ESAME DI STATO/ La spiazzante certezza di essere in un tempo nuovo

- Federico Pichetto

Tutti a ripetere che l’esame di Stato, questa maturità innanzitutto, non ha senso. Eppure i giovani lo sentono, lo temono, lo attendono. Perché?

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Scuola (LaPresse)

La notizia è che il rito c’è e funziona. In tanti hanno sottolineato l’anomalia di questo esame di Stato 2020, di una maturità fatta solo di una prova orale con tutti commissari interni e cinque step molto semplici, da superare in presenza di un solo testimone, a distanza sociale e con la mascherina.

Qualcuno ha detto: “Non è una vera maturità! È una pazzia! Una farsa! Una messa in scena inutile!”. E giù grida levatesi un po’ dappertutto per stigmatizzare l’evento, che non serve a gran ché se non a confermare il dogma italico del conferimento solenne di un agognato titolo di studio: il diploma.

Però, se andiamo a vedere meglio, le cose non stanno proprio così. Intanto, per inciso, vorrei fare outing e dire che anch’io ritengo questo esame inutile, come ho ritenuto inutile l’esame dello scorso anno, quello di due anni fa (è il terzo anno di fila che cambiamo maturità… e questo la dice lunga sulla chiarezza che al ministero hanno circa l’identità di questa prova) e perfino il mio di diciassette anni fa: l’esame di Stato del secondo ciclo è davvero un esame inutile, il cui scopo non può essere verificare il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento secondo il curricolo di istituto e le indicazioni nazionali (davvero pensate che una roba del genere si possa fare con due prove scritte e un colloquio?).

L’esame del secondo ciclo non può nemmeno valutare in maniera oggettiva il Profilo Educativo Culturale Professionale in Uscita dello studente o della studentessa (si chiama Pecup e non ci crederete ma è il vero obiettivo della scuola superiore italiana… tranquilli: nemmeno i docenti a volte lo sanno), e neppure – so che questa sarà dura da accettare – può acclarare le conoscenze acquisite con mirabolanti (e quasi tutti gli anni identici) collegamenti fra le discipline o con improbabili domande che illudano lo studente di padroneggiare la letteratura, la matematica, le lingue o la filosofia prima di uno studio sincero e appassionato delle fonti e della critica.

L’esame trova al contrario il suo valore da un’altra parte, un valore che – è questa la notizia – gli consente anche quest’anno, anche al tempo del CoViD, di non essere una farsa, bensì un successo, sprigionando interesse e suscitando ansie un po’ dappertutto: il valore dell’esame di Stato, infatti, sta tutto nell’attesa che i ragazzi percepiscono da parte degli adulti. La maturità non è altro che la consapevolezza che in una determinata stanza c’è un gruppo di adulti che mi aspetta perché vuole parlare con me delle cose importanti e decisive della civiltà e della vita.

È questo sapere di essere atteso che genera il rito, l’emozione, la paura e l’autocoscienza: per la prima volta della gente grande ed estranea aspetta me per discutere di cose grosse e decisive. È questo il vero archetipo che al ministero non comprendono: l’attesa dell’altro nei miei confronti che mi restituisce il perimetro della mia identità e la certezza della mia esistenza. Non negli applausi della mia famiglia, non nei mille problemi dei miei genitori, non nelle chat dei miei amici o dei miei pari, ma nello spazio che crea un estraneo che, per conto di tutta la comunità in cui sono cresciuto – lo Stato – mi dà un appuntamento, io trovo la vera legittimazione, il vero consenso, alla mia esistenza. Io “sono” in quell’appuntamento; la mia vita “sarà” solo nella misura in cui si scoprirà aspettata, richiesta, voluta.

Il culmine della pedagogia della formazione è la genesi di un soggetto cui – con un appuntamento – riconosco la dignità dell’interlocutore. Quanto è importante per diventare grandi che lo Stato, la comunità, ci sia, si rivolga a me, mi cerchi!

Per questo nell’esame di maturità potremmo metterci qualunque cosa, ma finché rispetteremo la forma dell’appuntamento e dell’incontro, esso avrà sempre una forza che trascende il meccanismo valutativo o la tipologia della prova, configurandosi ad ogni modo come un passaggio antropologico di prim’ordine, primo contribuente di un processo di costruzione di sé che solo marginalmente dipende dalla sua organizzazione immanente.

È questa la ragione se – appunto – anche quest’anno l’esame funziona e c’è nell’aria l’atmosfera, la magia, la poesia, della maturità. Non c’è tono minore, ma solo la spiazzante certezza di essere in un tempo nuovo.

Certo, viene da dire che se tutto questo è vero, se sul serio il valore della maturità è più nella sua valenza antropologica che in quello che essa pretende di esaminare, indipendentemente dalle prove che ci buttiamo dentro noi adulti illuminati, perché – allora mi domando – perché in un futuro non lontano non proviamo a buttare dentro a quelle prove qualcosa di veramente interessante?

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