EGITTO/ Herzog: un colpo di Stato che “piace” a Israele, ecco perché

- int. Michael Herzog

Per MICHEAL HERZOG, Morsi è stato un presidente anti-democratico, anti-occidentale e anti-israeliano, ma la nuova fase suscita preoccupazione per la stabilità di Egitto e Israele

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Foto Infophoto

La caduta del presidente egiziano Mohamed Morsi cambia il delicato gioco degli equilibri in Medio Oriente. Da un lato c’è il Qatar, principale finanziatore dei Fratelli musulmani, dall’altra Arabia Saudita ed Emirati Arabi, eterni nemici del partito islamista. Pur di fare cadere il presidente, il regime di Riad è giunto al punto di sospendere le forniture di petrolio all’Egitto nelle settimane che hanno preceduto la defenestrazione di Morsi. Le code chilometriche ai distributori di benzina in tutto il Paese hanno alimentato il malcontento che ha trovato sfogo con la grande manifestazione del 30 giugno. Ma anche lo stesso Israele, pur non esprimendosi in modo ufficiale, ha visto con favore la caduta del leader dei Fratelli musulmani, la cui retorica anti-ebraica era vista come una minaccia da parte di Gerusalemme. Ilsussidiario.net ha intervistato l’analista politico israeliano Michael Herzog.

Che cosa ne pensano gli israeliani di quanto sta avvenendo in Egitto?

Israele non ha commentato in modo ufficiale quanto che è avvenuto in Egitto perché si tratta di questioni interne, ma l’opinione pubblica nel mio Paese è certa del fatto che il ruolo dei Fratelli musulmani è giunto al capolinea. Il movimento islamista è essenzialmente anti-democratico, anti-occidentale e anti-israeliano. Siamo consapevoli dei dilemmi legati al fatto di deporre un leader eletto, ma molte persone affermano che in ogni caso Morsi non ha governato in modo democratico. C’è preoccupazione per il futuro delle relazioni tra Israele e l’Egitto e per la stabilità dei due Paesi.

Per quali motivi?

In seguito alla cacciata di Morsi alcuni elementi jihadisti nella Penisola del Sinai hanno iniziato ad attaccare i check-point militari egiziani, facendo esplodere la conduttura del gas tra l’Egitto e la Giordania. Da Elat, la città più a Sud di Israele, si è udito il rumore di missili e un’organizzazione jihadista del Sinai ha rivendicato di avere lanciato dei razzi contro il confine con lo Stato ebraico. In Israele c’è quindi molta preoccupazione per quanto riguarda la situazione ai suoi confini e in generale per la direzione che sta prendendo l’Egitto. Gerusalemme intende però mantenere delle relazioni positive con i militari egiziani per quanto riguarda i problemi dei confini comuni tra i due Stati. Da un punto di vista tattico c’è stata una buona cooperazione tra le parti, e la speranza è che continui anche in futuro. Come direttore dell’Agenzia per l’energia atomica, ElBaradei è stato criticato per la sua debolezza nei confronti dell’Iran.

Che cosa ne pensa oggi Israele del nuovo vicepresidente egiziano?

Per gli israeliani oggi tutto ciò non rappresenta più un problema di primaria importanza. Oggi ElBaradei sta assumendo un nuovo ruolo nella politica interna dell’Egitto, e l’opinione pubblica dello Stato ebraico non è preoccupata per le posizioni assunte in passato dal Premio Nobel. Non c’è quindi nessun legame tra il fatto che ElBaradei si sia mostrato debole nei confronti dell’Iran e il suo attuale incarico come vicepresidente.

Fino a che punto quanto sta avvenendo al Cairo coinvolge le principali potenze mediorientali?

Il Qatar è stato uno dei principali finanziatori dei Fratelli musulmani, mentre non è chiaro se l’Arabia Saudita si deciderà o meno a sostenere il nuovo governo egiziano. La situazione economica nel Paese è molto grave, e senza un sostegno proveniente dall’esterno continuerà a soffrire di una grave crisi finanziaria che alimenta a sua volta l’instabilità politica. Né l’Occidente né chiunque altro ha interesse al fatto che l’Egitto vada verso il fallimento.

La caduta di Morsi può rappresentare l’inizio di una nuova fase per tutti gli Stati interessati dalla Primavera Araba?

Sì. E’ in corso un dibattito per definire se quanto è avvenuto in Egitto sia stato un colpo di Stato o una rivoluzione, e ritengo che da un certo punto di vista entrambe le definizioni siano corrette. La maggior parte degli egiziani sentono che Morsi e i Fratelli musulmani hanno fallito, in quanto le loro politiche non sono state inclusive e hanno dato la priorità ai loro stessi interessi rispetto al bene comune. Questo è il motivo per cui i cittadini si sono ribellati. D’altra parte per i sostenitori di Morsi il presidente non ha avuto il tempo necessario per cambiare le cose. Io ritengo evidente che il Partito Libertà e Giustizia ha fallito nel governare l’Egitto e la grande domanda è chi si accinga a rimpiazzarlo.

Lei che cosa prevede che accadrà?

Se i militari traghetteranno il periodo di transizione verso un processo democratico, con l’elaborazione di una Costituzione equa ed elezioni regolari, il mio giudizio su quanto sta avvenendo sarà positivo. Se al contrario Esercito e partiti liberali approfitteranno della caduta di Morsi per approvare delle leggi altrettanto anti-democratiche, sarà tutta un’altra storia. Gli oppositori dei Fratelli musulmani stanno però dimostrando di essere consapevoli della sfida che li attende, come documenta il fatto che hanno accorciato il tempo per tenere nuove elezioni. Ci dobbiamo però aspettare un periodo di instabilità in Egitto, perché è chiaro che i Fratelli musulmani non resteranno con le mani in mano ma che continueranno a lottare.

(Pietro Vernizzi)

Leggi l’intervista originale su ilsussidiario.net



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