ESTATE SENZA FESTE?/ Il “partito” della pandemia non ci ha rubato la storia, ma la realtà

- Gianfranco Lauretano

Niente assembramenti, dunque niente sagre e feste. È una perdita di identità, come dice Franco Cardini? Forse. In realtà c’è qualcosa di ancora più importante

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Siena, un momento del palio dell'Assunta 2019 (LaPresse)

In un articolo recentemente apparso su un quotidiano, Franco Cardini parla dell’annullamento del Palio di Siena a conseguenza della pandemia da coronavirus. Il Palio è in realtà un esempio, un simbolo: in tutt’Italia, allo stesso modo e per lo stesso motivo, sono state annullate sagre e fiere, feste patronali e manifestazioni popolari. Non sempre in realtà ci si è riusciti: giungono notizie di feste di paese, ad esempio al Sud (ma non solo) a cui, in barba al “distanziamento sociale” – dicitura orribile –, persino il sindaco avrebbe partecipato con la sua brava fascia tricolore.

Cardini lega la questione a quella dell’identità, pur evocando il concetto con tutte le cautele del caso: “Sono quelle cose che – specie in tempi di carenza di autentico senso di appartenenza e di compartecipazione, diciamo pure (con temine impegnativo) ‘d’identità’ – ti fanno sentire meglio, più forte, più sicuro”; non esita a citare il lato economico: “Piacciono, divertono, procurano turisti e fanno girare il fatturato”; evoca infine l’aspetto storico, che più gli pertiene, con un’efficace coloritura emozionale: “E, storicamente attendibili o meno che siano, inducono a ricordare il nostro passato, magari a riviverlo, perfino a ricostruirlo o a costruirlo tout court”.

Condivisibile o meno che sia, Cardini mette il dito nella piaga. Anzi, nelle piaghe, che sono due. La prima: chi siamo noi? La seconda: cos’è il coronavirus? Sulla prima questione potremmo avere qualcosa da eccepire sulla valenza identitaria delle sagre di paese, dal Palio di Siena in giù: mi piacerebbe invitare Cardini nella mia terra romagnola, tanto per fare un esempio, dove le sagre di paese e di città sono negli ultimi anni aumentate esponenzialmente, divenendo un numero infinitamente maggiore di quello della tradizione, dalla sagra della pera cocomerina alla fiera del cicciolo (di maiale), mai esistite nella Storia con la S maiuscola. Passi per il Pil, il turismo, per l’opportunità di vendere qualcosina in più offerta a qualche produttore. Ma legare queste autentiche fake-fair all’identità è un eccesso che solo l’autorevolezza di un grande storico ci consente di prendere in considerazione. Mi vengono in mente le feste patronali di certi paesi del Mezzogiorno dove bestemmiatori incalliti portano per prestigio in giro per il paese la statua della Madonna, magari facendola inchinare davanti alla casa del mafioso locale.

La seconda questione, che riguarda l’epidemia, è strettamente connessa all’opportunità di svolgere o meno queste feste. La pandemia è ancora in atto o no? Difficile capirlo ascoltando gli esperti, che dall’inizio di questa storia non sono mai stati d’accordo fra loro. Ma un dato è chiaro: le terapie intensive si stanno svuotando: meno di cento persone ricoverate in Italia nel momento in cui scriviamo. Si può dire che il coronavirus c’è ancora? Ancora altri dati di realtà ci fanno propendere per il no: tutto ciò che si è messo in moto da diversi giorni. Mi scuso se faccio di nuovo ricorso a una realtà personalmente vicina, ma la riviera romagnola non è mai stata affollata come adesso in questo periodo; movide, festeggiamenti per coppe Italia e promozioni in A, lo stesso irriverente abbracciarsi dei calciatori dopo un gol sono un autentico schiaffo per i pandemisti. All’opposto, le titubanze per la piena apertura di cinema e teatri, la rigorosa osservanza delle norme sanitarie nelle chiese (probabilmente i luoghi più sicuri del mondo), l’incertezza assoluta sulla riapertura delle scuole, riaffermata dalla sconcertante mancanza di indicazioni chiare del Governo, spingerebbe a pensare che il pericolo è ancora grosso.

La domanda a cui rispondere, alla fine, non è così difficile, non riguarda la storia o l’identità, ma più semplicemente la realtà. A che punto siamo? Chi ce lo dice? È possibile avere un’idea unitaria e chiara di cosa succede? Da questo derivano tutte le decisioni, anche quella di interrompere o meno i grandi eventi “identitari” come il Palio di Siena. Ci fosse qualcuno che prende il toro per le corna e, rischiando il suo ruolo, dicesse una parola chiara, di buonsenso, realistica, anche l’identità ne trarrebbe vantaggio.

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