ERDOGAN IN ALBANIA/ “Affari e moschee dalla Libia ai Balcani, il sultano va fermato”

- int. Gian Micalessin

La Turchia di Erdogan sta attuando un massiccio espansionismo, dai Balcani alla Libia. Solo Macron si è opposto, perché?

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Recep Tayyip Erdogan (foto da Twitter)

Turchia sempre più incontenibile: dall’Adriatico e dai Balcani fino ai confini con la Cina passando per il Caucaso, la Siria e la Libia, Ankara estende la sua influenza, sfruttando la comune identità islamica dei paesi con cui stringe affari, a cui fornisce armi e milizie e di cui sfrutta le rotte migratorie. Nei giorni scorsi Erdogan si è recato in visita ufficiale in Albania, dove ha siglato sette accordi di cooperazione legale, strategica e culturale, fra cui un memorandum d’intesa sulla cooperazione fra le forze dell’ordine dei due Paesi. Non solo: il “sultano” ha inaugurato 522 nuovi appartamenti costruiti in dono dopo il terremoto che ha colpito l’Albania nel 2019. Ma Ankara è attiva anche nella Macedonia del Nord e nel Montenegro, di fronte cioè a casa nostra e in un territorio da cui l’Italia è ormai stata tagliata fuori, anche per l’altrettanto predominante presenza cinese.

“In realtà l’infiltrazione turca è presente nei Balcani già da dopo gli accordi di Dayton del 1995” ci ha detto l’inviato di guerra de Il Giornale Gian Micalessin, “quando venne data loro la gestione della ricostruzione delle moschee, inizialmente moderate, in linea con la laicità della Turchia di allora e poi diventate via via sempre più fondamentaliste”. Erdogan, inoltre, ci ha detto ancora Micalessin, “apre e chiude come vuole i rubinetti della rotta dei Balcani, da cui fa passare i migranti del Medio Oriente, per fermare i quali l’Unione Europea gli ha pagato 6 miliardi di euro. Ma Erdogan apre e chiude quei confini a piacimento”.

Ci sono responsabilità dell’Occidente nel progetto sempre più espansionistico della Turchia? Dopo aver giocato un ruolo determinante durante la Guerra fredda come baluardo contro l’Unione Sovietica, Ankara è stata forse lasciata andare alla deriva?

In realtà Erdogan si è auto-emarginato da solo. Inizialmente appariva moderato e aveva dato il via a una serie di riforme, si parlava anche di un ingresso di Ankara nell’Unione Europea, anche perché il ruolo della Turchia nella Nato era di primo piano, garantiva profondità strategica sul fronte russo. Poi Erdogan ha cominciato, prima e dopo il golpe del 2016, a prendere in mano il potere assoluto, ha estromesso generali e magistrati che non erano schierati con lui e ha avviato il processo di islamizzazione della società turca.

E la penetrazione nei Balcani, sua ultima offensiva espansionistica, come si giustifica?

La penetrazione turca nei Balcani era cominciata con le moschee dopo il 1995. Inizialmente era un processo moderato, perché rispondeva al direttorato religioso che predicava il laicismo, ispirato alla repubblica di Ataturk. Oggi quel direttorato è qualcosa di diverso, alimenta il fondamentalismo e l’idea della grande Turchia. Un messaggio eversivo, che si propaga sia in Europa che nei Balcani.

Erdogan ha in mano anche la cosiddetta rotta dei Balcani?

Sicuramente manovra i rubinetti con cui la alimenta e la mantiene viva. È chiaro che, a fronte dei 6 miliardi di euro e dei 3 promessi dall’Unione Europea, non c’è stata la chiusura dei confini come era nei presupposti, anzi vengono continuamente aperti. Erdogan ci gioca, perché gli conviene tenere sempre viva la minaccia di una invasione di migranti in Europa.

Però, tornando alla prima domanda, l’Occidente si comporta in modo altalenante con la Turchia. Trump era riuscito a costruire, anche se non ufficialmente, un buon rapporto, ma Biden si rifiuta di incontrare Erdogan, Draghi l’ha chiamato pubblicamente un dittatore. È questo l’atteggiamento giusto da tenere?

È una conseguenza del comportamento di Erdogan, anche se lui ha cercato un certo avvicinamento all’Occidente e un certo allontanamento dalla Russia. Lo si vede dal fatto che ha venduto droni all’Ucraina, e questo ha creato problemi con Putin.

Di fatto l’influenza strategica della Turchia è diventata enorme, si estende dal Mediterraneo alla Cina, toccando Siria e Libia. Come dovremmo comportarci per cercare di contenerla?

In primis, ci vorrebbe un atteggiamento più deciso da parte di noi europei, che abbiamo abbandonato il Mediterraneo, il Mare Nostrum italiano, ai turchi, permettendo loro di entrare in Libia. La Germania ha sempre avuto un atteggiamento ondivago e molto blando nei confronti di Erdogan per paura dell’influenza delle moschee e anche della forte presenza turca nel paese. Questo atteggiamento espansionistico della Turchia è determinato dall’atteggiamento europeo: l’unico che si è contrapposto con una certa fermezza è stato Macron, mentre gli altri gli hanno lasciato mano libera.

E l’Italia? La ex Jugoslavia è davanti a casa nostra, che politica estera abbiamo per i Balcani?

C’è una lobby politico-economica molto forte in Italia che cerca sempre rapporti affaristici con la Turchia: siamo il loro primo partner dal punto di vista commerciale. E in Libia la Turchia è forse il nostro primo avversario, ancor più della Francia.

(Paolo Vites)

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