COREA/ L’ex console: gli interessi di Cina e Giappone dietro la morte di Kim Jong-il

- int. Massimo Urbani

Per l’ex console in Corea del Nord, MASSIMO URBANI, dietro la morte di Kim Jong-il si agitano gli interessi di Cina e Giappone in una guerra economica e finanziaria senza esclusione di colpi

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Kim Jong-il

“Dietro la morte di Kim Jong-il si agitano gli interessi di Cina e Giappone in una guerra senza esclusione di colpi i cui veri obiettivi non sono militari, bensì economici e finanziari”. Ad affermarlo, nel corso di un’intervista a Ilsussidiario.net, è Massimo Urbani, ex console italiano a Pyongyang, uno dei primi occidentali a entrare in Corea del Nord dove è vissuto per dieci anni girando in lungo e in largo l’intero Paese. Ex dipendente della Comunità europea e poi dell’Onu, Urbani è uno dei massimi conoscitori della situazione sotto il regime del “Caro Leader”, Kim Jong-il, che è morto sabato a 69 anni per un attacco cardiaco. Come osserva l’ex console, “qualsiasi esperto di geopolitica sa che i delitti e i conflitti sono sempre di prossimità. Se vogliamo quindi trovare il ‘killer’ e risolvere il giallo nordcoreano, è inutile andare a cercarlo troppo lontano”.

Qual è realmente la potenza militare della Corea del Nord e fino a che punto è in grado di sconvolgere il mondo?

La potenza militare nordcoreana è solamente un deterrente, un modo per ricordare al mondo “esistiamo anche noi” e per dire “vogliamo farla finita”. Le faccio un esempio. Ogniqualvolta lei va in una scuola nordcoreana, chiedendo ai bambini “che cosa vorrai fare da grande” rispondono tutti “il militare”. E’ indubbio che ciò accada, perché è da tre generazioni che il loro popolo vive sotto la guerra. Il mio auspicio è che oggi, con la morte di Kim Jong Il, la generazione della guerra sia finita e domani cominci la generazione della pace, della dignità, dell’armonia e della libertà. Non sono concetti, sono sensazioni che esistono in ogni popolo, incluso quello nordcoreano, e di cui ogni Stato ha bisogno.

Gli Stati Uniti approfitteranno della morte di Kim Jong Il per intensificare la pressione politica e militare sulla Corea del Nord?

L’America utilizzerà quanto è accaduto per intensificare la sua presenza nell’area del Pacifico. Purtroppo la politica statunitense è andata incontro a un’involuzione, rinunciando ai progressi cui avevamo assistito nell’era Clinton. Ricordo che Madeleine K. Albright, segretario di Stato Usa, nel 2000 si recò in visita a Pyongyang dove fu accolta con grandi onori da Kim Jong Il nel maestoso Rungrado May Day Stadium. L’Amministrazione Clinton scelse quella strada come primo passo per instaurare normali rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord. Poi però tutto si è bloccato, ma oggi è giunto il momento di smetterla di parlare di guerra nucleare, e di avviare una serie di incontri con tutte le persone che vogliano la riunificazione della Corea.

In che modo è possibile riuscire a ottenerla?

Sono ormai anni che a Pechino si tengono i colloqui di pace tra Corea del Nord e Corea del Sud, ma a parteciparvi sono persone che non vogliono affatto la conclusione del conflitto. Se la comunità internazionale lasciasse ai coreani la decisione sul loro futuro, si arriverebbe alla riunificazione nel giro di poche ore. Lo affermo con tanta certezza perché dopo avere trascorso dieci anni in Corea del Nord, ho lavorato a Seoul e il governo sudcoreano mi ha spalancato le porte chiedendomi appunto di collaborare alla riunificazione del Paese.

 

Ma quali sono queste potenze straniere che hanno interesse a tenere la Corea divisa?

 

Le potenze vicine, cioè nell’ordine Giappone, Cina, Russia e Stati Uniti. Ma più in generale, tutti i Paesi del mondo escluse Corea del Nord e del Sud. E’ noto a qualsiasi esperto di geopolitica che i delitti e i conflitti sono sempre di prossimità. Se vogliamo quindi trovare il “killer” e risolvere il giallo nordcoreano, è inutile andare a cercarlo troppo lontano. Più ci allontaniamo dal Pacifico, e più l’interesse a ostacolare la pace diminuisce. E i problemi sono contemporaneamente di natura politica, culturale ed economica. Ma soprattutto, sono delle difficoltà che appartengono al passato: la Corea è stata divisa nell’arco di una notte, e da oggi dovremo assolutamente cercare di favorire la pace per mettere fine ai drammi interni del suo popolo, permettendo a questo governo eremita di entrare a far parte della comunità internazionale.

 

Per quale motivo le grandi potenze mondiali non vogliono la riunificazione della Corea?

Perché hanno paura del fatto che quando la Corea sarà riunificata, diventerà un problema controllarla. E non mi riferisco alla sua forza militare, né alla bomba atomica, quanto piuttosto alla potenza economica cui potrebbe ambire un’unica grande Corea. E’ esattamente questo il motivo per il quale i coreani vogliono la pace, la riunificazione e la denuclearizzazione. Al punto che nel governo del Sud esiste anche il ministero per la Riunificazione. Per non parlare del fatto che lo stesso Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni unite, è a sua volta coreano. Abbiamo quindi tutti gli elementi perché la Corea diventi una sola.

 

Come è possibile riunificare due sistemi politici ed economici così diversi?

 

Grazie al fatto che l’atteggiamento dei due popoli è uguale, come ho potuto constatare di persona perché dopo avere vissuto per dieci anni nel Nord del Paese, ho trascorso altri due anni nel Sud. Quando parlano della questione coreana, i media occidentali dimenticano ogni volta il punto di vista della cultura, dell’approccio sociale, del savoir vivre. I coreani sono coreani, esattamente come un tedesco era sempre un tedesco anche quando Berlino Est e Berlino Ovest erano divise da un muro. Stando all’ultimo censimento, gli abitanti della Corea del Nord risultano essere 24 milioni, anche se io presumo che siano di più. E non c’è nessun motivo per cui debbano soffrire inconsapevolmente le pene dell’inferno, senza che nessuno conosca com’è la loro situazione.

 

Pyongyang accetterà di rinunciare al comunismo?

 

Quando parliamo di comunismo, di solito dovremmo avere in mente Karl Marx e Lenin. Ma se lei parla di questi due leader in Corea del Nord, la gente si mette a ridere. A Pyongyang sono molto più interessati alla robotica, alle nanotecnologie e alle scienze del futuro.

 

Nei suoi dieci anni nel Paese ha potuto toccare con mano anche la sua miseria?

 

Quello che ho trovato nella Corea del Nord è stato un popolo che vive e lavora con dignità e che è oppresso da qualcosa che forse da sabato, con la morte di Kim Jong-il, non c’è più. Ma l’Occidente non ha il diritto di opprimerlo doppiamente, continuando a sostenere la divisione tra Nord e Sud.

 

(Pietro Vernizzi)

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