EDITORIALE/ Scienza a scuola: informare, o formare la persona? – N° 64 – Marzo 2017

Per l’insegnamento scientifico il dilemma informare/formare rischia di risolversi tacitamente a favore della prima opzione. Invece va posta in primo piano la portata educativa delle scienze.

26.04.2017 - Mario Gargantini
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Fotografia di Giuliano Rovere

L’alternativa tra informare e formare la persona percorre tutta la scuola, soprattutto in questa nostra società dell’informazione. Le scuole sono sempre meno dei sistemi chiusi, impermeabili a quanto accade al di fuori; non che si possa parlare di reale apertura, che implicherebbe ben altra attitudine e consapevolezza, però si può registrare una certa permeabilità, dovuta principalmente all’inarrestabile flusso informativo che ci sta avvolgendo (e speriamo non travolgendo) tutti.
Così molti docenti tendono ad arretrare nel loro impegno comunicativo per lasciare spazio ai nuovi e più efficaci strumenti, oppure pensano di doversi inserire unicamente come supporto di altri e ben più aggiornati e ricchi canali informativi.
Nel caso delle scienze il dilemma informare/formare rischia di risolversi tacitamente a favore della prima opzione, in quanto è radicata la convinzione che le scienze siano estranee a una prospettiva educativa.
Anche quando i contenuti della comunicazione docente – allievo sono quelli delle tradizionali discipline, ciò che spesso diventa prioritario è il bagaglio informativo che si riesce a trasmettere e gran parte dello sforzo di aggiornamento e di innovazione didattica si indirizza sugli strumenti che possono rendere aggiornati e accattivanti tali contenuti, ridotti a pure informazioni.
In queste pagine abbiamo sempre percorso la seconda strada, che intendiamo rilanciare, documentandone la praticabilità.
È superfluo affermare che, se ci si pone nella prospettiva della formazione della persona nella sua integralità l’alternativa tende a dissolversi.
Formare la persona non significa trascurare o sottovalutare tutto l’insieme di dati, nozioni, notizie alle quali peraltro oggi possiamo accedere continuamente ed estesamente. Significa piuttosto farle oggetto di un lavoro critico, alla ricerca dei nessi che le collegano, dei motivi che le rendono, o meno, interessanti, dei sistemi concettuali che ne fanno emergere il valore, o meno, e il possibile significato.
Ciò che determina il passaggio dalla semplice azione informativa a qualcosa che può far compiere un passo di un cammino educativo è il riferimento alla persona, è la possibilità che ciò che viene comunicato mobiliti qualche aspetto dell’io, faccia risuonare qualche corda della personalità che si sta formando. In questo senso non è difficile rendersi conto che le discipline scientifiche hanno molto da dire: possono dare un notevole contributo alla formazione di un soggetto capace di porsi nella realtà con curiosità, attenzione, desiderio di verità; possono contribuire a strutturare la ragione per esercitarla in modo critico, ad aprirla e spalancarla verso interrogativi sempre più profondi. Come si può vedere in atto nelle esperienze raccontate anche in questo numero.
Come osserva Ana Millán Gasca, intervistata da Emmeciquadro sulle prospettive dell’educazione matematica, «si cerca di accumulare esempi su esempi del fatto che la matematica serve … per rispondere alla domanda che torna ripetutamente: perché devo studiare questo? a che serve? […] Ciò che si vuole chiedere quando si pone quella domanda è in realtà “a cosa mi serve?”, a me, alla mia vita, al mio essere nel mondo, a capire il senso di tutto ciò».
È quel «mi» che determina tutto; è mettere l’accento su quel «mi» che fa passare da informazione a formazione.
La scuola ha bisogno di insegnanti sensibili a quel «mi» e proiettati su quel passaggio.

Mario Gargantini
(Direttore della Rivista Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 64 di Emmeciquadro

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