SCIENZAinATTO/ Distinguere per Unire. Intervista a William Carroll

- Nadia Correale, int. William Carroll

Capita spesso di riscontrare un uso improprio di termini come creazione, evoluzione, origine dell’Universo: un teologo, storico della scienza, chiarisce l’origine degli equivoci.

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L’incontro con un teologo può offrire spunti interessanti per approfondire temi fondamentali del dibattito scientifico contemporaneo; soprattutto se il teologo ha l’orizzonte di studi e interessi come quelli di William Carroll. Carroll è «Thomas Aquinas Fellow» in Teologia e Scienze a Blackfriars Hall (Oxford) e membro della Facoltà di Teologia dell’Università di Oxford; è uno storico della scienza e un intellettuale europeo a tutto tondo.
Le sue ricerche e il suo insegnamento riguardano la ricezione della scienza aristotelica nell’Islam, nell’Ebraismo e nel Cristianesimo medievali e lo sviluppo della dottrina della Creazione; come il rapporto tra Galileo e l’Inquisizione. Ha approfondito i modi in cui le discussioni medievali del rapporto tra le scienze naturali, la filosofia e la teologia, possano essere utili per questioni contemporanee derivanti dagli sviluppi in biologia e cosmologia.
E proprio su questo si è sviluppato uno degli incontri più attesi del
“Meeting di Rimini 2012” per quanto riguarda gli argomenti scientifici, quello intitolato: Evoluzione biologica e natura dell’essere umano. Attraverso le domande poste da Marco Bersanelli, Carroll e Ian Tattersall (Curator Emeritus presso il Dipartimento di Antropologia del Museo di Storia Naturale a New York City) hanno affrontato l’argomento da diversi punti di vista: il primo sviscerando le problematiche sottese a certo modo di intendere l’evoluzione, confusa spesso con ciò che invece inerisce l’aspetto della creazione; l’altro illustrando le principali scoperte che riguardano l’evoluzione umana a partire dai reperti fossili umani o reperti archeologici in genere (utensili; graffiti eccetera) a disposizione.
Abbiamo approfondito alcune di queste e altre tematiche attraverso un dialogo con William Carroll.

Nei dibattiti che avvengono attualmente tra scienziati, in particolare per quel che concerne la cosmologia e l’evoluzione, si riscontra un uso improprio di termini chiave o di metodologie conoscitive nel trattare questioni fondamentali. In tal senso, come potrebbe aiutarci la filosofia tomistica nel comprendere che esiste una sostanziale differenza tra inizio e creazione dell’Universo?

San Tommaso d’Aquino esaminò le implicazioni delle teorie cosmologiche di Aristotele che condussero quest’ultimo a concludere che l’Universo fosse eterno. Tommaso distinse il problema della temporalità del mondo da quello della sua origine, cioè la sua completa dipendenza da Dio come causa. La fede, secondo Tommaso, rivela che l’Universo ha un inizio, ma il senso fondamentale della creazione riguarda il fatto che ogni cosa dipende continuamente da Dio come causa dell’esistenza.
In base a questo principio la teoria cosmologica attuale del Big-Bang in se stessa non può fornire una prova incontrovertibile né che l’Universo è stato creato né che non lo sia stato. Sia che l’Universo sia eterno sia che abbia avuto un inizio è una questione che attiene al tipo di Universo che Dio ha voluto creare, non al fatto che esso sia stato creato o meno. Da questo punto di vista entrambe le argomentazioni – una secondo cui il Big-Bang dimostrerebbe che l’Universo è stato creato, perché ha avuto un inizio temporale, l’altra in base alla quale l’Universo sarebbe totalmente auto-consistente e perciò non avrebbe né un principio né una fine (come sostiene Hawking) – sono azzardate in quanto esulano dalla possibilità insita nelle scienze di giungere a tali conclusioni.
Più in generale San Tommaso chiarì che né la filosofia né la scienza potranno mai accertare attraverso i loro metodi specifici quale delle due ipotesi è quella corretta.

Cosa ci può dire invece riguardo alla distinzione fra creazione ed evoluzione?

Tutte le cose esistenti non ci sarebbero se non fossero create. Se si elimina la creazione si elimina tutto eccetto Dio. Però Creatio non est mutatio, ovvero la creazione non significa mutazione. La creazione, che possiamo definire la dimensione verticale, è la causa completa di tutto ciò che c’è.
La causalità divina è radicalmente diversa da quella umana e biologica, cioè la dimensione orizzontale, ma non c’è conflitto tra esse. Senza la creazione non ci potrebbe essere evoluzione né qualunque altra cosa, neanche i pensieri di ognuno di noi. L’uomo è causa delle sue azioni.

Tuttavia allo stesso tempo, in un modo che ai nostri occhi appare paradossale e strano, Dio «causa» la nostra libertà e «causa» i nostri atti o scelte facendo sì che essi siano nostri. Ogni creatura è diversa nella sua causalità; ma contemporaneamente, in un diverso senso, Dio è causa di tutto, in virtù del fatto che egli è trascendente. In qualche caso particolare Dio agisce direttamente, come accade per l’anima umana, che è uno speciale genere di realtà immateriale che non può essere prodotto da cause naturali.

 

 

Nelle scienze nel loro complesso esiste attualmente una tendenza a spiegare tutti i fenomeni naturali mediante categorie scientifiche che riducono la loro complessità. Per citare alcuni esempi, per quanto riguarda i viventi si considerano solo i fattori genetici escludendo quelli epigenetici; oppure gli studi neuro-scientifici sono utilizzati per giustificare che non esiste l’autocoscienza umana. Pensa che la filosofia è in qualche modo responsabile di questa tendenza, avendo essa abdicato al suo compito?

 

Ritengo che sia più corretto parlare di una tendenza culturale alquanto diffusa che induce a ritenere la scienza come l’ultima autorità riguardo a tutti i problemi senza distinzione di sorta.
Le altre discipline, in particolare la filosofia e la teologia, sono relegate a occuparsi di qualcosa che nella peggiore delle ipotesi è illusorio, nella migliore riguarda l’intimo del soggetto e perciò non può essere ritenuto universale e oggettivo. Potrebbe essere che qualche filosofo sostenga questo modo di pensare, ma sempre a causa della mentalità in cui è immerso egli stesso.
Succede però che questa visione impoverisce inevitabilmente tutte le problematiche, anche quelle squisitamente scientifiche, in quanto le scienze non possono avvalersi del supporto di ulteriori approcci perché considerati meno validi.

 

 

Ultimamente si riscontra che gli scienziati si imbattono in problemi che non consentono di investigare i fenomeni utilizzando i metodi sperimentali di tipo tradizionale. Per esempio il Big-Bang non è un evento che può essere riprodotto attraverso un esperimento, oppure la teoria del caos mostra che bastano piccole perturbazioni per cambiare drasticamente l’evoluzione di un fenomeno. Ritiene che questo fatto aiuti a non conservare una visione delle scienze solo di tipo deterministico?

 

Certamente queste teorie possono aiutare a mostrare i limiti di una visione deterministica della realtà. Del resto anche Aristotele e Tommaso pensavano che il mondo non fosse chiuso e che non fosse deterministico. Bisogna però stare attenti anche in questo caso a non utilizzare le teorie scientifiche per spiegare ciò che non possono spiegare, come quando alcuni studiosi utilizzano la teoria quanto-meccanica per rendere ragione della libertà umana.
Come ho già detto, queste impostazioni sono del tutto scorrette.

 

 

Possiamo presumere che i docenti siano fortemente responsabili della consegna alle nuove generazioni di una corretta visione delle scienze. Quali pensa siano le cose più importanti che un docente di discipline scientifiche debba tenere in considerazione nel suo insegnamento?

 

Penso che i docenti dovrebbero aiutare gli studenti a distinguere il senso appropriato di alcuni termini e concetti; per esempio la differenza tra evoluzione ed evoluzionismo, tra creazione e creazionismo. Perciò a partire dalle scuole superiori occorrerebbe fornire approfondimenti filosofici per comprendere che esistono diversi ruoli, diversi metodi di investigazione del reale e per non confondere i piani entro cui inserire le diverse problematiche.
Ogni disciplina infatti segue un approccio vero ma incompleto. Jacques Maritain diceva: «occorre distinguere per unire». Perciò le discipline devono rimanere distinte mantenendo le proprie aree di competenza. Allo stesso tempo è opportuno che teologi, scienziati e filosofi interagiscano, dialoghino e collaborino fra loro per raggiungere una piena comprensione della realtà.

 

 

Intervista rilasciata a Rimini nel mese di Agosto 2012 durante il “Meeting per l’Amicizia fra i Popoli“.

 

 

 

A cura di Nadia Correale
(Docente di Matematica e Scienze alla Scuola Secondaria di primo grado, frequenta l’ultimo anno del dottorato in Formazione della Persona e Mercato del Lavoro presso l’Università degli Studi di Bergamo)

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 47 di Emmeciquadro




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