SCIENZAEVENTI/ Educare all’uso della ragione per conoscere la realtà: esperienza possibile?

Durante il Team Work di docenti di Scienze alla Convention 2015 di Diesse a Bologna, Paolo Musso, dell’Università dell’Insubria di Varese, è intervenuto sul tema: «La certezza scientifica».

30.12.2015 - Nadia Correale
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Dalla locandina della Convention 2015

Nei giorni 10 e 11 ottobre 2015 a Bologna si è svolta la Convention dal titolo: Incontrare ed educare l’umano. Il lavoro dell’insegnante, promossa dalle Associazioni: Diesse Nazionale (Didattica e Innovazione Scolastica), CdO Opere Educative, , Il Rischio Educativo.
Docenti provenienti da tutta Italia hanno ascoltato gli interventi di Pietro Baroni, Carlo Di Michele e Manuela Moroni (disponibili sul sito di Diesse Nazionale) e hanno partecipato alle Botteghe e ai Team Work su diversi argomenti che afferiscono alle diverse discipline.
I lavori si sono conclusi la mattina di domenica 11 ottobre con l’incontro-dialogo di Don Julian Carron, docente di Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sul tema: Insegnare oggi. Nuovi contesti e nuove sfide.
Uno dei Team Work rivolti ai docenti di materie scientifiche aveva come tema il significato di «certezza» in ambito scientifico. Paolo Musso, docente di Filosofia della Scienza presso l’Università dell’Insubria di Varese, è stato invitato per un approfondimento e ha esordito sviscerando le motivazioni storiche e filosofiche che hanno portato l’uomo contemporaneo a rifiutare le certezze di ogni tipo, prima quelle esistenziali, poi – soprattutto negli ultimi tempi – quelle scientifiche (a questo proposito si possono anche consultare due suoi articoli pubblicati su questa rivista: La rivoluzione scientifica. Un percorso interdisciplinare di fisica e filosofia, sul n° 17-Aprile 2003 e Scienza e Realtà. Conoscere, comprendere,spiegare il mondo, sul n° 24-Agosto 2005).
Il fatto che tutti noi (compresi scienziati e insegnanti di Scienze) condividiamo questo tipo di mentalità, magari in modo inconsapevole e sottile (dunque ancora più insidioso e subdolo), si è riscontrato quando all’inizio i docenti sono stati invitati a rispondere ad alcune domande stile intervista.
Musso ha esposto come, a partire dal Circolo di Vienna del 1922, in cui si radunarono logici e matematici come Ludwig Wittgenstein e Bertrand Russell, sia iniziato un percorso culturale che ha portato a ritenere che la scienza sia l’unica fonte di conoscenza, escludendo la metafisica, così che la realtà materiale diventa l’unica esistente.
Le conseguenze di questa impostazione sono state la riduzione della ragione a logica e della realtà ai dati sensibili, empiricamente recepiti dal soggetto, in base a una visione meccanicistica del mondo.
La successiva svolta relativista (favorita certamente dal falsificazionalismo popperiano), pur avendo il pregio di mettere in discussione i limiti di un approccio così unilaterale – focalizzato sulla logica – non ha tuttavia migliorato le cose rispetto alla fiducia che la scienza possa giungere a delle certezze. Infatti gli esponenti di questa visione, come Thoman Kuhn e Paul Feyerabend, ritenevano che la veridicità di una teoria scientifica – ridotta, come già i neopositivisti avevano indicato, a un insieme di regole che non necessariamente corrispondono alla realtà – non potesse essere stabilita razionalmente bensì sociologicamente, attraverso metodi persuasivi e non dimostrativi.
Da quanto messo in evidenza si comprende come, in effetti, da questo processo storico sia partita una svalutazione della ragione e contemporaneamente uno scollamento del soggetto dalla realtà.

Musso ha enucleato i motivi per cui oggi risulta difficile da un punto di vista psicologico accettare la certezza.
Il primo è che tendiamo a dare per scontato ciò che ormai ci appare evidente, come per esempio il fatto che la Terra ruota intorno al Sole.
Il secondo è che si ritiene erroneamente che, limitando il carattere veritativo insito nelle teorie scientifiche, si contrasti lo scientismo, quando invece il miglior antidoto è rappresentato dal metodo scientifico stesso che, infatti, è possibile applicare per scoprire esclusivamente proprietà misurabili dei fenomeni.
Il terzo motivo, che rappresenta l’equivoco più grave, è che si pensa che ritenere una teoria certa una volta per tutte sia in contraddizione con il concetto di rivedibilità, quando invece questo aspetto ha a che fare con la possibilità che una teoria nota possa essere corretta ed eventualmente inclusa in una nuova.
Ecco perché diventa importante da un lato precisare l’ambito entro cui una legge possa essere ritenuta valida (valutando il margine di errore), dall’altro tener conto di quelle già note per poter accettare le nuove senza contraddirsi.
Al termine dell’intervento è seguito un dibattito e una breve presentazione di un percorso didattico.
Le principali osservazioni raccolte sono state l’importanza di effettuare esperimenti non avvalendosi solo di simulatori o facilitatori multimediali, di valorizzare negli studenti il gusto della scoperta sviluppando la dimensione creativa insita in una concezione di ragione aperta, imitando in questo l’approccio dei veri scienziati.
Infine è stato messo in evidenza il fatto che la certezza non arresta la sete di conoscenza in quanto è proprio sulla spinta di aspetti nuovi che vengono colti nella realtà che si aprono nuove domande e di conseguenza si cercano nuovi modelli che possano spiegare i fenomeni in modo sempre più ampio, con maggior difficoltà quando essi risultano molto complessi (come per esempio in ambito biologico).

 

 

Nadia Correale
(Docente di Matematica e Scienze alla Scuola Secondaria di primo grado, membro della redazione di Emmeciquadro)

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 59 di Emmeciquadro

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