si fa la struttura interrogativa? Non devo usare parole nuove, basta che prenda il verbo e lo anteponga al resto: «Is Rome beautiful?», cioè scambio l’ordine degli elementi lineari. Quindi le lingue hanno questa capacità: scambiando l’ordine degli elementi lineari creano significati nuovi. Non esiste però nessuna regola al mondo in cui per passare da una frase affermativa a una interrogativa posso invertire l’ordine di tutte le parole; cioè che per fare la domanda corrispondente a «un mio amico legge un libro», si dica «libro un legge amico mio un». Non c’è nessuna lingua al mondo dove ciò accada.
Il nucleo della grammatica quindi è questa capacità di produrre strutture infinite incastonando strutture dentro strutture, dentro strutture, dentro strutture …. ; ci sono solo i limiti fisici a contenere la lunghezza di una frase: il tempo, la durata della vita, la fame, il sonno, eccetera.
Il secondo passo è proprio la richiesta se questa distinzione tra grammatiche reali, cioè di regole fatte come le conosciamo noi, e quelle fatte invece sulla posizione di un elemento nella sequenza sia un artefatto storico o se invece dipenda in qualche modo dalla struttura del cervello. Per rispondere abbiamo oggi un vantaggio enorme, cioè la disponibilità di un nuovo strumento non pensabile prima, basato sulle tecniche di neuroimmagine che possono essere impiegate per valutare indirettamente l’attività celebrale nei soggetti sani.
In un primo esperimento, che ho condotto con altri colleghi all’Istituto San Raffaele tanti anni fa, siamo riusciti in qualche modo a isolare nel cervello una rete responsabile per quei compiti di tipo sintattico, cioè quei compiti che si occupano solo di mettere nell’ordine giusto le parole nella struttura della frase.
Questo, per inciso, non deve far pensare che noi abbiamo scoperto l’area del linguaggio: dobbiamo resistere a questa visione neofrenologica della «area di»; le aree sono nostri modi per catalogare una serie di azioni rispetto a delle reazioni; il cervello non ragiona per «aree di», ragiona attraverso una struttura molto più complicata.
Leggi l’intervista pubblicata su IlSussidiario su tale argomento
Consideriamo a questo punto un fatto: non tutte le sintassi concepibili sono realizzate nelle lingue del mondo; per esempio non ci sono sintassi in cui girando l’ordine delle parole si passa dalle frasi affermative alle interrogative, o cose di questo tipo; ovvero non ci sono sintassi non ricorsive. La domanda ovvia a questo punto è questa: l’assenza delle sintassi non ricorsive è un fatto storico, accidentale, culturale, oppure è il frutto del mondo in cui noi siamo cablati, in cui il nostro cervello si sviluppa? Perché non esistono lingue di tutti i tipi?
In un secondo esperimento ci siamo posti la seguente domanda: sapendo che la sintassi attiva un circuito dedicato – primo esperimento – cosa succede se a dei parlanti proviamo a insegnare delle lingue impossibili?

Nell’esperimento che abbiamo condotto abbiamo scelto un gruppo di soggetti esposti solo alla lingua tedesca e abbiamo misurato la reazione del cervello nell’area di Broca. Il risultato è stato molto interessante in quanto si è potuto mettere in relazione l’accuratezza, cioè la padronanza nell’uso di una certa regola, con la quantità di flusso ematico nell’area di Broca. Si è visto che più uno diventa bravo imparando regole possibili, più aumenta il richiamo di flusso ematico nell’area di Broca; più diventa bravo imparando regole impossibili, più l’area di Broca si deprime e il sangue inizia a refluire. Si noti che i soggetti non sapevano che alcune erano regole possibili e altre regole impossibili, né le trovavano più difficili (i tempi di apprendimento erano uguali).
Quindi il cervello è un setaccio naturale e inconsapevole, che sa già lui la differenza tra infinito presente e regole di tipo finito. L’infinito è incorporato nella nostra carne e le lingue che noi esprimiamo sono l’espressione di questa struttura. Negli anni Settanta andava molto di moda dire che il cervello era un hardware su cui giravano tutti i software. Non è vero! Se mai il nostro cervello è un hardware che produce l’unico software che può girargli sopra. Unico in due sensi: perché non ce ne girano altri in quel modo e perché, se prendete gli altri animali, nessuno sa fare cose del genere.

 

 

Parole e colori

 

 

A questo punto c’è una domanda che sta sotto a tutte, una domanda più radicale: «ma perché c’è la sintassi?». Porre questa domanda è come chiedere «perché c’è l’arcobaleno?». Mi spiego. L’occhio umano è sensibile solo a una ristretta gamma di onde elettromagnetiche; in condizione di normalità, non di patologia, noi vediamo solo una fettina dello spettro elettromagnetico. Sarebbe conveniente per noi vedere qualcosa di più? Direi di sì. Per esempio, vedere l’infrarosso mi farebbe comodo perché se in una stanza andasse via la luce vedrei comunque le altre persone tramite il calore che emettono. Il problema è che se la mia retina fosse sensibile a tutte le onde elettromagnetiche avrei una specie di sovraccarico, come quando accendiamo la televisione su un canale morto. Davanti a me non passerebbero soltanto i colori dei nostri volti e degli oggetti, ma anche le onde dei vari programmi televisivi, dei cellulari, dei forni a microonde e tutto quanto rientra in quell’ampio range.
L’occhio dunque è un setaccio, che ci rende disponibile, tra tutto quello che c’è intorno, solo una parte; ed è quella parte che ci permette di usare l’informazione elettromagnetica per muoverci, per afferrare gli oggetti, per vedere insomma; altrimenti sarebbe come essere sempre in una nebbia caotica. Vorrei dire che il motivo per cui il cervello è sensibile solo ad alcune grammatiche, anche se non so perché, potrebbe essere simile al motivo per cui l’occhio non vede tutte le radiazioni elettromagnetiche: troppe informazioni porterebbero al caos totale.
Le domanda «perché c’è la sintassi?» non è la domanda sul come mai noi abbiamo questa sintassi, ma come mai è vantaggioso averne una. Essa è vantaggiosa perché permette l’apprendimento e seleziona dalla realtà quello che possiamo utilizzare. In un certo senso, se seguiamo questa linea di pensiero arriviamo a capovolgere l’antica maledizione della torre di Babele e a pensarla come un dono. Noi siamo abituati a pensare che, specialmente oggi, l’uso di lingue diverse sia un ostacolo; pensate a quanto spenderemmo meno se non dovessimo tradurre da una lingua all’altra, se tutte le lingue fossero intercomprensibili. Sarebbe un grandissimo vantaggio, adesso; ma probabilmente la diversità ha portato il vantaggio di tenere le comunità umane piccole, in un momento, la preistoria, in cui la civiltà non sapeva ancora gestire le grandi comunità in modo efficiente, come avviene oggi in una megalopoli. In un certo senso l’incomprensibilità tra individui ha la stessa funzione della necrosi cellulare, di quando le popolazioni cellulari si dividono e si autolimitano.

 

 

 

Il carattere distintivo del codice di comunicazione umano

 

 

Il linguaggio è da sempre lo scandalo della natura. Cartesio, una delle menti più grandi mai esistite, non ce l’ha fatta. Il suo tentativo di ridurre tutto a contatti meccanici ha fallito: esiste una cosa che ha estensione, che posso misurare: la res extensa; poi devo aggiungere la cosa che pensa, che contenga fondamentalmente l’infinito e la libertà che non si possono misurare con nessun contatto meccanico. C’è più scienza nel riconoscere il mistero che nel pensare di averlo risolto con quattro formule.
Cerchiamo ora di trarre qualche conseguenza da questa carrellata sul rapporto tra cervello e linguaggio.
Primo: le grammatiche hanno la possibilità di creare un repertorio potenzialmente infinito. Se io dico il numero più grande basta che uno aggiunga un uno e il numero è più grande; così succede nelle grammatiche: se io chiedo a uno di dirmi la frase più lunga, basta che uno aggiunga una frase e questa è ancora più lunga e così via (le grammatiche e i numeri hanno la stessa proprietà: non esiste il limite superiore di struttura).
Secondo: il linguaggio è creativo: se io ora vi dico che una balena blu sta navigando nelle mie narici non ci sono probabilità o motivi empirici che implichino e forzino la mia affermazione, è un atto di pura creatività. Questo è buffo, ma quando tutti noi parliamo mettiamo in una struttura possibile, la nostra grammatica, un atto infinito e creativo.
Terzo: queste strutture non sono copie del strutture del mondo, nel mondo non ci sono strutture che imitano quelle delle grammatiche.
Ultimo: nessun altro vivente ha alcuna delle tre caratteristiche sopraelencate.
La ricerca della linguistica moderna si muove entro questo perimetro.
Cosa possiamo concludere dall’esperienza di questo infinito presente, un infinito che non salta subito all’occhio, in maniera immediata, ma che ha bisogno di uno scavo razionale, ragionevole, matematico, formale, sperimentale? Emerge che se il carattere distintivo del codice di comunicazione umano è la capacità di produrre strutture potenzialmente infinite, questo codice non può manifestarsi gradualmente per approssimazioni progressive. Io non vedo alternative. Se la proprietà tipica della grammatica è l’infinito, questo non arriva a un pezzo: o c’è o non c’è. Quindi parlare di precursori della grammatica, proto-linguaggi o quasi-linguaggi non ha senso.
C’è uno spartiacque netto: o c’è l’infinito e allora il linguaggio è come il nostro, o non c’è ed è come quello degli altri viventi.

 

 

 

Andrea Moro
(Docente di Linguistica Generale. Istituto Universitario di Studi Superiori, Pavia)

 

 

(Il testo di questo articolo riprende i contenuti della conferenza tenuta dall’autore presso il Centro Culturale di Milano il 15 giugno 2011)

 

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 46 di Emmeciquadro




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